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Perché la Bosnia non riesce più a qualificarsi per un grande torneo?

By 15 Novembre 2019

La partecipazione ai Mondiali brasiliani sembrava l’inizio di un epoca d’oro per il calcio della Bosnia – Erzegovina. E invece quella che sembrava una delle Nazionali più interessanti si è spenta quasi subito

Il 3 marzo 2019 la Bosnia-Erzegovina ha compiuto ventisette anni. Sembrerebbero tanti. Sono pochi. Quando la osservi dritta negli occhi, la sua capitale Sarajevo ti restituisce l’immagine di un adulto ancora immaturo, inconsapevole del futuro e incapace di vederne uno.

A Sarajevo palazzi e architetture, così come le persone che li abitano, mostrano orgogliosi la loro bellezza e la saggezza dei loro lineamenti, ma non intendono rinunciare all’eterno spirito infantile, a quell’umorismo tanto noto nei Balcani che fin qui ha permesso loro di sopravvivere a tante guerre e dominazioni. Gli edifici conservano proiettili e fori causati dagli spari, le persone fanno autoironia su quei tempi bui, lontani dagli occhi ma vicini al cuore. E insieme ridono, amaramente.

I primi tre anni e mezzo, la Bosnia-Erzegovina li ha vissuti malnutrita e senza famiglia, tra bombe e tragiche uccisioni. Nel 1996, a guerra conclusa, ha cominciato il suo percorso di recupero, ma ha ben presto scoperto di aver contratto una miopia che le impedisce di guardare avanti, al di là del momento presente.

Il passato è sempre accanto, visibile e pronto per essere osannato o maledetto, mentre del futuro non v’è traccia. Richiede fatica, guardare a ciò che ancora non è distinguibile all’occhio, e quella lungimiranza impossibile da scorgere per un Paese affetto da miopia.

Edin Dzeko e Vedad Ibisevic in azione durante l’amichevole internazionale contro l’Argentina del 18 novembre 2013 (Photo by Jamie Squire/Getty Images).

Un sogno, in realtà, c’è stato e si è addirittura avverato. Il 15 ottobre 2013, un cross di Džeko pescò libero al centro dell’area lituana dello Stadio Darius e Girènas di Kaunas l’accorrente Ibišević che segnò e portò con sé in Brasile un Paese di circa tre milioni e cinquecento mila anime. La Bosnia-Erzegovina accedeva per la prima volta alla fase finale di un grande torneo, dopo aver sfiorato più volte la qualificazione a Mondiali ed Europei nel decennio precedente.

Entusiasmo e una generazione graziata dal talento erano riusciti là nel Paese in cui i cittadini non trovano residenza a programmazione e visione a lungo termine. Ma la concedono, alla programmazione e alla visione a lungo termine degli altri Paesi: quindici elementi della rosa che partecipò al Mondiale 2014 erano nati o cresciuti all’estero; cinque degli otto formatisi in Bosnia-Erzegovina si erano trasferiti in Paesi calcisticamente più sviluppati tra i 18 e i 21 anni, tra cui Edin Džeko, bollato come inadatto dallo Željezničar che pensava di aver fatto un affare quando nel luglio del 2005 lo vendette al Teplice in Repubblica Ceca per 80 mila euro.

Miralem Pjanic, Elvir Rahimic (sinistra) e Haris Medunjanin al fischio di inizio del match di qualificazione a Euro 2012 contro il Portogallo (Photo by Jasper Juinen/Getty Images).

Germania (Begović, Bičakčić, Kolašinac, Bešić, Misimović, Fejzić, Mujdža, Salihović), Austria (Hadžić), Svizzera (Ibišević e Lulić), Canada e Inghilterra (Begović), U.S.A. (Ibišević), Belgio (Tino-Sven Sušić), Paesi Bassi (Medunjanin), Lussemburgo e Francia (Pjanić) sono stati i Paesi che hanno accolto quindici di quei ventitré figli di una Bosnia-Erzegovina convalescente e glieli hanno restituiti sani e già pronti. Safet Sušić, leggenda del FK Sarajevo e CT del sogno che stiamo ricordando, non ci pensò su due volte e assemblò tutta la qualità che aveva a disposizione.

