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Pellè e il calcio italiano non si sono mai capiti

By 12 Febbraio 2021

Storia dell’amore mai sbocciato fra l’attaccante e la Serie A

 

Graziano Pellè è l’ultimo attaccante della nazionale italiana ad aver segnato su azione nella fase finale di un grande torneo internazionale. Accadde oltre quattro anni fa, nell’ottavo di finale di Euro 2016, quando l’allora attaccante del Southampton mise in ghiaccio nei minuti di recupero la vittoria degli Azzurri di Antonio Conte contro la Spagna. Poi sarebbe arrivata la Germania e la pantomima del rigore a cucchiaio mimato a Neuer prima di sparacchiare il tiro a lato.

Un’uscita di scena ingloriosa che aveva rapidamente messo in ombra l’Europeo comunque buono di Pellè, autore di 2 reti (la prima la segnò al Belgio) ma rapidamente derubricato ad attaccante mediocre, fedele specchio  di un movimento calcistico in crisi. Quasi un contrappasso per un attaccante che deve proprio a un cucchiaio la svolta della sua carriera.

(Photo by Lars Baron/Getty Images)

Pellè non è mai stato capito dal calcio italiano. All’inizio non c’erano le condizioni e sembrava mancasse la qualità necessaria per poter ambire a un certo tipo di livello. Destino comune a tutti i late bloomer: dopo aver faticato all’inverosimile per convincere di esser bravi, devono dimostrare di essere qualcosa di più di semplici re per una notte. Nel caso di Pellè, le cose sono state ulteriormente complicate da un’esplosione avvenuta all’estero, oltretutto in un campionato non di primissimo piano come la Eredivisie olandese, che ha depotenziato la narrativa, tanto apprezzata alle nostre latitudini, del brutto anatroccolo di provincia riscopertosi maestoso cigno. Storie alla Luca Toni o, in misura minore, alla Christian Riganò.

Nel biennio 2013-2014 Pellé è stato l’attaccante italiano più prolifico in Europa, grazie ai 54 gol segnati in due stagioni con il Feyenoord, eppure non è nemmeno entrato nella lista dei pre-convocati da Cesare Prandelli per il Mondiale 2014. Ma anche dopo le 31 reti del biennio di Premier con i Saints, che gli sono valse la maglia da titolare all’Europeo in quel ruolo di punta potente tanto caro a Conte (vedi Diego Costa al Chelsea e Romelu Lukaku all’Inter), la percezione di Pellè in Italia non è mai cambiata, tanto da essere stato sufficiente un brutto rigore per marchiarlo definitivamente. Eppure, senza voler generare confronti sterili quanto inutili, ci sono stati suoi colleghi che non sono riusciti a qualificare l’Italia al Mondiale. Arrivato – sono parole sue –  da signor nessuno, se ne è andato da signor nessuno, quasi fosse stato un intruso.

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Pellè per contro è stato, in tema di attaccanti, uno dei migliori prodotti d’esportazione del calcio italiano: solo Marco Negri (32 gol nei Rangers Glasgow 1997/98) è stato più prolifico di lui (27 reti) in una singola stagione, mentre Luca Toni (Bayern Monaco 2007/08) e Christian Vieri (Atletico Madrid 1997/98) si sono fermati a 24. Campionati e giocatori diversi, nessuno lo può negare, eppure la storia non lineare di Pellè dovrebbe fungere da esempio molto più di quelle legate ai talenti riconoscibilissimi fin dalla più giovane età, ma che quel talento appaiono più occupati a dissiparlo piuttosto che coltivarlo. Non c’è nessuna accusa di miopia nella storia di Pellè, che ha sempre riservato belle parole nei confronti degli allenatori con i quali ha lavorato a inizio carriera, da Delio Rossi a Gian Piero Gasperini fino a Fabrizio Castori. Poi è arrivato Louis van Gaal ed è cambiato tutto, anche se nemmeno il diretto interessato all’inizio se ne era accorto.

