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Perché Conte è fissato con Vidal

By 21 Settembre 2020

La retorica della guerra e la visione del terreno di gioco come un campo di battaglia sono elementi essenziali dell’idea di calcio di Antonio Conte. E Vidal, con quel piglio così audace, quell’estetica così spavalda e soprannomi come il Guerriero o King Arturo, si è dimostrato da subito un eccellente soldato con cui stipulare un “patto di sangue”.

 

 

Nel suo podcast Daimon, la scrittrice Violetta Bellocchio parla di ossessioni, e le definisce «una cosa buffa». In effetti, sfuggendo all’aspetto patologico e pericoloso, c’è un tratto velatamente comico nel concentrarsi morbosamente su qualcosa che al contempo può affossarti o farti raggiungere grandi traguardi. Chiamare ossessioni quelle che Antonio Conte coltiva per alcuni giocatori è certamente eccessivo, ma sono pensieri talmente fissi da apparire, in qualche modo, buffi. Ci sono nomi che gli ronzano nella testa di continuo, che niente, né il tempo né il cambiamento, riesce a scacciare via. 

Romelu Lukaku era uno di questi, al punto che nemmeno un mese dopo l’inizio della sua avventura con l’Inter, Conte aveva già lanciato una delle sue frecce velenose verso la società che non riusciva ad accelerare la trattativa per portare in nerazzurro l’attaccante belga («Pensavo fossimo avanti, e invece siamo molto indietro, dobbiamo darci una mossa»). Un altro è Arturo Vidal, accostato all’Inter in diverse sessioni di mercato e in arrivo oggi al Suning Training Center. Secondo quanto riportato da diversi media, lo scorso gennaio Conte lo aveva caldamente suggerito alla dirigenza – per non dire espressamente richiesto – , convinto che sarebbe stato il giocatore ideale per rendere la rosa più competitiva e tentare l’assalto allo scudetto. A Milano, però, è sbarcato Christian Eriksen, e lo scarso impiego dell’ex Tottenham nei suoi primi mesi in Italia, lascia pensare che tra i motivi del malcontento che hanno portato Conte a mettere fortemente in discussione il suo futuro all’Inter nel finale della scorsa stagione, ci fosse anche la delusione per non avergli messo a disposizione il suo vecchio pupillo. 

 (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

Se Lukaku era un’ “ossessione” con una dose di suggestione, visto che Conte non la aveva mai allenato, Vidal era quella che potremmo semplicemente chiamare “ossessione” per l’ex. Una “patologia” che colpisce soprattutto gli allenatori con rigorosi codici di coaching. Quelli, tanto per intenderci, che non modellano un sistema e un’idea di gioco sulle caratteristiche dei giocatori, ma al contrario, quelli talmente legati a un sistema, a un’idea di gioco e un impianto di valori che solo giocatori con determinate caratteristiche possono farne parte. È chiaro che per questi tecnici puntare su calciatori con cui hanno già lavorato, da cui sanno esattamente cosa aspettarsi, è al contempo una garanzia e una tutela. E Antonio Conte, in questo senso, è tra gli allenatori che più guardano indietro, che più amano l’usato sicuro, perché poco attratti dal rischio e dalla sperimentazione. Che al fascino della scoperta preferiscono la familiarità delle situazioni. 

Non c’è tempo da perdere per chi punta a vincere il prima possibile. Nella testa di Conte le lancette corrono troppo veloce per lavorare a lungo sull’inserimento di tanti nuovi giocatori nel suo calcio iper-codificato. Il rodaggio è un intoppo, un ostacolo da evitare. Meglio dunque affidarsi a chi già conosce il metodo di lavoro, le sue esigenze di tecnico. Così nascono le “ossessioni” di Conte, dalla rigidità del pensiero e dal terrore della sconfitta. Nella lista consegnata alla dirigenza per il mercato – stando ai profili di cui si parla -, non a caso compaiono altri giocatori che Conte ben conosce: N’Golo Kanté, Emerson Palmieri, Marcos Alonso, tutti suoi ex al Chelsea, proprio come Victor Moses, richiamato “in servizio” dalla Turchia – sponda Fenerbahçe – lo scorso gennaio per raggiungere a Milano il suo vecchio comandante. 

(Photo by Aitor Alcalde/Getty Images)

Quello per Arturo Vidal è un debole di lunga data. Quando la Juventus lo acquistò dal Bayer Leverkusen per 10,5 milioni, nell’estate del 2011, Conte non sapeva molto di lui. Bastarono pochissime settimane, però, per capire che il cileno disponeva di tutte le qualità che l’allenatore salentino cerca nei suoi centrocampisti. Prima su tutte lo spirito da lottatore che anima Vidal. La retorica della guerra, la visione del terreno di gioco come un campo di battaglia dove lasciare tutto, sono elementi essenziali della lente attraverso cui Conte guarda il calcio. E Vidal, con quel piglio così audace, quell’estetica così spavalda e soprannomi come il Guerriero o King Arturo, si era dimostrato da subito un eccellente soldato con cui stipulare un “patto di sangue”. 

