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Perché la Roma non riesce a dire addio ai suoi capitani

By 26 Maggio 2019

Attilio Ferraris, Agostino Di Bartolomei, Giuseppe Giannini, Francesco Totti, Daniele De Rossi. Ecco tutte le bandiere che i giallorossi non sono riusciti a salutare, trasformando una festa in una serata da amaro in bocca

Un’eredità intera che viene scialacquata in un momento. Anzi, in novanta minuti più recupero. Se c’è una cosa che proprio la Roma non riesce a fare è dire addio ai suoi capitani, alle sue bandiere, a chi, con quella maglia, è riuscito a scrivere un pezzetto di storia. Come se l’affetto accumulato in tutta una vita si trasformasse all’improvviso in freddezza. Anzi, peggio, in diffidenza. Perché tutti i simboli giallorossi hanno salutato la capitale con gli occhi colmi di lacrime e con la rabbia che si gonfia nello stomaco. Uno spartito che si ripete senza variazioni sul tema da più di ottant’anni. Con l’amore che prima si annacqua in affetto e poi evapora lasciando spazio al rancore.

Proprio come successo con Attilio Ferraris. Nel marzo del 1934, dopo appena 14′ la Roma sta vincendo il derby per 3-0. Sembra tutto facile, invece la Lazio riesce a rimettersi in carreggiata e a pareggiare la decima stracittadina della storia. Il presidente Sacerdoti decide di usare il pugno di ferro contro i suoi giocatori. “Il Banchiere di Testaccio” è furibondo e si lascia andare a un duro faccia a faccia con Ferraris IV, accusato di non essersi impegnato abbastanza. È la goccia che fa traboccare un vaso in bilico dal marzo del 1932m ossa da quando il presidente aveva deciso di infliggere una dura punizione a un gruppetto composto dal suo capitano, Bernardini, Chini e Fasanelli.

Allora i quattro, la sera prima di una partita in casa della Juventus (poi persa 7-1), erano sgattaiolati fuori dall’albergo torinese che ospitava la squadra per andare a vedere uno spettacolo della sensualissima regina del burlesque Josephine Baker. Una fuga che, evidentemente, non era stata pianificata nei minimi dettagli visto che, al momento di tornare in hotel, i quattro clandestini si erano fatti pizzicare in maniera piuttosto ingenua. Sacerdoti si era infuriato ed era passato alle vie di fatto: Bernardini era stato messo fuori rosa per sei mesi, Ferraris IV per due, mentre il quartetto viene multato per “gravissimi atti di indisciplina commessi in assoluta antitesi con le direttive di disciplina sportiva”.

Bernardini era sconvolto, si era presentato agli allenamenti vestito in borghese garantendo che non avrebbe mai più giocato con la Roma. Forse è anche per questo che la frattura si era ricomposta e i quattro evasi erano stati reintegrati. Dopo il derby del 1934, però, le cose sono molto diverse. Attilio Ferraris, che aveva deciso di cedere la fascia a Bernardini (dicendo: «A Fu’, tiè, tu sei er mejo») vuole lasciare la squadra. Sacerdoti, stanco delle marachelle del suo mediano, si convince a venderlo. Ma c’è il colpo di teatro. Alla fine Attilio Ferraris passa alla Lazio per 150mila lire più una clausola che gli impedisce di giocare contro la Roma, pena il pagamento di una penale di 25mila lire.

Il colpo più duro per i tifosi giallorossi va in scena il 18 novembre del 1934, quando nessuno pensava di vedere in campo Ferraris IV con la maglia della Lazio. E invece, il giorno prima della stracittadina, il presidente della Lazio, l’ingegner Enrico Gualdi si presenta nella sede giallorossa con un assegno. Pur di avere al loro fianco Attilio, infatti, i giocatori della Lazio si erano autotassati in modo da raggiungere la somma necessaria per liberare Ferraris. Sul dischetto di centrocampo di Campo Testaccio, Bernardini non rinnegherà l’amicizia con l’ex compagno di squadra e lo abbraccerà calorosamente. Peccato che i tifosi non la pensino nello stesso modo. Dalle gradinate parte il coro “Venduto! Venduto!”, mentre i laziali gongolano e rispondono orgogliosamente “Comprato! Comprato!”.

Capitani roma

Esattamente 50 anni più tardi si consuma il divorzio più doloroso. Nel luglio del 1984 è Agostino Di Bartolomei a lasciare la Roma. Un altro pezzo del sogno giallorosso che va in frantumi. A fine maggio i capitolini avevano accarezzato la Coppa dei Campioni. Poi erano arrivati quei rigori maledetti e la storia aveva preso una piega molto diverso. Per i tifosi non sarebbe stato facile rimettersi in piedi. Soprattutto se insieme alla coppa più importante vanno via anche Nils Liedholm e Ago. L’ultima di Agostino con la maglia giallorossa si gioca il 26 giugno 1984. Finale di Coppa Italia. Contro il Verona. Quel giorno i tifosi srotolano uno striscione diventato storico: «Ti hanno tolto la Roma ma non la tua Curva».