Nelle qualificazioni, dalla metà campo in avanti, quella squadra poteva schierare calciatori del calibro di Senad Lulić, Miralem Pjanić, Zvjezdan Misimović (20 assist e 7 gol nel Wolfsburg campione di Germania nel 2009), Vedad Ibišević (18 gol e 7 assist nel girone d’andata del primo anno in Bundesliga dell’Hoffenheim prima di rompersi il crociato) e la stella Edin Džeko. Era un 4-2-3-1 armonioso e piacevole da vedere in fase di possesso, ma tremendamente caotico e autodistruttivo in fase difensiva.

Foto LaPresse/Fabio Ferrari

Quando la palla era di proprietà della squadra rivale, quella Bosnia-Erzegovina non sapeva bene come comportarsi. Così come non seppero come comportarsi i vertici federali, tanto inebriati dal successo quanto incapaci di progettare uno sviluppo efficace dei settori giovanili e delle varie rappresentative minori per garantire all’exploit del 2014 un seguito e alla selezione bosniaco-erzegovese un futuro.

Negli anni successivi, la rappresentativa maggiore, riconosciuta a livello mondiale per la presenza di Džeko e Pjanić, ha fallito l’infallibile, gettando al vento le opportunità che si era guadagnata scalando posizioni nel ranking UEFA (addirittura 13esima nell’ottobre 2013) che le hanno permesso di essere sorteggiata in gruppi di qualificazione meno proibitivi.

Ha fallito l’accesso all’Europeo 2016: nonostante l’allargamento a 24 squadre, nel gruppo B che comprendeva Belgio e Galles, poi qualificate, ha perso la prima gara casalinga contro Cipro e la trasferta in Israele, conquistando soli due punti nelle prime cinque gare e compromettendo sin dall’inizio il proprio cammino; verrà poi definitivamente eliminata dall’Irlanda ai playoff.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images).

Ha fallito la qualificazione al Mondiale 2018, finendo dietro il Belgio primo e a due punti dalla Grecia; decisiva ancora una volta una sconfitta contro Cipro per 3-2, questa volta a Nicosia e in rimonta (la Bosnia-Erzegovina era avanti 2-0 a fine primo tempo).

Sta fallendo in questo ciclo di qualificazione all’Europeo 2020, all’interno di quello che i media locali hanno considerato all’unanimità il girone più abbordabile in cui sia mai capitata la Bosnia-Erzegovina. Alla vigilia, la Finlandia, la Grecia attuale, l’Armenia e il Liechtenstein non raffiguravano ostacoli insormontabili, ma il calcio giocato e le sconfitte di Tampere e Yerevan hanno riconsegnato all’ex repubblica jugoslava la deludente e frustrante realtà in cui vive da quando è nata.

“I tifosi si creano aspettative irreali, figlie di una generazione d’oro che non c’è più”, affermava l’ex CT Mehmed Baždarević a Goal.com nell’ottobre 2017in seguito alla mancata qualificazione al Mondiale di Russia, sentenziando che “non abbiamo giocatori di qualità oltre a Džeko e Pjanić”.

(Photo by Ian Walton/Getty Images).

Nella stessa intervista Baždarević puntava il dito contro il fallito ricambio generazionale. D’altronde, come accennato precedentemente, una delle cause di questo mancato salto di qualità è da ricercare nello scarso progresso delle selezioni giovanili a cui, come accade per la Nazionale maggiore, vengono spesso assegnati allenatori dal nome altisonante ma dal curriculum scadente; è questo il caso dell’attuale CT Robert Prosinečki, indimenticato campione passato per Barcellona e Real Madrid ma che da allenatore ha vinto solo una Coppa di Serbia con l’invincibile Stella Rossa, e lo stesso Baždarević, icona dello Željezničar e del Sochaux da calciatore ma il cui massimo successo da allenatore è il premio come tecnico dell’anno della Ligue 2 ottenuto nel 2004 quando sedeva sulla panchina dell’Istres.

