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Per l’Italia, De Zerbi è stato un tesoro

By 20 Maggio 2021

Il tecnico del Sassuolo ha portato al rovesciamento di un paradigma, scommettendo sull’idea che Davide non solo avrebbe potuto sconfiggere Golia, ma che avrebbe potuto dominarlo. Ogni domenica.

Un’aura di franchezza e autenticità di provincia circonda la figura di Roberto De Zerbi.  Pullover o maglia nera, pizzetto curato, capelli corti tenuti dritti dal gel e ordinati da un taglio un po’ retro. Anche il modo, spiccio e sempre uguale con cui si presenta, alimenta la sensazione di avere a che fare con un tipo schietto. Con qualcuno che non ha intenzione di venderti qualcosa, di passare per qualcun altro, e che ambisce alla coerenza. Mettici dentro la sua ammirazione per un uomo trasversalmente descritto con il tratto del purismo come Marcelo Bielsa, e viene davvero semplice – o comodo – credere a ciò che mostra e dice. Per tutta la stagione, De Zerbi ha detto che senza la volontà, o la possibilità di porre nuove basi per il futuro del Sassuolo, sarebbe stato costretto a salutare. Lo muove l’ambizione di crescere e migliorare i risultati, mire impossibili per una squadra che senza un ricco rimpasto – opinione sua – non può andare oltre l’ottavo o il settimo posto con cui domenica chiuderà il campionato. Infatti ha già salutato: «È una scelta soffertissima, ma non penso di poter dare di più a questa squadra».

In tre anni di lavoro, De Zerbi ha portato il Sassuolo a consolidarsi come squadra a un passo dalle grandi. È passato dalle nove vittorie della prima stagione alle 16 – con una gara ancora da giocare – di questa. Da 43 a 59 punti. Un traguardo raggiunto seguendo una strada che dalle nostre parti era stata battuta poche volte e da club di ben altre dimensioni. Quella di un calcio che prevede il dominio del gioco, il controllo della partita attraverso la gestione del pallone, sempre, contro chiunque. Ha portato al rovesciamento di un paradigma, scommettendo che Davide non solo avrebbe potuto sconfiggere Golia, ma che avrebbe potuto dominarlo. Ogni domenica. Magari finendo per perire, ma non prima di aver tentato di soggiogarlo privandolo dello strumento del pallone.

È stato il biglietto da visita con cui De Zerbi si è presentato alla serie A, nel 2017, dopo un’esperienza breve e triste alla guida del Palermo l’anno prima. Se oggi non desta scalpore vedere il Crotone dell’ex Stroppa puntare alla salvezza impostando dall’inizio un calcio proattivo fatto di pressing e dedizione alla prima costruzione, quattro anni fa, quando De Zerbi prese in corsa un Benevento arrivato a ottobre con zero punti in classifica, le cose non stavano esattamente così.

 

Foto LaPresse/Filippo Rubin

Quell’apparente utopia di riprodurre i princìpi del gioco di posizione in un contesto in cui non c’erano Pique e Iniesta ma Costa e Memushaj, scaturì sin dal principio una duplice reazione: la fascinazione per la ventata di novità portata dal giovane allenatore bresciano, e il sospetto che quella rivoluzione avesse una matrice esclusivamente estetica. Da una parte, dunque, gli encomi e i benefici, con la chiamata del Sassuolo che, nonostante De Zerbi non fosse riuscito a salvare il Benevento, gli affida l’incarico di continuare il virtuoso percorso iniziato dall’ottimo corso di Eusebio Di Francesco. Dall’altra le conseguenze di affacciarsi con le stimmate del visionario in un sistema conservatore e morbosamente legato alla tradizione.

È bastato proporre qualcosa di non convenzionale alle nostre abitudini per vedersi attaccare l’etichetta di filosofo, appellativo che nella narrazione pallonara italica è curiosamente ammantato da una patina di dileggio. La forza con cui comunicava la sua visione e la sbandierata devozione per Guardiola, poi, hanno completato il ritratto mediatico, hanno soffiato sul fuoco della narrativa di un allenatore in posa creando il recinto perfetto in cui incasellarlo.

