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Per vincere gli Europei la Grecia è andata contro la sua storia

By 11 Ottobre 2020

Il successo del 2004 è stato il frutto di un incantesimo. La Nazionale ha dovuto affrontare una lunga fase di ristrutturazione, mentre nessuno dei suoi calciatori è riuscito a imporsi nel proprio club

È il 4 luglio 2004. Estadio Da Luz, Lisbona, finale dell’Europeo. La ripresa è iniziata da dodici minuti tra la Grecia e i padroni di casa del Portogallo. Il centrocampista greco Basinas sistema la sfera, pronto a battere un calcio d’angolo dalla destra. Il risultato è sempre fermo sullo zero a zero. Sugli spalti ci sono circa 63mila spettatori. Quasi tutti indossano la maglia rossoverde dei lusitani e stanno aspettando un trionfo internazionale troppe volte rimandato. Per una nazione capace di dare vita a fuoriclasse del calibro di Eusebio, Figo e Rui Costa quella bacheca vuota è diventata un peso insopportabile. La voglia di togliersi di dosso l’etichetta di “incompiuti” è tanta e quell’Europeo è l’occasione giusto per cambiare la storia calcistica di un intero paese.

È dal 1999 – anno in cui la UEFA ha assegnato l’edizione 2004 – che il Portogallo sta aspettando quel momento e quella partita: la finale. Per arrivare a quell’atto conclusivo il Portogallo ha vinto il proprio girone, battuto l’Inghilterra ai rigori nella partita più emozionante del torneo ed estromesso d’autorità l’Olanda in semifinale. È la squadra di Luis Figo, Manuel Rui Costa, Ricardo Carvalho e di un 19enne di Madeira che ha segnato due reti. Il suo nome è Cristiano Ronaldo. Tutto sembra presagire una sola conclusione possibile. Anche la Grecia pare la classica vittima sacrificale che fa da sfondo a un successo liberatorio. Questo però “sulla carta”. Perché ai più attenti e neutri osservati la finale del Da Luz appare come una partita il cui esito, in un modo o nell’altro, è già stato scritto. Un finale a tinte biancocelesti. Non vi è una spiegazione logica in questo ma una sensazione intima quando inspiegabile, che affonda le radici in un percorso oltre ogni limite e scetticismo. Un cammino che ha saputo unire un paese intero come poche altre volte era accaduto nella storia.

 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Quello ellenico è un paese dal passato glorioso ma dal presente contradditorio. Possiede circa seimila isola – di cui solo 227 abitate – eppure l’80% del suo territorio è montuoso. Anche socialmente le distinzioni non mancano e il calcio ne è una rappresentazione. Il PAOK Salonicco è stato fondato nel 1926 dagli esuli greci a Costantinopoli mentre il Panathinaikos e l’Olympiakos hanno radici puramente elleniche. È la culla della civiltà e la patria della democrazia. Nell’antichità dominava il culto dell’estetismo come prerogativa di vita. La ricerca di qualcosa di bello su cui proiettare le proprie ambizioni di vita. Eppure per creare la sua favola la Grecia ha dovuto abbandonare ogni velleità per abbracciare il pragmatismo più puro ed estremo. E non è un caso che sia stato proprio un tedesco a tracciare la via: Otto Rehhagel. Nato a 1938 a Essen – una città della Germania Nordorientale a metà strada tra Dortmund e Düsseldorf – Rehhagel è commissario della squadra ellenica dal 2001. Non è un allenatore qualsiasi. A Brema c’è una statua che lo eleva a una sorta di sovrano della città, perché dal 1981 al 1995 ha guidato il Werder, vincendo due titoli della Bundesliga e una della Coppa delle Coppe. A Kaiserslautern invece non c’è nessuno monumento alla sua figura ma se un giorno ne spuntasse uno non ci sarebbe da meravigliarsi troppo. Nel 1997 ha centrato la promozione in Bundesliga e nel 1998 ha vinto il campionato da neopromossa.

