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Perché l’Atalanta non è una grande squadra

By 21 Ottobre 2019

La partita a due facce con la Lazio racconta bene che cos’è il gruppo di Gasperini: una squadra con un reparto offensivo di grande qualità,  mediocre dal centrocampo in giù e con evidenti limiti caratteriali. Il fatto che da tre anni l’Atalanta faccia molto di più di quello che è lecito attendersi non ci autorizza a immaginarla diversa da ciò che è

Tutto e niente, o giù di lì. Il meglio e il peggio dell’Atalanta che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare concentrato nello spazio di 90 minuti. Quel calcio totale e totalizzante, giocato in apnea, che lascia senza fiato spettatore e avversario, e poi quelle amnesie, quelle paure, quei dubbi e quelle incertezze che ci ricordano che no, l’Atalanta non è una grande squadra anche se molto spesso lo sembra, e che qualche volta ha fisiologicamente bisogno di prendersi una pausa o due.

Lazio-Atalanta è stata questo, una partita a due facce, ma non in senso tradizionale. Non nel senso che per metà abbiamo visto una squadra in campo e per metà abbiamo visto l’altra. No, in campo c’è sempre stata solo l’Atalanta, solo con due identità diametralmente diverse. Per intenderci, è come se il Batman di Tim Burton (che oggi compie 30 anni, tanti auguri!) fosse stato costruito con un primo tempo interamente in costume e un secondo con la faccia inespressiva e stralunata di Michael Keaton a guardare negli occhi una Kim Basinger troppo bella per poter essere avvicinata.

L’Atalanta è un po’ così: una squadra normale, con un organico che dal centrocampo in giù è piuttosto mediocre e in mano a un altro allenatore, in un contesto ambientale e societario diverso, giocherebbe per una salvezza tranquilla, piena di limiti tecnici naturali e paure, che però ha la capacità di nascondere dietro una maschera, trasformandosi in qualcosa di inaspettato e sorprendente.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Qualcosa che, forse, stiamo iniziando a dare per scontato, potere dell’assuefazione provocata da tre stagioni sotto la guida Gasperini giocate sempre al di là di ogni aspettativa. Abbiamo smesso di ritenerla una potenziale sorpresa e cominciato a considerarla a tutti gli effetti una big con cui fare i conti per le prime quattro posizioni. Il che, in parte, è pure corretto, ma rischia di farci perdere di vista il quadro complessivo, e di lasciarci basiti davanti a eventi in realtà del tutto naturali come il black out di sabato all’Olimpico.

Eppure l’Atalanta l’abbiamo già vista soffrire in momenti topici, fallire una finale di Coppa Italia a cui era arrivata da favorita un anno fa, mancare l’accesso all’Europa League l’anno scorso perdendo ai rigori dopo non essere riuscita a segnare un solo gol in 180 minuti a un modesto Copenaghen, schiantarsi clamorosamente all’esordio in Champions League in casa della Dinamo Zagabria. L’Atalanta è una squadra che quando può esprimere il suo calcio fatto di pressing e uscite in anticipo a intercettare i passaggi sembra non avere eguali (almeno in Italia), ma che se abbassa i ritmi ritorna vittima di tutti i suoi difetti.

Con la Lazio è andata esattamente così: dopo un primo tempo perfetto, giocato con un’aggressività estrema capace di togliere l’ossigeno necessario a pensare alla Lazio, i bergamaschi si sono fermati. Sarà stata l’idea del match impossibile di Champions contro il Manchester City, o forse il cambio tra Muriel e Ilicic in una giornata in cui già mancava Zapata, ma il ritmo è calato, più per scelta che per necessità, e la partita ha cambiato volto.

Paradossalmente, anche sul 3-0, l’Atalanta ha avuto paura di vincere e ha mostrato i suoi punti deboli, a partire da una difesa che tolta da quei meccanismi di anticipi a scalare e attaccata nell’uno contro uno si mostra estremamente fragile, povera di qualità nei suoi singoli. Il manifesto di tutto questo appare particolarmente evidente nel primo dei gol laziali e nell’azione che porta al rigore. Palomino affronta Immobile da lontano, l’attaccante della Lazio è poco dentro l’area, in corrispondenza del vertice destro, sembra voler convergere arretrando verso il suo piede debole, il sinistro.

Basterebbe accompagnare Immobile e invece Palomino cerca l’intervento completamente fuori misura. Lo fa due volte, perché la prima è così lontano da non riuscire nemmeno ad avvicinarsi al piede dell’avversario. La seconda è ancora distante, tant’è che il contatto è sostanzialmente un pestone sulla punta del piede di Immobile. Il pallone è lontanissimo, impossibile da raggiungere, e sembra proprio che Palomino persegua con insistenza il piede dell’avversario. Non può essere così, ovviamente, ma l’impressione è esattamente questa.