Ma, soprattutto, grazie a Giuseppe Giannini, riescono a far avere una lettera al Capitano. L’ha scritta Ludovica e viene ripresa anche dal Corriere dello Sport. «È difficile pensare che oggi sia il giorno del saluto… Come facciamo ad immaginarti con un’altra maglia uscire dal tunnel dell’Olimpico? Caro Agostino vorremmo piangerti in faccia, ma sarebbe giusto? Forse è meglio così, salutarsi con una lettera di tutto il gruppo… Quanto ti abbiamo ammirato, caro Ago, quanto abbiamo capito il tuo modo di essere, quanto l’abbiamo apprezzato…! Quel tuo non voler essere per forza “personaggio”, quella grinta, quell’abnegazione, quella volontà… ci saranno d’aiuto ovunque. … Ci salutavi alzando il braccio un po’ timido ma pieno di gratitudine… senza troppe scene, sincero con i tuoi tifosi. Sei stato un maestro per noi, in campo e nella vita, ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, ci hai fatto sentire orgogliosi di essere romani e romanisti, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma… Qualcuno potrebbe dire: i giocatori vanno, la Roma resta. D’accordo, ma tu non sei come gli altri per noi… sei parte di noi… Ci sembra anche stupido farti gli auguri per la tua nuova squadra, che senso avrebbe? Forse ancora non ci crediamo, non vogliamo crederci, non possiamo farlo… Caro Ago, segna per noi oggi, ci servirà per trovare coraggio, vogliamo le tue braccia che alzano la Coppa sotto la curva, vogliamo vederti sorridere sotto di noi, rideremo e piangeremo tutti perché avremo avuto un grande uomo che ci ha voluto bene. Tutti i ragazzi del Commando Ultrà Curva Sud».

Alla fine la Roma batte il Verona e Ago alza la Coppa Italia. Un tombolino di consolazione che non riesce a lenire il dolore. Né a fermare le lacrime. Il 7 luglio, alle 11 di mattina, nella sede del Milan si stappa lo Champagne. C’è da festeggiare l’arrivo di Di Bartolomei in rossonero. Giulio Accatino, giornalista di La Stampa, gli domanda: «Ma perché un romano di nascita e romanista di fede ha scelto il Milan?». La risposta di Ago è fredda: «Si erano rotti i rapporti. Non c’erano più amicizia e comprensione». E ancora: «A parte alcuni amici, pochissimi, la Roma mi ha respinto». Parole che suonano come un monito. Parole che fanno male. Ancora oggi.

Capitani Roma

Il 5 maggio del 1996 i capitolini perdono un altro pezzo di storia. È l’ultima partita con il lupo sul cuore di Giuseppe Giannini. Un addio arrivato al termine di un periodo burrascoso. Nel marzo del 1993, quando ancora i numeri andavano dall’1 all’11, la Roma perde il derby per 1-0. Perde il derby con il Principe Giannini che sbaglia un calcio di rigore. A fine partita Franco Sensi è furibondo. «Se uno ha un rigore e lo sbaglia, non è degno di stare in questa squadra. Doveva tirare un altro». Giannini risponde a modo suo: «Sensi dovrebbe ricordarsi di una certa finale di Coppa dei Campioni, di Conti e Graziani». E ancora: «Sono distrutto, quel rigore me lo ricorderò per tutta la vita».

I rapporti diventano ancora più tesi. Settimana dopo settimana Giannini vive da separato in casa. Perché 15 stagioni trascorse con la maglia della Roma sono un dettaglio del tutto irrilevante per il numero uno giallorosso. Alla fine, nel 1996, arriva la sua ultima partita con i giallorossi. Contro la Fiorentina, il capitano serve due assist e dà vita a una partita perfetta. L’ultimo atto prima di accasarsi allo Sturm Graz, poi Napoli e Lecce, in B. Ma il peggio deve ancora venire. Il 17 maggio del 2000, infatti, Giuseppe Giannini decide di dire addio al calcio giocato. Come? Con una grande festa all’Olimpico. Da una parte la Roma dei giganti “Tancredi, Righetti, Bruno Conti, Prohaska, Maldera, Chierico, Desideri e Voeller”, dall’altra una rappresentativa della Nazionale che ha giocato a Italia ’90. Il principe gioca il primo tempo con la maglia azzurra, in attesa di vestire il giallorosso nel secondo tempo.

Nell’intervallo Giannini viene prima omaggiato da Flora Viola, ma moglie dell’indimenticato Dino Viola, poi comincia un giro di campo fra le lacrime. In molti, però, scavalcano e invadono in campo. «Se non uscite dal campo non possiamo continuare questa festa» dice il Principe, prima di imboccare gli spogliatoi fra le lacrime. Riprendere il gioco è impossibile, viste anche le condizioni del campo (panchine e porte distrutte, zolle d’erba portate via). Tutto per una festa mancata che ha il sapore della beffa. Un saluto amaro, proprio come quello che ha vissuto Totti due anni fa e che vivrà Daniele De Rossi questa sera

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