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Padoin e i suoi fratelli

By 27 Dicembre 2020

Storie curiose di scudetti e di scudettati

Simone Padoin ha lasciato il calcio. A 36 anni, dopo una carriera da “duttile” spesa in gran parte tra Bergamo e Torino, con appendice in Sardegna, per rimanere ai club della Serie A. Ha corso tanto, e anche bene. Ragazzo sveglio, funzionale agli schemi e agli equilibri dello spogliatoio. Antonio Conte al suo primo anno alla Juve lo volle in bianconero, memore delle qualità del giovane friulano già alle sue dipendenze all’Atalanta. Arrivò a stagione in corso – gennaio 2012 – in tempo utile per vincere, anche lui, lo scudetto della riscossa juventina. Il primo dei suoi cinque – tutti in fila – nelle cinque stagioni alla Juventus (con il contorno di coppe e supercoppe nazionali). Chi l’avrebbe mai detto? Padoin, il gregario pluridecorato. Ha vinto più campionati lui di Maradona e Platini messi insieme, per tacer di Giancarlo Antognoni, bandiera viola e campione del mondo, che si porta dietro il suo malinconico zero nella casella del tricolore più prestigioso. Simone Padoin, dunque. E con lui, altre dieci storie da non dimenticare di scudettati curiosi.

 

Fernando De Napoli, 4 SCUDETTI

LaPresseSport

Nel 1992 Berlusconi gli fa una ricca offerta per lasciare il Napoli e vestirsi di rossonero. Il nasone di Nando si arriccia per lasciare il posto ad un sorriso convinto. Ha ventotto anni, è nel giro della Nazionale e al Milan porta in dote i due scudetti vinti con Maradona. Mister Fabio Capello lo vede a braccetto con Demetrio Albertini, per una mediana da urlo. Il progetto, purtroppo, non si realizzerà. Un serio e prolungato guaio al ginocchio terrà De Napoli più in infermeria che in campo, favorendo l’amicizia con l’altro illustre lungodegente del momento, Marco Van Basten. In più ci si mette l’ipertrofia della rosa rossonera, ormai una consuetudine dalle parti di Milanello: due giocatori per ogni ruolo, con gerarchie consolidate, ma chi perde il giro, perde anche la corsa. “Al Milan ho vinto molto sulla carta, ma quei successi non li sento miei” dirà De Napoli a fine carriera. Nove presenze totali in due campionati – sette volte entrando dalla panchina – per due scudetti. E un assist a Savicevic direttamente con una rimessa laterale. Non è da tutti.

 

Eraldo Mancin, 2 SCUDETTI

Un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia, d’accordo. Ma anche la scelta di tempo ha il suo peso. Nell’ anticipo, per esempio, il tempismo è il dettaglio che determina l’efficacia della giocata. Poi c’è la scelta dei tempi – più o meno autonoma, se non addirittura figlia del caso – che può segnare un punto di svolta decisivo nella carriera di un calciatore, per successi gloriosi da una parte e perenni rodimenti dall’altra. Il veneziano Eraldo Mancin, buon terzino in pista negli anni ’60 e ’70 (una volta segnò pure una tripletta, ma questa è un’altra storia) ha vinto due scudetti consecutivi con due squadre diverse. Non è il solo. Nell’esclusivo club sono in sei: lui, Giovanni Ferrari, Riccardo Toros, Alessandro Orlando, Roberto Baggio e Andrea Pirlo. Ma il fatto di averli conquistati con la Fiorentina nel 1969 e con il Cagliari l’anno dopo, lo portano dritto sul più alto gradino del podio. A fare da contrappasso c’è il viso lungo di Giuseppe Longoni, protagonista dello scambio di mercato con Mancin, per un percorso inverso a prova di Maalox.

 

Attilio Lombardo, 3 SCUDETTI

Ai tempi della Sampdoria di Vialli e Mancini lo chiamavano Popeye. Non per la forza o la passione per gli spinaci, quanto per la somiglianza con “il rissoso, irascibile, carissimo Braccio di Ferro” il mitico marinaio, cartone animato della nostra infanzia. Poi c’è stato Bald Eagle, Aquila calva, nomignolo nato durante la sua esperienza al Crystal Palace di fine anni ‘90, a sottolineare britannicamente la crapa pelada. Nel mezzo c’è sempre lui, Attilio Lombardo, ala destra velocissima e dalla simpatia straripante. Tre scudetti per lui, con tre squadre diverse. La Samp per lo storico trionfo tricolore nel 1990-91, ultimo successo di una provinciale. Quindi la Juventus nel 1996-97, dopo aver recuperato dalla frattura di tibia e perone subita l’anno prima. E per chiudere il campionato vinto con la Lazio nel 2000, in compagnia ancora una volta di Roberto Mancini, alla bella età di 34 anni. Un primato particolare, condiviso con altri cinque calciatori, tra cui Aldo Serena, l’unico ad aver vinto lo scudetto con Juventus, Inter e Milan.

