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Pablito

By 11 Dicembre 2020
Non l’ho visto giocare, non ero ancora nato quando l’Italia trionfò nel Mundial del 1982, in Spagna. Ma Paolo Rossi, insieme a Gigi Riva e Gianni Rivera, sono stati i primi nomi italiani legati al calcio che io ho imparato nella mia vita. E per vita intendo questo regalo bellissimo che mi ha fatto il calcio, lasciandosi amare. Paolo Rossi era la maglietta infeltrita, con i numeri senza nome ma personalizzati, quel 20 eterno, i capelli arruffati, senza gelatina, senza fascette, il fisico scarno, consumato, i nervi tesi. L’eroe che non ti aspetti, come Schillaci a Italia ’90, Fabio Grosso in Germania nel 2006. La storia che sceglie gli uomini normali, quelli lontani – in apparenza – dal mito, dal clamore, perché la sorte sceglie con cautela e astuzia chi sarà l’uomo della provvidenza. Che di solito non è mai quello che ti aspetti, legge non scritta ma matematica, esatta. Pablito virtù e vizi dell’italiano normale, medio, come stanno dicendo tutti, pezzo indelebile della storia del nostro paese. E se ve lo racconta uno nato tre anni dopo quel tre gol al Brasile e Pertini in piedi sulla balaustra a Madrid, be’…

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