Un movimento così goffo non può che essere dettato da panico, confusione, disabitudine ad affrontare l’avversario nell’uno contro uno. Difetto che peraltro non tocca solo Palomino e che appare evidente anche sul secondo gol, quello di Correa, che in una serie di spostamenti a scalare si ritrova a essere affrontato da Freuler, non proprio un difensore.

(Foto Fabrizio Corradetti / LaPresse)

Oltre ai limiti tecnici, a preoccupare sono soprattutto quelli mentali. Perché se è vero che è fisiologico soffrire dei cali, non si può ignorare che all’Atalanta capiti spesso quando si alza la posta in gioco. Sembra inoltre mancare una presa di coscienza fondamentale, con la ricerca costante di alibi e cause esterne a cui addebitare le sconfitte. Sabato, come nella finale di Coppa Italia della scorsa stagione, Gasperini se l’è presa con l’arbitro. Ma se a maggio sembrava poter avere ragione, in questo caso i due rigori (peraltro riesaminati dal Var) sembrano esserci entrambi, frutto di ingenuità della sua squadra più che di una presunta volontà di favorire l’avversario.

E allora, forse, sarebbe il caso di ripartire da qui, dalla consapevolezza dei propri limiti, perché l’Atalanta può ancora crescere e migliorarsi, continuando a imporsi tra le principali forze del campionato italiano, garantendosi continuità nelle competizioni europee, acquisendo esperienza per alzare il livello anche in un contesto continentale che al momento non sembra ancora appartenerle del tutto.

I giocatori di Gasperini appaiono in generale (e con l’eccezione di un reparto d’attacco oggettivamente di qualità superiore, rinforzato ulteriormente dall’arrivo di Muriel) interpreti inferiori al livello dello spartito che il loro diretto d’orchestra ha saputo scrivere per loro. Eppure con l’applicazione precisa dei concetti dell’allenatore, riescono a risultare un insieme capace di esibizioni degne dei migliori palcoscenici. Almeno finché davanti non si trovano collettivi che suonano la stessa musica con strumenti di qualità superiore.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

I meccanismi difensivi di anticipo a cascata o quelli utilizzati per aprire e restringere il campo, dando sfogo al gioco sulle fasce con le sovrapposizioni per poi andare al cross o riaccentrare il gioco con cambi di direzione repentini (guardate lo sviluppo dell’azione in occasione del primo gol segnato da Muriel contro la Lazio, per intenderci), ha portato a una fortissima specializzazione dei giocatori stessi, capaci di esaltarsi nel contesto ben al di là delle loro qualità tecniche individuali. Questo ha portato a una supervalutazione in sede di mercato di giocatori che l’Atalanta ha poi ceduto, e che ora, in contesti diversi, sembrano fare fatica.

Al netto di infortuni e stop di vario genere, Spinazzola è l’unico dei giocatori recentemente ceduti dall’Atalanta ad aver confermato quanto di buono fatto vedere a Bergamo. Conti, fortemente limitato dagli infortuni, esprime ora al Milan tutti i suoi limiti in fase difensiva, Caldara si è perso in una lunga serie di lesioni gravi (ma forse non è un caso se la Juventus l’ha sacrificato così facilmente per riprendersi Bonucci), Mancini continua a esprimersi su livelli al di sotto della sufficienza nella Roma.

(Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

Se consideriamo tutto questo e guardiamo la classifica, appare difficile pretendere qualcosa di più dall’Atalanta. Il terzo posto, con 17 punti in 8 partite e il miglior attacco a quota 21 sarebbe già una splendida anomalia, se solo non ci fossimo abituati al punto di riconoscerla come un dato di fatto. Dare per scontata l’Atalanta è e rimane un errore concettuale rilevante. Pretendere una squadra matura, in grado di mantenere il livello d’attenzione al massimo è un lavoro che spetta certamente a Gasperini, ma che non può rientrare nelle aspettative di un osservatore esterno.

Allo stato attuale, con l’organico di oggi e il potenziale economico-finanziario di una società sana ma di certo non ricca come un top club, l’Atalanta fa già molto più di quello che sarebbe lecito attendersi da lei. Il fatto che lo faccia con continuità impressionante da tre anni a questa parte non ci autorizza a immaginarla diversa da ciò che è.

Gabriele Lippi

About Gabriele Lippi

Gabriele Lippi nasce a Cagliari nel 1984. Ama lo sport più del calcio, il cinema, i gatti, la birra, l'Africa e la gente che è capace di sorridere senza doversi sforzare e piangere senza vergognarsene. Curioso per natura, ha scelto di farne una professione. Ha scritto e scrive – tra gli altri – per Esquire.it, Wired, GQ.com, Vanity Fair, Rivista 11, Lettera43 e Letteradonna.

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