Non ci sarebbe stato nessun Van Gaal senza i rigori a cucchiaio. Il primo, al Mondiale under 20 del 2005 in Olanda, Pellè lo aveva piazzato al Marocco ai quarti di finale, dove però gli Azzurri di Paolo Berrettini uscirono sconfitti. Ma per l’attaccante, autore di 4 reti in 5 partite, il bilancio fu molto positivo. Due anni dopo nuovo torneo nei Paesi Bassi (l’Europeo under 21) e altro scavetto dagli undici metri nello spareggio contro il Portogallo per l’ultimo posto disponibile per le Olimpiadi di Pechino. La posta in palio era altissima e in tribuna un delegato della FIGC quasi stramazzò al suolo al momento del rigore, calciato così per onorare una scommessa fatta con Riccardo Montolivo e Giorgio Chiellini. Un gesto che non è passato inosservato tra gli addetti ai lavori olandesi, paese che notoriamente vive un rapporto molto conflittuale con la lotteria dei tiri dal dischetto.

. (Photo by Julian Finney/Getty Images)

L’esperienza di Pellè all’Az Alkmaar sembrava fatta apposta per smentire la teoria che in Eredivisie è facile segnare, come già sperimentato in passato da futuri big assoluti quali Henrik Larsson e Zlatan Ibrahimovic. Quattro stagioni, 14 gol complessivi, una serie infinita di problemi di adattamento: il clima, la lingua (“come buona parte dei giovani calciatori italiani non conoscevo nemmeno l’inglese”, ha ricordato), lo stile di gioco (“gli attaccanti come il sottoscritto, alti, robusti e da spizzata non sono destinati ad avere vita facile con la palla che viaggia perennemente a terra”). I media lo distruggono e nell’estate 2010 evita il taglio (molti almanacchi 2010-11 nemmeno lo inserirono in rosa) solo perché l’Az su di lui aveva investito 6 milioni di euro  – 2 milioni in più di quanto il Real Madrid avesse offerto al Lecce nel 2005, subito dopo il citato Mondiale, ottenendo un rifiuto – e non poteva permettersi di buttarli tutti, soprattutto alla luce del crac della DSB Bank,  il cui proprietario Dick Scheringa era anche il patron del club, che stava portando la società al default.

Nel frattempo Van Gaal si era trasferito al Bayern Monaco, lasciando Pellè privo dell’unico solido scudo conto le critiche. C’è un episodio, raccontato dallo stesso Pellè, che conferma l’assoluta atipicità di un allenatore come Van Gaal, nella cui rigida e dogmatica corazza talvolta si aprivano inaspettate fessure di empatia, spesso rivolte a giocatori non di primo piano nell’economia della squadra. “Una volta mi diede il fine settimana libero e io organizzai con un compagno un viaggio a Dubai. Partita al sabato, partenza la domenica mattina, ritorno martedì. Negli spogliatoi Van Gaal però mi disse che, siccome avevo giocato poco, sarei sceso in campo lunedì con lo Jong Az. Feci finta di niente, partii lo stesso e staccai il cellulare. Quando mercoledì mi ripresentai al campo di allenamento era una furia, ci ritrovammo testa contro testa. Poi però venni a sapere che ai miei compagni disse di aver autorizzato lui la vacanza. Nutriva una fiducia smisurata nel sottoscritto”.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

A dispetto dei numeri, Alkmaar merita un posto centrale nella storia di Pellè perché ha rappresentato l’uscita dalla propria comfort zone per confrontarsi con una diversa cultura calcistica, nella quale oltretutto i (pochi) italiani che avevano provato a frequentarla sul campo non erano riusciti a lasciare il segno (con la parziale eccezione di Marco De Marchi al Vitesse). Il senso della storia di Pellè si basa sulla forza nel cercare un cambiamento per evitare che una carriera fosse scivolata via tra un prestito in Serie B e un ruolo di panchinaro in una provinciale di A. Quello che gli era toccato nella stagione spesa tra Parma e Sampdoria prima del ritorno in Olanda. A ognuno la ricerca del suo personale El Dorado: Pellè lo ha trovato nei Paesi Bassi.