 

Cesare Maldini e Paolo Maldini, 11 SCUDETTI

©lapresse

Già essere figlio d’arte non è semplice. Agli inizi le malignità si sprecano. La patente di raccomandato è sempre pronta all’uso. Il passo successivo, una volta evaporati i dubbi, è il paragone col babbo, ultima carta per gli irriducibili. Per cui, arrivare a stare sullo stesso palcoscenico del genitore e raccogliere applausi per conto proprio, è impresa per pochi. E in questa ristretta cerchia, dove il tricolore è un affare di famiglia, spicca la Maldini generation con un totale di 11 scudetti, tutti con il Milan, per un record addirittura migliorabile, grazie a Daniel, in rampa di lancio tra i rossoneri di Stefano Pioli. Ai quattro successi di Cesare difensore centrale del Milan degli anni ’50, hanno poi fatto seguito i sette campionati vinti dal figlio Paolo: dal primo con Sacchi nel 1988, all’ultimo con Carlo Ancelotti nel 2004. Dietro di loro, ecco un’altra famiglia illustre, quella dei Mazzola, seconda con 9 scudetti: cinque per Valentino capitano del Grande Torino e quattro per Sandro, centravanti della Grande Inter e poi mezzala nell’ultimo tricolore nerazzurro nel 1970-71.

 

Pierino Fanna, 5 SCUDETTI

La sua sembrava una carriera in discesa. Già tutto scritto, a partire da quel passaggio naturale (così era in quel tempo) dall’Atalanta alla Juventus. 1977, l’ennesimo colpo messo a segno da Boniperti sull’asse Bergamo-Torino. Lui è Pierino Fanna, biondo, occhi celesti, friulano di Moimacco. Attaccante esterno, ottimi piedi, grande velocità. E diciannove anni. Trapattoni gongola. Gli inizi sono incoraggianti, poi la sua stella comincia ad affievolirsi. Perde fiducia e capelli. A Torino fa buone cose, contribuisce alla conquista di tre scudetti, ma non riesce a compiere il salto di qualità. Così nel 1982 viene ceduto al Verona di Bagnoli, neopromosso in A. Pare un ridimensionamento, per Pierino invece si trasforma nel riscatto che culmina due anni dopo nello storico scudetto del 1985. Fanna è l’uomo in più di quella squadra e l’Inter gli offre subito una nuova chance di rilancio. Nella grande città Pierino tende a smarrirsi. Tuttavia riesce nella personale impresa di vincere un altro campionato, nel 1989 ancora in compagnia del Trap il quinto, con tre squadre diverse.

 

Aldo Maldera, 2 SCUDETTI

E poi ci sono storie di legami particolari tra allenatore e giocatore. Come quella tra Nils Liedholm e Aldo Maldera, terzo per le figurine Panini, per distinguerlo da Luigi, il maggiore e Attilio, il secondogenito. Aldo è tutto mancino, ed interpreta il ruolo di terzino sinistro alla stesso modo di Giacinto Facchetti. Fluidifica come si diceva una volta. Nel 75-76 conquista un posto da titolare nel Milan e poco dopo fa la stessa cosa in Nazionale. In Argentina nel ’78 Maldera subisce la beffa del sorpasso mundial di Cabrini. Ci pensa il Barone a tirarlo su di morale, costruendo su di lui la squadra scudetto. E’ il Milan della stella, quello del 1979, dell’ultimo Rivera e del primo Baresi. Maldera si veste con il 3, ma in realtà gioca da ala sinistra. Il suo è un campionato mostruoso. Segna nove gol, secondo solo a Bigon che ne fa 12. E’ scudetto, proprio mentre Liedholm si trasferisce a Roma. Ed è qui nella Capitale che nel 1982 si ricostituisce la coppia. Maldera è uno dei tasselli mancanti per la squadra che ha in mente Liddas: Nela, altro mancino a destra, e Aldo a sinistra. Ci sono anche Conti e Falcao e i gol li fa Pruzzo. Ma c’è pure il terzo dei Maldera tra i giallorossi che nel 1983 tornano a vincere lo scudetto dopo 41 anni.

 

Paolo Rossi,  2 SCUDETTI

Paolo Rossi

LaPresse.