Ha dovuto iniziare presto, De Zerbi, a chiarire la sua proposta. A dover spiegare che il gusto è personale, che quello era solo il suo modo di vedere il calcio, non l’unico modo con cui vederlo né la lente con cui tutti avrebbero dovuto iniziare a guardarlo: «Io credo che il bel gioco sia una definizione sbagliata e comunque troppo soggettiva».

Ha dovuto iniziare presto, De Zerbi, a fare i conti con la schizofrenia del giudizio partorita dal mostro del risultato. A essere esaltato più del dovuto quando le cose andavano bene e criticato ferocemente quando andavano male. Un destino che tocca a tutti i tecnici in circolazione, nessuno escluso, ma che nel suo caso, quello di un allenatore dall’idealismo radicale, ha esasperato il tic della valutazione binaria. Durante la sua avventura al Benevento, l’accusa era quella di sfruttare una situazione già compromessa per mettere in mostra il suo calcio vezzoso, vanitoso, inutilmente ricercato. Che il risultato non gli interessasse. Critiche che De Zerbi sente ancora addosso, e da cui ha sentito di doversi difendere di recente, in un’intervista a Repubblica: «Altro che disprezzo del risultato, avreste dovuto vederci negli spogliatoi di San Siro a festeggiare la vittoria sul Milan che spostava semplicemente di ventiquattr’ore la retrocessione matematica».

Foto Fabrizio Zani,/LaPresse

Siamo agli albori della più demenziale polarizzazione che sia mai stata prodotta, quella tra “giochisti” e “risultatisti”, un dibattito che ha trovato terreno fertile in tempi recenti ma che gettò inconsapevolmente il suo seme con l’irruzione di De Zerbi sulla scena. «Partecipare a questo dibattito vuol dire voler creare guelfi e ghibellini a tutti costi, ma io non la vedo così. I risultato li vogliono tutti, ma ci sono diverse vie per raggiungerli». Questo è il tono che all’inizio l’allenatore bresciano assume per smontare questo distinguo fuorviante e grossolano. Non si specchiava nell’immagine dell’avanguardista costretto in un mondo polveroso: si limitava a esporre con misura e sobrietà l’accettazione di ogni stile ma la totale e incondizionata adesione al suo.

Era chiaro, però, che l’incomprensione con una parte della stampa e dell’opinione pubblica lo infastidiva. Un’incomunicabilità che lo ha portato, col tempo, a un isolamento fiero, a prese di posizione più forti, come questa affidata a Libero: «Spesso i media partono dal risultato e scorporano. Ma così non fanno cultura. Se si vuole fare approfondimento bisogna avere gli strumenti per capire la gara, analizzarla e spiegarla. Parlare di calcio in un modo diverso migliorerebbe il movimento e tutti noi che ne facciamo parte». O ancora, sull’accusa di snobbare la fase difensiva: «Quando dicono certe cose, divento matto. Se uno viene con me una settimana capisce che l’aspetto difensivo per me è prioritario, però utilizzo modalità diverse, non tradizionali e lontane dalla cultura italiana».

Questo braccio di ferro ha complicato la valutazione lucida della sua proposta e della sua effettiva realizzazione. Ha dato da studiare a chi vuole andare in profondità e ha esasperato le semplificazioni di chi si ferma alla superficie. Ha creato una spaccatura netta: o ami De Zerbi o lo detesti. O sei con lui o contro di lui. Senza ricorrere al vantaggio della sfumatura. Ha contribuito a creare l’immagine pubblica di un personaggio che riflette nitidamente un preciso fronte del gioco. De Zerbi è quello che, schierando Boateng falso nove gli ha permesso di vestire la maglia del Barcellona; è quello che dallo stesso Barcellona viene invitato a tenere un seminario sullo sviluppo del calcio giovanile; quello che è fisso in cima alla classifica sulla percentuale media di possesso palla in Serie A (60,9%). De Zerbi è quello che prende un sacco di gol.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

