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Perché in Bielorussia si continua a giocare?

By 31 Marzo 2020

La Bielorussia è l’unico Paese che non ha fermato il proprio campionato. Perché un governo autocratico non può rinunciare al suo circo

Millesettecentocinquanta. Tanti erano gli spettatori registrati sabato scorso allo stadio Torpedo per il derby di Minsk tra il Futbol’ny Club e la Dinamo. Esattamente la metà della capienza dell’installazione sita nella periferia sud della capitale bielorussa.

Mentre i padroni di casa si imponevano per 3-2, a pochi km di distanza il presidente Aleksandar Lukashenko si dilettava in una partita di hockey su ghiaccio, dimostrandosi, come di costume, totalmente estraneo a quanto accadeva nel resto di un mondo sospeso per l’emergenza coronavirus. Si tratta, infatti, di un governatore alla vecchia maniera sovietica e dell’unico capo di stato saldamente al potere in maniera continua dal 1994, ossia poco dopo la totale indipendenza della ‘Russia Bianca’ dalla ‘Grande Madre’.

Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko durante la partita di hockey di domenica scorsa (Andrei Pokumeiko/BelTA Pool Photo via AP).

 

Recinto

La Bielorussia è un territorio di circa 208 mila km quadrati, praticamente ⅔ dell’Italia. Senza sbocchi sul mare e con una popolazione di meno di 10 milioni di abitanti, è un paese quasi del tutto chiuso al commercio internazionale, Grande Madre Russia esclusa, e che fa leva sulla propria produzione, soprattutto a livello primario.

Il retaggio sovietico sembra non aver mai lasciato questo territorio nel quale il flusso turistico è molto scarso durante tutto l’anno e la sua portata non è aumentata in maniera rilevante dopo la decisione del governo presa tre anni fa di permettere agli stranieri di passaggio l’accesso all’interno delle frontiere domestiche anche senza visto.

22 marzo 2020: alcune donne in abiti tradizionali bielorussi sfilano prima del match di Coppa bielorussa fra FC Slutsk d Slavia Mazyr (Photo by Natalia FedosenkoTASS via Getty Images)

Parliamo dunque di un recinto autoreferenziale nel quale la produzione principale, ovviamente sotto il controllo dello Stato, è dedicata principalmente a prodotti come la vodka e gli ortaggi. Il calcio, invece, vive all’ombra dell’hockey su ghiaccio, lo sport nazionale, e il suo sviluppo, a differenza di quanto accaduto in Russia e in Ucraina, non è stato favorito da massicce iniezioni di liquidi di oligarchi con l’intenzione di fare business o addirittura lavare denaro.

Ciò nonostante, in questo recinto si disputa in questo momento l’unico torneo di calcio professionistico europeo, uno show mai capace di espatriare fino a pochi giorni fa, quando la televisione russa Match Tv ha deciso per la prima volta di acquisire i diritti della Vyšėjšaja Liha. Questo campionato, in vigore dal 1992, non ha mai avuto appeal neanche per i più stravaganti nerd del pallone, eppure adesso ha approfittato del blocco generale della giostra calcistica per ergersi a unica attrazione del pallone.

 

Vodka e controlli

(Photo by Natalia FedosenkoTASS via Getty Images).

“Bere vodka, fare la sauna e lavorare per uccidere il virus”. Questo il consiglio lanciato urbi et orbi dal presidente bielorusso, un padre padrone al comando dell’unico paese europeo dove ancora vige la condanna a morte. Non stupisce, dunque, che il solo torneo a giocarsi – o meglio ad essere iniziato – nel contesto infernale di una crisi sanitaria mondiale abbia luogo in un paese da sempre asettico e distaccato dalle dinamiche che gli ronzano intorno.

L’inizio della primavera, per ragioni climatiche, corrisponde con l’inizio del torneo bielorusso, e anche stavolta è stato così. In effetti, contestualizzando la situazione locale, possiamo vedere come oltre al consumo di vodka il governo incentivi in maniera assidua anche il prosieguo del campionato locale.

L’invito a non farsi prendere dal panico è arrivato dal ministro della Sanità Vladimir Karanik, il quale la settimana scorsa aveva affermato: «La situazione relativa alla diffusione del coronavirus in Bielorussia è sotto controllo e il campionato di calcio può dunque continuare».  Numeri alla mano, la situazione nell’ex paese sovietico sembra essere per ora sotto controllo: degli scarsi 100 casi di positività non si conta nessun morto e 22 persone sono state dichiarate guarite. Inoltre, le misure prese dal governo locale si basano su isolamenti mirati nelle quattro zone dichiarate potenzialmente potenziali focolai (una è ovviamente la capitale Minsk) e su una serie importante di tamponi effettuati a tappeto. Misure quasi draconiane e sul modello del governo sudcoreano, che si è distinto come uno dei più abili nel riuscire a frenare l’avanzata del contagio del Covid-19 dopo averne individuato un focolaio importante.

 

Tra ironia e paura

(Photo by Natalia FedosenkoTASS via Getty Images)

Il più famoso calciatore bielorusso della storia, l’ex Arsenal e Barcellona Aleksandar Hleb, ne ha approfittato per fare un po’ di pubblicità gratuita al campionato del suo paese con una battuta: «Tutto il mondo adesso guarda il campionato bielorusso. Forse Lionel Messi e Cristiano Ronaldo potrebbero venire in Bielorussia per continuare a scendere in campo, no? Almeno la gente in Bielorussia sarà contenta».

Una dichiarazione ironica forse un po’ troppo ambiziosa che però riflette il velato ottimismo dei bielorussi in questo momento. Ciò nonostante, come accade in ogni paese, ad avere principalmente paura sono i tifosi. Il derby del weekend scorso ha avuto una discreta affluenza, eppure la media degli spettatori presenti allo stadio è di 2000 a partita, praticamente la metà rispetto a quanto registrato nella stagione 2019.

Il consumatore di calcio medio in Bielorussia non riceve la stessa attenzione dei calciatori, i quali vengono costantemente riforniti di mascherine e saponette per procedere a una regolare profilassi, oltre a venire monitorati costantemente con misurazioni di febbre ed appositi tamponi.

(Photo by Natalia FedosenkoTASS via Getty Images)

I tifosi, ai quali viene presa la temperatura prima di entrare allo stadio, hanno come unica misura preventiva la disinfezione delle strutture prima e dopo il match al quale presenzieranno. Almeno per ora, dunque, in un paese che si vede costantemente allo specchio ignorando quando accade al di fuori del suo recinto, il campionato va avanti, e l’opzione porte chiuse non è nemmeno presa in discussione. A dirlo è stato il portavoce delle federcalcio bielorussa Alexsandar Aleynik: «È una misura inutile da adottare perché la gente si potrebbe comunque riunire fuori lo stadio».

La figlia della Grande Madre Russia non si ferma. E il suo mediocre campionato di calcio nemmeno. I sudditi dell’ultimo regime continentale, storditi dalla vodka, non possono fermare quel poco denaro che circola nel paese. E, evidentemente, hanno bisogno di una distrazione di massa dozzinale per non pensare troppo.

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