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Perché le punizioni ci fanno rimanere con il fiato sospeso?

By 14 Febbraio 2020

La filosofia zen che c’è dietro al gesto tecnico più iconico del calcio, un’arte complessa ma che ha un significato profondo tanto per chi calcia quanto per chi la osserva sperando

 

Ogni volta che viene assegnato un calcio di punizione diretto a 20-25 metri dalla porta, tutto cade in uno stato di sospensione e di attesa. Il tempo si dilata, e diventa nemico e alleato di chi si appresta a calciare. Da un lato il tiratore vorrebbe che quel tempo durasse per sempre, in modo da godere di tutta la sua eccitante aspettativa, della sua inebriante ritualità: accarezzare il pallone, scegliere il ciuffo d’erba in cui posizionarlo dolcemente, addirittura baciarlo, contare lentamente i passi, visualizzare la porta e disegnare con l’immaginazione la traiettoria perfetta. Dall’altro la preziosità di quel tempo lo spaventa. Ha paura di bruciarlo, di non sfruttarlo a dovere perché conscio che dopo, se l’esecuzione sarà infelice, si pentirà dell’uso che ne ha fatto. Dentro di sé, il tiratore sa di essere depositario di una speranza.

Ecco perché, sebbene le percentuali di realizzazione dimostrino la difficoltà di trasformare un calcio di punizione (siamo intorno al 19% per i migliori specialisti in circolazione), nel volto di chi ha appena colpito la barriera o calciato sopra la traversa sono sempre dipinti delusione e rimpianto. È la coscienza del tiratore a scatenare quel malessere passeggero, l’intima consapevolezza di aver perso una grande occasione, di aver rovinato un momento tutto suo dentro un evento in cui è parte di un tutto (di nuovo i due mondi, la percezione diversa tra il tiratore – chiuso nella sua dimensione estatica – e tutto ciò che lo circonda).

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Gli occhi. È importante guardare gli occhi per capire il momento e cogliere la separazione di questi due mondi. Da una parte gli occhi dei giocatori in barriera e quelli del portiere che cerca la giusta posizione tra i pali, velati dalla preoccupazione; dall’altra quelli di chi si si prepara a calciare: occhi alienati, fissi, intensi, bramosi. Le distanze tra il tiratore e la barriera, tra il tiratore e la porta, non sono solo distanze fisiche, ma sono solchi emotivi, uno scontro tra l’intimità e la collettività che solo nel desiderio – seppur opposto – trova terreno comune.

Il calcio di punizione è una catarsi. Un esercizio zen in cui si cerca di approdare a una dimensione di “Mu” (vuoto), di distacco e piena consapevolezza. Allenarlo con costanza, fermandosi dopo la seduta con la squadra a calciare per ore sopra una barriera metallica e meccanizzando il gesto alla ricerca del perfetto incastro tra rincorsa, posizione del piede d’appoggio e movimento di slancio della gamba che calcia, è certamente utile per migliorare.

Messi, senza dubbio il miglior tiratore al mondo in questo momento, ha lavorato tanto su questo fondamentale con l’aiuto di due maestri come Ronaldinho e Maradona, ma non è solo per l’abnegazione e la fortuna di essere stato assistito da due demiurghi di quel calibro che è arrivato ad essere un tiratore spesso implacabile. Se ci fermassimo a osservare Pjanić mentre si allena a calciare punizioni alla Continassa, è molto probabile che lo vedremmo infilare nel sette 9 punizioni su 10, strabuzzando gli occhi e discettando sulla sua infallibilità.

(Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

Il fatto è che per attingere a quella tecnica e alla conoscenza maturata in tutte quelle sedute nel momento in cui si presenta l’occasione di calciare una punizione in partita, quando il coinvolgimento emotivo è diverso, al tiratore non basta ripassare mentalmente quei passaggi, non basta averli memorizzati: per eseguire quel gesto, che non ha nulla di istintivo o irrazionale, deve creare un’armonica connessione tra mente e corpo, entrare in alchimia con l’istante, svuotare il corpo dalle tensioni e dipingere quel tratto con cura e precisione. Più che nell’esecuzione, dunque, è qui che sta la vera difficoltà, è qui che si vede lo specialista.

Sono tante le ragioni da indagare per provare a spiegare il fascino speciale che da sempre ammanta il calcio di punizione. La più banale, e probabilmente la meno attraente, è la sua perfezione geometrica, l’ellisse che si forma nel viaggio che il pallone compie dal piede del tiratore allo spazio della porta in cui conclude la sua traiettoria. Tuttavia, dentro questa fredda immagine di un corpo che da A raggiunge B, c’è un sostrato che con un po’ di enfasi potremmo definire “esistenziale”.

Perché l’idea, e la sua rappresentazione plastica, di raggiungere un punto – l’unico possibile per segnare, e quindi di “completarsi” – superando un ostacolo, restituisce una sensazione di realizzazione, di compimento. In qualche modo, quando vediamo il pallone superare la barriera e insaccarsi in porta, è come se tutto, improvvisamente, trovasse un senso, tornasse. Un po’ quello che si prova quando si trova la chiave giusta per risolvere un calcolo o la parola perfetta per esprimere un concetto.

©Jonathan Moscrop / LaPresse

E se questa sensazione ribolle in chi osserva, in chi calcia è amplificata e anticipata, come raccontano perfettamente queste parole di Alessandro Del Piero: «Il colpo giusto, quello che manderà la palla in gol, lo senti dentro di te appena l’hai scoccato: se si potesse fare un fermo immagine di una mia punizione, saprei dire con esattezza dove andrà a finire la palla. È come per il surfista, quando entra nel punto migliore dell’onda: ce ne sono altri, ma soltanto uno è quello giusto, il punto perfetto». È un momento sublime, un trionfo, perché non esistono altre possibilità se non colpire la palla in quel preciso punto, con quella precisa forza e con quell’inerzia se si vuole superare il muro umano e infilarla lì.