Poi c’è l’aspetto tecnico. Come detto Vidal ci mise pochissimo a farsi apprezzare dal suo allenatore, e ben presto divenne un perno fondamentale della Juve che vinse il suo primo titolo dalla resurrezione post-Calciopoli. Sia nel 4-3-3 con cui i bianconeri iniziarono la stagione, sia dopo la svolta al 3-5-2 poi divenuto marchio di fabbrica del calcio contiano, il cileno occupava la posizione di mezzala destra. Un ruolo perfetto per esaltare il suo talento multiforme, ancor più grazie ai compiti affidatigli da Conte. Quando l’azione partiva dalla sua parte, Vidal si poneva come sostegno per favorire la costruzione; quando invece il gioco si sviluppava sul lato opposto, Vidal, innescato dai piedi magici di Pirlo o da quelli di Bonucci, sfruttava una delle sue migliori qualità, l’attacco dello spazio. L’aggressività in fase di non possesso, l’abilità nella finalizzazione e una certa vena creativa, completavano il ritratto di un giocatore destinato a diventare “totale”. 

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Una parabola favorita dall’incrocio con Pep Guardiola, che Vidal trova sulla panchina del Bayern Monaco al momento del suo passaggio al club tedesco nel 2015. Con l’allenatore spagnolo, Vidal allarga i confini del suo calcio, assimila i princìpi del gioco di posizione ed esplora con costanza il ruolo di centrocampista centrale e quello di trequartista. Pochi mesi fa, lo stesso Guardiola, non esattamente un fanatico del conflitto, in un’intervista per Catalunya radio non ha potuto fare a meno di affidarsi a un richiamo militaresco per descrivere il centrocampista cileno: «Al Bayern ci ha dato delle qualità che non avevamo: guarda il calcio in faccia. Ho degli ottimi ricordi di lui, e se dovessi andare in guerra non sarebbe male andarci con lui». Una dichiarazione che avrà fatto venire la pelle d’oca ad Antonio Conte, l’allenatore con cui Vidal ha giocato più partite (111), segnato più gol (34) e realizzato più assist (19).

Sono stati diversi i momenti, in questi anni da separati, in cui Conte avrà pensato con orgoglio, affetto e malinconia ad Arturo Vidal. Anche nella sua esperienza al Barcellona, il contesto  filosoficamente più distante dal credo calcistico di Conte, Vidal ha dato occasione al suo vecchio demiurgo di ripensare ai tempi passati con nostalgia, stimolando in lui una riflessione approfondita sulla possibilità di un loro ricongiungimento. Come la partita eroica giocata dal cileno nella semifinale di ritorno della Champions League 2018-2019, quando, nell’inferno di Anfield Road, fu l’unico tra i giocatori blaugrana a non farsi annichilire dalla furia cieca del Liverpool, giocando con coraggio e qualità, e dimostrando di avere un’anima fuori dal comune. Ma gli ammiccamenti non sono stati solo indiretti: «Abbiamo un ottimo rapporto. Sa che sono un vincente, che può fidarsi di me», ha detto Vidal in una intervista rilasciata alla rivista “El Periódico” durante il lockdown. 

(Photo by Buda Mendes/Getty Images)

Già, la mentalità vincente. Quella che Antonio Conte è convinto manchi alla sua Inter, ricca di ottimi giocatori che in carriera, però, hanno alzato al cielo poco o niente. È questa che ricerca fortemente nel mercato, insieme all’esperienza, alla capacità di rimanere lucidi e positivi nei momenti clou della stagione, quando la volontà di vincere deve dominare sulla paura di perdere. Ed è anche la caccia a queste virtù ad alimentare la sua “ossessione” per Vidal, tra i pochissimi a vincere otto campionati di fila con tre diverse squadre in tre diversi campionati. 

Non è difficile capire i motivi per cui Conte lo abbia cercato con insistenza, anche se il cileno, oggi, non è di certo quello che aveva lasciato. Se da una parte ha messo tante cose nuove nel suo bagaglio di calciatore, dall’altra a 33 anni lo smalto non può essere quello di una volta. Ciò che di prezioso Vidal può offrire, è la natura competitiva di chi quando perde non abbassa semplicemente la testa camminando in avanti, ma si logora; oltre alla perfetta immersione nel sistema di gioco interista: Vidal non solo conosce a memoria i meccanismi del calcio di Conte – per quanto negli anni abbia comunque subìto mutamenti, soprattutto in fase di non possesso – ma sembra il giocatore di cui Conte ha più bisogno. Un giocatore che può ricoprire il ruolo di mezzala (con compiti simili a quelli che svolgeva nella Juve) o di trequartista, abilissimo nell’attacco alla porta, prezioso in fase di pressing e riconquista (soprattutto per il suo modo tentacolare di strappare il pallone dai piedi degli avversari nei modi più strani e disparati), capace di trattare il pallone, e in grado di garantire i gol che l’anno scorso, da parte dei centrocampisti nerazzurri, sono stati pochi. 

Con l’arrivo del cileno, l’Inter aumenta il suo spessore e porta a casa un giocatore in cerca di riscatto dopo l’annata turbolenta vissuta in Catalogna, terminata con un’umiliazione senza precedenti. Uno che sa come si vince, in una stagione in cui la proprietà nerazzurra sembra aver sacrificato parte della progettualità sull’altare della vittoria immediata, e della conseguente interruzione del dominio juventino. Obiettivo che per Conte, c’è da scommetterci, rappresenta un’altra “ossessione”. 

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