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Pasolini football club

By 16 Novembre 2020
Pasolini e il calcio

Pier Paolo Pasolini ha indagato i riti e i significati di uno sport che amava con forza, da spettatore e da spettatore.  Perché leggere “Il mio calcio”, appena pubblicato da Garzanti, che raccoglie gli articoli e le interviste dello scrittore intorno al pallone

Definizione del calcio secondo Pier Paolo Pasolini: «uno sport più un gioco», «un sistema di segni, quindi un linguaggio», «un concetto», «un oppiaceo terapeutico», «una rappresentazione sacra, l’ultimo grande rito». Si chiede Gabriele Romagnoli nella prefazione di Il mio calcio (Garzanti, 96 pagine), se tutte queste cose si possano tenere insieme per accumulazione. «La risposta è sì, ma in un solo luogo: lo sguardo di Pasolini – scrive Romagnoli -. Un diverso occhio non coglierebbe l’una o l’altra e sarebbe inutile insistere. C’è chi percepisce il gioco, chi afferra il concetto, chi partecipa al rito. Solo l’esperienza multiforme di Pasolini poteva cogliere tutti gli aspetti in un sol colpo. È come se davanti a un solido qualcuno ne vedesse alcune facce e lui l’intera complessità».

Il mio calcio raccoglie sei articoli firmati da Pasolini e tre interviste. È cosa nota che lo scrittore amasse con forza il calcio, quello giocato e quello visto dagli spalti. Le sue immagini sui campi da calcio – in maglietta e pantaloncini o in giacca e camicia in una pausa sul set – sono diventate iconiche. Pasolini aveva come idolo Amedeo Biaviati, l’inventore del doppio passo, che giocava da ala, lo stesso ruolo del Pasolini-calciatore.

Come spiega in un articolo per Il Tempo del 1969, Pasolini tifava Bologna «non tanto perché sono nato a Bologna, quanto perché a Bologna (dopo lunghi soggiorni, epici, o epico-lirici, nella valle padana), sono ritornato a quattordici anni, e ho cominciato a giocare a pallone (dopo aver tanto disprezzato tale gioco – io che amavo giocare solo alla guerra). I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce-bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita».

Pasolini e il calcio

Il parallelo tra letteratura e calcio è costantemente presente nei testi di Pasolini, secondo cui il miglior poeta dell’anno è sempre il capocannoniere del campionato. Scrive nel 1971 in un lungo articolo sul Giorno che «Bulgarelli gioca un calcio in prosa: è un “prosatore realista”». Invece quella di Rivera «è una prosa poetica, da elzeviro», Corso è «un poeta un po’ maudit, extravagante». Riva un «poeta realista». La poesia si connette invariabilmente al gol: è «invenzione, sovversione del codice, folgorazione».

Da una parte assimila il calcio a un linguaggio, un sistema di segni, in cui i giocatori sono come «ventidue podemi» che compongono «parole calcistiche». Dall’altra ne sottolinea la funzione sociale, «la sua funzione reazionaria, il suo asservimento al potere». E si scandalizza perché nessun giornalista, nessun intellettuale ha commentato una dichiarazione rilasciata da Helenio Herrera durante una tavola rotonda con Alberto Moravia e alcuni giovani: «Il calcio – e in genere lo sport – serve a distrarre i giovani dalla contestazione. Serve a tener buoni i lavoratori. Serve a non far fare la rivoluzione. Come fa Franco in Spagna con le corride». Sul Tempo, nel novembre del 1969, Pasolini si chiede se «i giornali di sinistra hanno forse paura di criticare Herrera? Forse perché i lavoratori vanno in massa agli stadi? E sarebbe dunque impopolare parlar male di Herrera, come sarebbe impopolare parlar male degli insopportabili cantanti di canzonette, che, come il calcio, e peggio, «distraggono dalla rivoluzione»?

Pasolini e il calcio

Roma, maggio 1962. Pier Paolo Pasolini nella sua casa di Monteverde a Roma (LaPresse/Publifoto)

Già nel 1963, sul Giorno, Pasolini si lamentava che «in Italia il calcio non ha ancora avuto l’onore di un interesse intelligente». E sette anni prima, intervistato su Paese Sera, afferma che «lo sport è un fenomeno di costume talmente importante, che un male sarebbe per la classe dirigente e per gli intellettuali ignorarlo e disinteressarsene».

«Chiedermi di fare previsioni sul futuro del calcio è quasi… un’offesa» scrive poi. Eppure lo scrittore lancia uno sguardo verso il futuro, uno sguardo lucido sullo sviluppo del calcio. Scrive che «raggiungerà fasti sempre più grandiosi. Il neocapitalismo lo vuole. […] I lavoratori non chiederanno di meglio che andare allo stadio due volte a settimana: e magari anche tre». Attraverso una lente di pessimismo, Pasolini sente arrivare cambiamenti radicali anche nel mondo del calcio, cambiamenti che non vedrà mai.

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