Anche gli appassionati di fisica possono rimanerne sedotti: rotazione, gravità, forza centripeta. L’indimenticabile punizione con cui Roberto Carlos trafisse Fabien Barthez nel 2007 impressionando il mondo, divenne addirittura il case study di un gruppo di ricercatori francesi dell’École Polytechnique di Palaiseau, decisi a risolvere il mistero di quella traiettoria impossibile. Ci riuscirono, richiamando l’effetto di Magnus, ma nemmeno loro, probabilmente, sarebbero stati in grado di dare una spiegazione scientifica della punizione da dentro l’area con cui Maradona, in un famoso Napoli-Juve del 1985, dopo un tocco di Pecci scavalcò la vicinissima barriera e non lasciò scampo né a Tacconi né alla scienza, sconfinando nel campo del mistico ed entrando dritto nella storia. Una vera e propria utopia balistica.

 (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Il replay di quel gol, come quasi tutti quelli che descrivono al rallentatore un calcio di punizione vincente, è una vera e propria opere d’arte. Il pallone che sinuosamente si stacca dal piede del tiratore e come una stella cometa viaggia luminosa e implacabile verso la porta, volteggiando sopra la barriera prima di gonfiare la rete. Ecco perché parliamo di capolavori. Ecco perché li chiamiamo artisti. Ognuno con la sua personale cifra stilistica.

Siniša Mihajlović, che con 28 gol su punizione è – insieme a Pirlo – il miglior realizzatore di calci piazzati della storia della Seria A, faceva della fusione tra potenza ed effetto il suo tratto distintivo. Calciava il pallone con la violenza solitamente destinata a una conclusione con il collo del piede utilizzando però una porzione del suo interno sinistro. C’era un’eleganza feroce nella sua tecnica, in cui tutto il suo corpo subiva lo slancio della gamba al momento dell’impatto con il pallone. David Beckham, oltre ad essere un fenomenale specialista, aveva la coerenza di sublimare il suo senso estetico anche alla gestualità del suo calcio di punizione, traducendolo in qualcosa di pratico. Il braccio sinistro con cui formava un ampio arco prima di calciare, le rincorse con angoli eccessivi, il piede destro e il bacino che seguivano forzatamente la traiettoria che intendeva disegnare (e che spesso aveva una marcata rotazione laterale) non erano solo tic narcisistici utili a rendere iconico quel movimento, ma erano funzionali all’esecuzione.

Lo stile di Andrea Pirlo, invece, era caratterizzato dalla compostezza. Al contrario di Becks, non c’era nulla di ampolloso nel suo modo di calciare, così solido e minimalista. Il suo tipo di calcio si concentrava esclusivamente sull’impatto del suo piede su un punto preciso del pallone. La naturalezza con cui lasciava andare la sua “maledetta” è simbolicamente e simpaticamente espressa dal momento in cui ha iniziato a concepirla, descritto in un passaggio della sua biografia: “l’ispirazione mi venne mentre cagavo”.

Mike Hewitt /Allsport

Una storia di emulazione piuttosto grottesca nei confronti di Juninho Pernambucano. Il giocatore che ha segnato un prima e un dopo per quanto riguarda i calci di punizione, e che forse è l’esempio migliore per parlare di come l’essere specialisti dei calci piazzati offra l’opportunità di ritagliarsi uno spazio nella memoria del calcio anche senza essere fuoriclasse a tutto tondo. Già, perché se Juninho non avesse inventato quel modo così particolare di calciare, se non avesse segnato 75 gol sui 135 della carriera con tiri da fermo – di cui 4 da oltre 40 metri -, se non avesse influenzato una generazione (per ultimo Eriksen, che ha dato un saggio dei suoi studi su Juninho nel derby di qualche giorno fa), oggi di certo non sarebbe un nome così popolare.

Le punizioni sono una cosa a parte, isolate da tutto, una disciplina dentro uno sport. Un’arte che anche è un’occasione di gloria, come ben sanno, per esempio, Federico Viviani e Francesco Lodi, giocatori normali resi speciali dalla loro abilità nei piazzati; è una panacea, una possibilità di riscatto. Certi calciatori possono aver fatto schifo per tutta la partita, possono essere doloranti, stanchi o sfiduciati, ma non appena l’arbitro fischia un calcio di punizione diretto da una distanza ragionevole dalla porta, una luce improvvisamente si accende, sanno che quello è il loro momento, e che possono trasformarlo in un momento di tutti.

. (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Alcuni degli specialisti menzionati in precedenza (sono stati presi solo alcuni esempi utili a marcare una differenza stilistica, tralasciando molti tiratori che hanno fatto la storia), appartengono a un’epoca non contemporanea. Negli anni, così come è cambiato il calcio, sono cambiati anche i calci di punizione. I materiali ultraleggeri e le scanalature dei palloni e delle scarpe da calcio di oggi vanno incontro alle esigenze dei tiratori, e così gente come Neymar, Dybala, Parejo, Kolarov è certamente favorita rispetto agli specialisti di un paio di decenni fa, costretti a dosare con minuzia forza e precisione per ottenere la traiettoria desiderata. Ciò che non è cambiato, e che nessuna tecnologia, evoluzione o progresso avrà mai la forza di scalfire, è la magia di quel momento, il suo fascino intrinseco, l’incanto infantile per un gesto colmo di bellezza e di poesia.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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