Nikopolidis, Seitaridis, Kapsis, Dellas, Fyssas, Katsouranis, Zagorakis, Basinas, Charisteas, Vryzas, Giannakopoulos. È probabile che qualsiasi cittadino greco saprebbe ripetervi questa formazione a memoria in un qualunque momento. È con questi uomini che Otto Rehhagel riporta la Grecia alla fase finale di un Europeo 24 anni dopo l’ultima volta. Ad Atene già questa viene considerata un’impresa di quelle che restano. La qualificazione è stata conquistata d’autorità, vincendo il girone 6 davanti alla più quotata Spagna. Eppure la Grecia si presenta fuori dai radar di qualsiasi osservatore. Nessuno si aspetta che quel gruppo di giocatori, guidato da un tecnico ormai alla fine della sua carriera, possa fare qualcosa di memorabile. Il sorteggio inoltre non ha aiutato. Gli ellenici finisco nello stesso gruppo di Russia, Spagna e del Portogallo padrone di casa. E proprio contro quest’ultimi esordiscono.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Siamo ad Oporto. È il 12 giugno. Il clima è ricolmo di speranza. Le bandiere portoghesi sventolano in ogni angolo dello stadio. Ma bastano cinque minuti per gelare ogni entusiasmo. È il tempo che impiega l’interista Karagounis a prendere palla in mezzo al campo, avanzare verso la porta indisturbato e far partire un destro dai 25 metri preciso all’angolino. Ricardo non può arrivarci. Tra lo stupore generale la Grecia è in vantaggio. Tutti si aspettano una reazione lusitana che però non arriva. Anzi, gli ellenici controllano con una insospettabile semplicità. A inizio ripresa Basinas posizionato la palla sul dischetto del rigore. La sua conclusione è fredda e precisa. Ricardo va da una parte, la sfera sotto l’incrocio opposto. Per il Portogallo la rete di Cristiano Ronaldo arriva troppo tardi. È il primo scossone di Euro 2004.

Quattro giorni dopo la Grecia torna in campo. L’avversario è l’altra squadra della penisola iberica, la Spagna. Confermarsi è sempre più complicato di sorprendere. E infatti Morientes porta in vantaggio gli spagnoli. I greci però non si scompongono e riprendono a giocare come se niente fosse. A metà del secondo tempo un lancio lungo pesca l’attaccante del Werder Brema Angelos Charisteas in area di rigore. Il suo controllo in corsa è perfetto, il suo sinistro passa sotto alle gambe di Casillas. È la rete che vale, di fatto, i quarti di finale. L’ultima giornata la Grecia perde due a uno contro la Russia, ma lo scontro diretto tra Portogallo e Spagna garantisce agli ellenici il passaggio del turno. Sarebbe già una bella storia così, ma la parte da tramandare ai posteri deve ancora arrivare.

 (Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Il 25 giugno la squadra di Rehhagel è di scena a Lisbona. Di fronte c’è un ostacolo all’apparenza insormontabile: i campioni in carica della Francia. Zinedine Zidane e compagni sono reduce da un mondiale nippo-coreano deludente e hanno fame di rivincita. La Grecia arriva all’appuntamento con la leggerezza di chi non ha niente da perdere. Barthez salva sulla linea su Karagounis e Henry mette a lato un comodo colpo di testa. È una partita piacevole, in cui a mettersi in mostra è sopratutto la personalità dei greci. Pungenti in avanti e ordinati in fase di copertura. Nervosismo e frustrazione logorano i francesi, raggiungendo l’apice al minuto 65. Zagorakis va via a Lizarazu con un elegante sombrero. Alza lo sguardo cercando il posizionamento a centro area di Charisteas. Il cross del capitano ellenico è preciso, il colpo di testa dell’attaccante imperioso. Barthez è completamente spiazzato. La Grecia è in vantaggio. Per la Francia è un colpo che equivale a un gancio destro da K.O. La squadra di Santini si riversa nella metà campo avversaria. A pochi minuti dalla fine Henry si ritrova sulla testa la palla dei supplementari, ma la sfera sfiora il palo. Non ci saranno altre occasioni.