Nel decennio in corso, le rappresentative U19, U20 e U21 hanno confermato il trend negativo che perdura dall’anno dell’indipendenza non riuscendosi a qualificare a nessun grande torneo. L’U17 ha mostrato qualche timido segnale di crescita, partecipando a tre edizioni consecutive degli Europei di categoria (2016, 2017 e 2018), ma uscendo sempre al primo turno. Troppo poco per un Paese in cui il talento germoglia pur non vedendo la luce e che osserva inanellare un successo dietro l’altro alle vicine Serbia e Croazia, nazioni con cui, prima della dissoluzione della Jugoslavia, contribuiva a formare squadre di grande livello.

I più attenti avranno notato che la Bosnia-Erzegovina è stata definita “Paese” e la sua nazionale “rappresentativa”, “selezione” o semplicemente “squadra”, mentre a Croazia e Serbia è stato attribuito il termine “nazioni”.

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Foto LaPresse/Marco Alpozzi

La scelta non è affatto casuale, né tesa a evitare ripetizioni, bensì riflette quello che è lo status sociale di un territorio su cui soffia ancora forte il vento dell’ostilità e in cui le tre etnie principali del Paese (bosgnacchi, croato-bosniaci e serbo-bosniaci), o meglio i partiti politici che danno loro voce, mirano a creare divisioni per mantenere lo status quo, preservare i loro interessi e fare il male della collettività.

La Bosnia-Erzegovina è ancora oggi uno Stato dall’organizzazione molto complessa, diviso in due entità e un distretto autonomo e con una presidenza tripartita, il cui comando è preso a rotazione ogni otto mesi dai rappresentati dei partiti delle tre etnie principali.

Una struttura simile ha gestito anche la Federcalcio fino al 2011. Il 1 aprile di quell’anno la FIFA decise di bloccare tutte le attività della federazione bosniaco-erzegovese, ritornando poi sui suoi passi come auspicava l’allora CT Sušić: “Queste persone non sono in grado di amministrare la Federcalcio, sì, ma questo è anche dovuto al fatto che viviamo in un Paese etnicamente diviso e in un sistema disfunzionale che danneggia anche il calcio. Non sarebbe giusto negare ai calciatori, che non hanno colpe proprie, la possibilità di qualificarsi a Euro 2012, sarebbe come mandare gente innocente in prigione”. Dopo aver rimosso la sanzione, la FIFA creò un comitato di normalizzazione per condurre la federazione locale a nuove elezioni e a una gestione federale più sana.

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Foto LaPresse/Fabio Ferrari

Il sogno della Bosnia-Erzegovina di qualificarsi a Euro 2012 si infrangerà sul rigore realizzato da Samir Nasri nello scontro diretto di Parigi e a dicembre 2012 Elvedin Begićverrà eletto primo presidente unico della NFSBiH. La ristrutturazione della federazione ha certamente offerto stabilità al calcio locale ed evitato ulteriori sanzioni, ma non ha curato la miopia che colpisce persone e istituzioni del Paese.

Questa mancanza cronica di visione è evidentemente la causa della situazione odierna della Bosnia-Erzegovina. Un esempio è la Premijer Liga, il campionato locale, in cui i club hanno come unico obiettivo la sopravvivenza e, se possibile, puntano a centrare la qualificazione ai primi turni delle competizioni UEFA per incassare il denaro necessario per sistemare il bilancio e fare mercato; nell’estate 2018 lo Zrinjski di Mostar, campione per tre stagioni consecutive dal 2016 al 2018, riscosse 1 milione e 80 mila euro dalle sei gare europee disputate tra preliminari di Champions League ed Europa League, una cifra esorbitante per il contesto bosniaco-erzegovese e che quell’anno ha costituito l’entrata principale per la società. Questo scenario dovrebbe favorire il potenziamento dei settori giovanili, ma così non è.

