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Perché l’Atalanta in Champions è un caso irripetibile

By 12 Agosto 2020

La Dea è arrivata ai quarti di finale di Champions League in modo anomalo: senza spendere grandi somme, senza campioni assoluti e leader riconosciuti in squadra, senza congiunture astrali favorevoli. Anche per questo la sua esperienza è destinata a rimanere unica

 

Ci sono diversi modi per arrivare ai quarti di finale della Champions League, il torneo per club più difficile e competitivo del mondo. Il primo è rappresentato dai benedetti soldi, la vil moneta, la pecunia, l’argent, i piccioli e chi più ne ha più ne metta (detto quanto mai azzeccato). Si può arrivare ai quarti di Champions perché ti arriva senza un perché un magnate vero, magari emiratino o cinese, il quale decide di “essere” anche attraverso una squadra di calcio, ovvero di presentarsi al mondo con le connotazioni positive che la passione più diffusa del pianeta sa darti (per poi sfruttare tutto nei business redditizi, eddai queste cose le sappiamo no?). Il magnate suindicato mette lì una montagna di soldi per comprarsi alcuni dei 50 migliori giocatori al mondo. Con questi già si mette bene, se poi vi si aggiunge anche un buon allenatore e un ambiente aziendale sotto controllo, il traguardo arriva senza grandi sforzi. Gli esempi qui abbondano e li conoscono tutti.

 (Photo by UEFA – Handout via Getty Images)

Il secondo modo è la tradizione, il lignaggio, la linea dinastica che viene da lontano e porta lontano. Ci sono squadre che restano e resteranno. Possono anche vivere anni di magra, anche un decennio di pochezza e stanchezza, ma c’è sempre un motivo per cui qualcuno si impegni in un bel massaggio cardiaco ristoratore. Pensiamo agli ultimi anni. Ai quarti sono arrivati club che per un motivo o per un altro non sono il top in questo momento, eppure il loro nome crea sempre attese. Lo scorso anno c’erano Manchester United e l’Ajax, il Porto quasi sempre ci arriva, così come si presentano all’appello il Borussia Dortmund o il Benfica. Nel linguaggio calcistico parliamo spesso di rivoluzioni, ma è bene scrivere questa parola sempre con la lettera minuscola, perché una vera Rivoluzione che azzeri le linee dinastiche e un parterre aristocratico non c’è ancora mai stata.

C’è un terzo modo, necessario per le squadre di seconda e terza fascia. Nella loro storia, spesso anche onorevole ma mai del livello dei giganti d’Europa, accade che per una congiuntura astrale quasi sempre dovuta all’occhio di qualche osservatore e al caso che nel proprio territorio abbia i natali, arriva in squadra un campionissimo, uno di quelli che segnano un’epoca per l’intera società. Il primo esempio a cui penso è la Dynamo Kiev di fine anni ’90, che riesce ad arrivare in semifinale perché trascinata da Andriy Shevchenko, o anche il Bayer Leverkusen di Michael Ballack. Sono squadre che intorno al loro campione generazionale riescono a costruire una buona ossatura e a crederci un po’ di più, come dice il poeta. Prima dell’arrivo e dopo la partenza del campione, le squadre mostrano poi un’evidente mediocrità.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

C’è poi un quarto modo, che si realizza quando in una squadra di medio lignaggio si accumulano un po’ di calciatori appassiti, o considerati tali, che danno l’ultimo colpo di coda della loro carriera. C’è stato il Monaco di Morientes e Hugo Ibarra o il PSV Eindhoven di Philip Cocu e Mark van Bommel.

Insomma, ho snocciolato quattro motivi per cui arrivare fra le otto migliori d’Europa per confermare un assunto: l’Atalanta non ha nessun motivo per essere qui.

Non ha grandi campioni, nessun vecchio marpione che ne ha già viste tante a questo livello, nessun grado conquistato sul campo in passato e un nome e un lignaggio europeo da periferia della periferia.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Eppure è lì. Ed è meraviglioso.

Ci sono riusciti grazie a tre fattori eccezionali. Prima di tutto grazie alla guida autorevole di Gasperini, un allenatore che sa insegnare coinvolgendo, che non eccede in autoritarismi né in permessivismi, ed è riconosciuto dal gruppo come persona prima che come tecnico che possiede competenze oggettive e capace di costruire relazioni emotive fortissime. Per parlare di lui bisogna per forza sfondare la porta della pedagogia contemporanea e accennare al concetto di insegnate affettivo, il quale sa costruire una relazione educativa, ancora una volta prima che tecnica, con i calciatori-discenti.

Il secondo fattore è, restando alla pedagogia, il gruppo di pari che si è costruito. Un gruppo di calciatori che non vogliono leader, da seguire ma anche su cui scaricare responsabilità. Ogni loro partita è un trattato di cooperative learning, in cui l’azione del singolo è sempre proiettata al miglioramento collettivo.

Infine lo scouting, di cui si parla ancora troppo poco. L’Atalanta ha trovato in questi anni calciatori più che perfetti per le idee gasperiniane. Poche volte accade che teoria e pratica si intersechino così fortemente. In primo luogo hanno tutti il corpo e la potenza per reggere il gioco uno contro uno e per sostenere il contropressing richiesto. E poi hanno la testa per accettare spesso fasi di gioco in cui sono in pratica senza rete, in cui l’investimento nelle loro doti atletiche e tattiche è davvero altissimo, riuscendo a gestire questa pressione senza lamenti e soprattutto errori evidenti.

(Photo by UEFA – Handout via Getty Images)

L’Atalanta è lì perché guarda a un calcio davvero contemporaneo, anzi direi un passo più in là rispetto a quello che si sta vedendo in giro. Un calcio in cui si parte dall’apprendimento collettivo per avere in partita un atteggiamento individuale coraggioso e cosciente allo stesso tempo.

Dobbiamo parlare di merito e guardare all’Atalanta con orgoglio e il block notes in mano.

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