Non esiste nessuna buona storia senza una componente di casualità. In quella di Pellè il destino ha giocato le proprie carte sulle spiagge di Ibiza, quando nel corso di una vacanza il giocatore conobbe un amico del figlio di Ronald Koeman e gli parlò della sua volontà di tornare a giocare in Olanda. Nello stesso periodo il Feyenoord, guidato già da un anno da un Koeman desideroso di rimettersi in carreggiata dopo il doppio flop Valencia-Alkmaar, aveva salutato John Guidetti, rientrato dal prestito al Manchester City, e stava cercando un attaccante dotato della stessa  fisicità. Facile immaginare le reazioni dei media oranje all’annuncio che una punta da 20 gol in campionato sarebbe stata sostituita da uno che non era riuscito a raggiungere una cifra simile nemmeno in quattro stagioni. Impossibile pensare che due anni dopo Pellè sarebbe partito per la Premier League con un bottino di reti superiore a tutte quelle segnate nei suoi primi otto anni di carriera da pro, nazionali giovanili incluse.

(Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Il gesto tecnico di Pellè preferito da chi scrive è la combinazione controllo al volo-girata che il 28 ottobre 2012 ha regalato al Feyenoord il pareggio casalingo nei minuti conclusivi del match contro l’Ajax, e fa il pari con la rovesciata in Southampton-Queens Park Rangers del 27 settembre 2014 (“Pellè by name, Pelè by nature”, si lesse l’indomani sulla sempre sobria stampa inglese). Oltre che goleador, però, in Olanda l’attaccante pugliese è diventato un’icona, pubblicando un libro unico nel suo genere, Pellè spreekt (Parla Pellè), nel quale si è raccontato rispondendo a 1000 domande inviate dai tifosi, e lanciando il Pellè Kapsel, un’acconciatura molto Sixties con riga a lato e tanta brillantina che ha spopolato tra i ragazzini olandesi. L’immagine un po’ stereotipata dell’italiano metà Rocky e metà Casanova, sempre molto in voga nei paesi nordici, ha giocato a suo favore, ma senza la materia prima richiesta a ogni giocatore, ovvero il riscontro sul campo, non c’è look che tenga. Tanto per rinverdire la tradizione, anche al Feyenoord Pellè ha calciato un rigore a cucchiaio, facendolo di fronte alla persona che campeggiava sui poster appesi nella sua cameretta: Marco van Basten. Accadde in un Heerenveen-Feyenoord di Coppa d’Olanda del 2012, quando il Cigno di Utrecht sedeva sulla panchina dei Frisoni.

Da quando ha lasciato l’Italia nell’agosto 2012, Pellè non ha più smesso di segnare. Non in Premier, dove è approdato seguendo Ronald Koeman,  tanto meno nella Super League cinese (63 gol complessivi in cinque stagioni), scelta chiaramente dettata dal desiderio di monetizzare un’occasione che capita una volta nella vita. Quanti infatti, nonostante uno stipendio di 80mila sterline a settimana, avrebbero rinunciato a un incremento salariale pari al 225%? A questo proposito suona profetico, o semplicemente coerente, un passaggio di Pellè Spreekt nel quale afferma, parlando di soldi: “Il mio primo stipendio da professionista lo percepii a Lecce, 1 milione e 750 mila lire. Quelli veri però sono arrivati ad Alkmaar. Mi piace vivere come uno sceicco anche se non lo sono, godermi ogni momento, I soldi meglio spesi sono quelli nei viaggi, per conoscere altre culture. Per questo non dirò mai no a priori all’offerta di un club mediorientale, oppure cinese” .

Pellè ha segnato solo due gol con una squadra di Serie A, entrambi con il Parma nel 2012, uno in Coppa Italia al Grosseto e uno in campionato al Lecce. Era il Parma di Tommaso Ghirardi, con in squadra Sebastian Giovinco, Gabriel Paletta, Jonathan Biabiany e un Hernan Crespo agli sgoccioli, ma anche il futuro campione d’Europa Danilo Pereira (che in Emilia però rimase un oggetto non identificato). Un altro Parma rispetto a quello odierno, ma anche un altro calcio e un altro Pellè. Chissà se qualcuno sarà capace di andare oltre il luogo comune e riuscirà a ricordarselo.

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