C’è carenza di infrastrutture e formazione e i risultati dei club bosniaco-erzegovesi che affrontano il percorso della Youth League riservato ai campioni nazionali è lì a dimostrarlo. L’unica avventura degna di nota l’ha percorsa lo Željezničar nella stagione 2017/2018 arrivando al playoff poi perso dignitosamente contro l’Atlético Madrid per 3-1.

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(Photo by Jamie McDonald/Getty Images)

Lo Željezničar, uno dei due club principali della capitale e tra i più blasonati dell’ex Jugoslavia, è probabilmente la società che meglio lavora con i giovani. Oltre a Džeko, dallo Stadio Grbavica sono usciti Edin Višća, uno dei pilastri dell’Istanbul Başakşehir, l’ex promessa del Liverpool Armin Hodžić, la piacevole sorpresa dell’ultimo biennio Amer Gojak, classe 1997 e ora protagonista con la Dinamo Zagabria in Champions League, e una delle novità dell’ultima lista di convocati, Haris Hajradinović, autore di due gol in questo avvio di stagione in Turchia con la maglia del Kasımpaşa.

Una manciata di nomi che non basta a risollevare le sorti di un movimento calcistico che ha campato di rendita per qualche anno grazie alle qualità innate di un gruppo forse irripetibile, ma che non è mai effettivamente sbocciato.

Dalla qualificazione a Brasile 2014, dunque, non solo la qualità complessiva della rosa della Bosnia-Erzegovina è calata, tornando sui suoi standard addirittura senza la presenza di calciatori del campionato locale, ma si è anche alzata l’età media – al diminuire della qualità si è passati dai 26,56 anni del Mondiale 2014 agli attuali 27,08. Un quadro inquietante su cui è dipinto un futuro piuttosto oscuro dalle parti di Sarajevo.

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Foto LaPresse/Marco Alpozzi

Per non parlare dell’appeal sempre più decrescente che una Bosnia-Erzegovina indebolita e senza un progetto solido alle spalle esercita nei confronti dei figli della diaspora. Con l’avanzare delle generazioni, il legame tra i ragazzi nati e cresciuti all’estero e la Bosnia-Erzegovina si allenterà inevitabilmente e la rappresentativa balcanica sarà in grado di attrarre solamente quei calciatori che non trovano spazio nelle nazionali dei Paesi a cui ambiscono o a cui si sentono, chiaramente, più legati.

Anche quando si tratta delle vicine Serbia e Croazia: vedi il bosniaco di etnia croata Mato Jajalo, ex capitano dell’U21 croata che l’anno scorso, non scovando spiragli di titolarità nella Croazia di Dalić, ha preferito optare per la Bosnia-Erzegovina, Paese in cui è nato e dal quale poi in tenera età ha raggiunto la Germania durante la guerra degli anni ‘90.

Ma in futuro? Anel Ahmedhodžić (difensore classe 1999 della Svezia U21) e Dženis Burnić (centrocampista classe 1998 della Germania U21), due tra le maggiori promesse europee di origini bosniaco-erzegovesi, sceglieranno la Bosnia-Erzegovina o, come Haris Seferović, la nazionale del Paese che li ha messi al mondo? E se sceglieranno la Bosnia-Erzegovina per quale motivo lo faranno?

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Foto LaPresse/Fabio Ferrari

In attesa di una risposta a questa domanda e ai dubbi sollevati in precedenza, non si può far altro che essere d’accordo con le dichiarazioni rilasciate da Pjanić a ottobre dopo la disfatta di Atene. “Siamo una squadra mediocre”, ha ammesso il centrocampista della Juventus dopo il 2-1 maturato contro una Grecia incerottata e in ricostruzione.

Una sconfitta che, nonostante due partite ancora da disputare contro Italia e Liechtenstein e la matematica ancora dalla parte dei balcanici, condanna la Bosnia-Erzegovina a rimandare il discorso qualificazione alla Final Four di Nations League del prossimo marzo. L’ennesima occasione per smettere i panni del bambino e sforzarsi di guardare al domani, nella speranza di poter sconfiggere quella miopia che rischia di accecare il Paese.

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