Al di là degli schieramenti, è innegabile che De Zerbi sia stato, per il calcio italiano, un personaggio di rottura. Una crepa che ha iniziato a scalfire un muro eretto con orgoglio dalla nostra tradizione. In altre parole, un tesoro. Un allenatore che si è trovato nella strana posizione di ricevere complimenti da gente come Guardiola, Sarri, Mancini, e al contempo di essere tacciato come uno dei principali responsabili di aver contaminato l’Italia con il morbo dell’esasperata costruzione dal basso. La ricchezza che ha prodotto non sta nei contorni del dibattito che continua ad alimentare, ma nel fatto stesso di averlo acceso.Come una tarma, si è inserito nelle maglie del dibattito calcistico culturale, rivelando la fragilità del suo tessuto.

Nel frattempo, mentre infiammava giudizi e opinioni, De Zerbi creava valore, per il Sassuolo e il suo capitale tecnico e umano. Sistema e princìpi sono aspetti non negoziabili della sua visione del gioco, ma devono conciliarsi con le caratteristiche dei calciatori. Senza oscurarle o sovrastarle. Lo ha imparato dal suo demiurgo Guardiola quando andò in Baviera a seguire i suoi allenamenti con il Bayern Monaco. Vide che che prestava molta attenzione alle situazioni da cross e all’inizio non capì; forse fu sfiorato dalla delusione. Che ne era del palleggio articolato con cui il suo Barcellona arrivava sempre a concludere? Pep gli spiegò semplicemente che le qualità di Muller e Lewandowski richiedevano altro. Sollievo. Illuminazione. Inserire le virtù di un giocatore all’interno di un sistema, farli danzare insieme: ecco la stella polare. La crescita del collettivo che passa dalla valorizzazione del singolo: «Il bene della squadra è anche la somma delle ambizioni personali. Sono convinto che le soddisfazioni individuali ci facciano crescere, a patto che non sfocino nell’egoismo» ha detto sempre a Repubblica.

Così, all’interno della crescita organica del Sassuolo, sotto la sua guida molti giocatori hanno visto fiorire il loro talento. Sensi è finito all’Inter e ora ha uno scudetto cucito sul petto. Berardi ha raggiunto la maturità necessaria per domare l’incostanza che ne imbrigliava l’immenso potenziale («può giocare in tutti i top club», ha detto De Zerbi). Locatelli è diventato quello che da giovanissimo ci si aspettava diventasse, e che al momento di lasciare il Milan si pensava non potesse davvero essere («È il miglior centrocampista italiano, e non solo»). Raspadori cresce al punto di domandarsi se non possa essere lui il futuro attaccante della Nazionale. Già, la Nazionale. Ognuno di questi giocatori compare nella lista dei preconvocati di Mancini per l’Europeo alle porte. E alcuni di loro hanno buone chance di contendersi una maglia da titolare.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

De Zerbi, al nostro paese, lascia tutto questo. Non è poco. La sua prossima tappa dovrebbe essere in Ucraina, allo Shakhtar Donetsk. Un contesto ideale per chi si professa ambizioso ma non arrivista. Per chi mette qualità e talento al centro della sua idea. Per chi insegue il sogno di libertà di Bielsa, «Un allenatore che ha deciso di fare quello che sentiva, rimanendo sempre se stesso». L’ennesima scelta coerente.

One Comment

  • Giordano ha detto:

    Finalmente qualcuno che parla di calcio in modo corretto e conoscenza…… Confermo in toto quanto detto sul mister,conoscendolo di persona e avendo la fortuna di parlare di calcio con lui vi dico che è una persona schietta,sincera,umile e fortemente devoto alla sua professione e consapevole di svolgere il lavoro più bello del mondo,portando tanto entusiasmo e trainando tutti nel suo “Circo” lavorando duro ma soprattutto divertendosi e facendo divertire chi guarda giocare la sua
    squadra,complimenti ancora Giordano

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