Ha incantato ai mondiali di Argentina, nel 1978. Una rivelazione planetaria, con quel lancio improvviso da parte di Bearzot al posto di Ciccio Graziani, alla vigilia del debutto con la Francia. Ha già il nomignolo di Pablito stampato addosso, ma adesso in mondovisione, lo riconoscono tutti. Ha 22 anni, una valutazione di cinque miliardi che gli pesa (ma lui non c’entra nulla) e la maglia numero nove del Lanerossi Vicenza che lo aspetta per la terza stagione in biancorosso. Inizia da qui una discesa che lo porterà addirittura ad inciampare nell’assurda squalifica del calcioscommesse. Saranno due anni di stop forzato. Fine pena giusto alla vigilia del mundial di Spagna 1982. Adesso gioca per la Juve, un ritorno al futuro per lui cresciuto nel vivaio bianconero. Il 2 maggio 1982 torna in campo. Mancano tre giornate alle fine del campionato che vede il testa a testa tra bianconeri e Fiorentina. Lui segna subito, ha una voglia matta. Mette il suo zampino anche nell’azione del rigore decisivo contro il Catanzaro. E’ scudetto. Il primo per lui che vale la convocazione al mondiale.

 

Paolo Orlandoni, 5 SCUDETTI

Paolo Nucci / Lapresse

Anche le statistiche hanno un cuore. Lo certifica per la prima volta l’Almanacco Panini 2014 per cui sono considerati vincitori di scudetto “i giocatori che militano nella squadra campione nel momento in cui è stato conseguito il titolo”. Una novità che va di pari passo con le evoluzioni del calcio e con le rose delle squadre in perenne movimento. Un nuovo criterio che tende a premiare il gruppo e che ha valore retroattivo. Una rivoluzione che “punisce” i giocatori ceduti a stagione in corso, ma vede premiati, finalmente, i secondi e i terzi portieri, quelli che spesso e (non) volentieri chiudevano le proprie stagioni collezionando panchine, con la tuta pigiamone a proteggere dal freddo e la radiolina all’orecchio per ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”. E allora gloria per Piloni, Alessandrelli, Bodini, Nuciari, Di Fusco e compagnia seduta. E gloria soprattutto per Paolo Orlandoni, che nell’Inter del quinquennio d’oro 2006-2010, sta dietro a Julio Cesar e a Francesco Toldo. E’ lui è il terzo portiere più titolato d’Italia: 4 partite, 5 scudetti. Chapeau.

 

Roberto Boninsegna, 3 SCUDETTI

LaPresse.

“In tre anni alla Juve ho vinto di più che in tutto il resto della carriera”. Parole e musica di Roberto Boninsegna, in arte Bonimba. Sette anni nell’amata Inter (dove è cresciuto), un solo scudetto vinto in rimonta sul Milan, dopo aver cacciato l’allenatore alla sesta giornata, Heriberto Herrera (sostituito con Giovanni Invernizzi, tecnico delle giovanili). Stagione 70-71, poi più nulla. Tre anni alla Juve (dal 76-77 al 78-79) e due campionati conquistati, oltre a Coppa Uefa e Coppa Italia. Segnando sempre in abbondanza. Eppure lui l’Inter non l’avrebbe mai lasciata. “Estate 1976, ero al mare a Viareggio. Arriva una telefonata del presidente Fraizzoli. Mi dice: ‘Purtroppo la devo dare alla Juve’. E io, secco: ‘Alla Juve ci vada lei’”. In bianconero poi c’è andato (scambio con Anastasi e soldi) ed ha atteso pazientemente il 16 gennaio 1977: “Juventus – Inter 2-0 con mia doppietta. Era la partita che aspettavo, la prima da ex. Fu una vendetta. Non ce l’avevo con i compagni. Il mio bersaglio era soltanto Fraizzoli”.

 

Gigi Buffon, 10 SCUDETTI

 Grazia Neri/ALLSPORT

E chiudiamo questa cavalcata tra pluriscudettati con il primatista assoluto della Serie A: Gigi Buffon, dieci titoli, tutti con la Juventus. Il primo nella stagione 2001-02, l’ultimo nel 2020, da part-time keeper, ma sempre sul pezzo. Diciotto anni tra i due punti di questo segmento tricolore,  record anche questo. Meglio dei rossoneri  Gianni Rivera (1962-1979) e Franco Baresi (1979-1996), per loro diciassette anni di spazio tra la prima e l’ultima conquista. A proposito di intervalli, segnalazione di merito per Franco Superchi, vincitore di due soli scudetti, distanti tra loro quattordici anni (1969-1983), ma conquistati con due squadre diverse, Fiorentina e Roma, seppur da dodicesimo. E infine, l’incredibile primato di Salvatore Aronica che, con una presenza, risulta Campione d’Italia con la Juventus per la stagione 1997-98, pur non avendo mai toccato il pallone. Il nostro, infatti, il 15 febbraio 1998 in Juve-Samp 3-0 entra al 94’ al posto di Torricelli, giusto in tempo per sentire il triplice fischio dell’arbitro Rodomonti.

 

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