Il primo giugno si gioca la semifinale. Per tutti la Repubblica Ceca sarà la seconda finalista di Euro 2004. I Cechi vengono da quattro vittorie su quattro incontri, hanno il Pallone d’Oro in carica Pavel Nedvede e il capocannoniere del torneo, Milan Baros. Sono in pochi quelli che ancora puntano sulla favola greca. Pensare che possa ripetere l’impresa compiuta nei quarti sembra pura utopia. Rosicky coglie subito la traversa e Jankulovsky impegna in più di un’occasione Nikopolidis. Prima dell’intervallo però esce per infortunio Pavel Nedved. È il centro emotivo della squadra e la sua assenza non è banale. Tecnicamente non ci sarebbe partita. I cechi sono nettamente superiori. In mezzo al campo Rosicky signoreggia dispensando giocate e occasioni per compagni, eppure la rete non arriva. Koller si trova davanti a Nikopolidis ma mette la palla incredibilmente fuori. Nonostante le difficoltà il muro greco regge. I tempi supplementari sono inevitabili. Ed è a questo punto che la Grecia capisce di poter portare a casa la vittoria. Due volte Giannakoupolous e Dellas confezionano le prime occasioni elleniche. Tra le maglie ceche comincia a diffondersi stanchezza e scoramento. Si arriva così al 115esimo minuto. Tsiartas va dalla bandierina. Il suo sinistro è teso verso il primo palo. Lì è piazzato il difensore centrale della Roma Traianos Dellas. Il suo è un colpo di testa rabbioso e liberatorio. Cech non accenna al minimo movimento. Mancano ancora quindici minuti ma non c’è anima viva che non sappia che quella è la rete della finale.

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Quando Basinas è sulla bandiera di quel calcio d’angolo, al dodicesimo del secondo tempo della finale contro il Portogallo, dietro alle sue spalle c’è quindi un’esperienza calcistica mai vista a questi livelli. La palla del centrocampista del Panathinaikos ricade sul primo palo. In quella zona è appostato Charisteas. Il portiere Ricardo sbaglia completamente l’uscita. L’anticipo è fin troppo facile, come il colpo di testa che porta in vantaggio la Grecia. Il Da Luz è uno stadio ammutolito, immobile. Proprio come il Portogallo. Confusione e tensione regnano tra i lusitani. I tentativi per arrivare al pari sono innocui e disordinati. Al fischio finale dell’arbitro tedesco Merk una delle pagine più belle della storia del gioco viene ufficializzata. La Grecia è campione d’Europa. Zagorakis è chiamato a sollevare la Coppa. Per Rehhagel è il capolavoro di una carriera.

Quella della Grecia però non è soltanto una vittoria. È un incantesimo. E come tutti gli incantesimi si esaurisce dopo poco tempo. Un solo punto raccolto nella Confederations Cup 2005, eliminazione nelle qualificazioni per i Mondiali del 2006 e, solo dopo una profonda ricostruzione, è arrivato il pass per gli Europei 2008. Tra i giocatori protagonisti nessuno riesce a svoltare la propria carriera. Il match winner della finale Angelos Charisteas verrà acquistato dall’Ajax come una seconda scelta. Traianos Dellas rimarrà una riserva nella Roma. Seitaridis non riuscirà ad imporsi nel Porto campione d’Europa. Il capitano Zagorakis otterrà un contratto dal Bologna, ma non riuscirà a imporre la personalità trascinante messa in mostra in quel magico mese. Otto Rehhagel rimarrà sulla panchina della Grecia fino al mondiale 2010. La sua nazionale è stata una meravigliosa, indispensabile quanto isolata parentesi del calcio contemporaneo. Necessaria per affermare che il calcio è ancora uno sport capace di produrre storie straordinarie.

(Photo by Milos Bicanski/Getty Images)

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