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Perché tanto già lo so, oggi segna Calaiò

By 22 Settembre 2019

Emanuele Calaiò ha terminato il suo pellegrinaggio per gli stadi di mezza Italia. Lascia il calcio giocato avendo sfiorato i 200 gol in carriera. Senza aver alzato un trofeo. Senza aver festeggiato uno Scudetto, una Coppa Italia. Breve storia – senza lieto fine – di un giocatore di categoria

Non sempre compro i giornali di carta. Preferisco fare rassegna dal mio computer. Eppure, dopo la vittoria del Napoli contro il Liverpool in Champions League, il titolo della Gazzetta mi ha convinto. L’altro giorno ho attraversato la strada, mi sono diretto dall’edicolante di fiducia e ho acquistato la mia copia col titolo ‘Napoleone’ ben in vista. L’ho annusata (ah, l’odore dei giornali freschi al mattino), l’ho sfogliata, ho letto i pezzi che mi interessavano, ne ho saltati altri. Non ricordavo fossero così lunghi, i giornali. Poi, a pagina 32, taglio basso, un titolo ha colpito la mia attenzione: «Calaiò ha detto basta». E allora la mia mente è corsa subito appresso a un ricordo di cui vado enormemente fiero: la comunione di mio cugino.

Per chi è nato in una famiglia del Sud non sarà difficile immaginarsi la scena. Giugno è mese di comunioni. Il caldo è già forte, la voglia di mare pure, l’appuntamento con la comunione, immancabile. Mesi prima ti ritrovi i tuoi zii nel salotto con una missiva in mano e la faccia sorridente di tuo cugino piccolo che non vede l’ora di festeggiare. Il 3 giugno del 2007, io, a quella festa, a quella comunione, non ci sono mai andato.

E visto che non potevo inventarmi una bugia che fosse plausibile, credibile, comprensibile per il resto della famiglia, confessai la verità: quel giorno si giocava la penultima giornata del campionato di Serie B, stagione 2006-2007. Al San Paolo di Napoli si affrontavano Napoli e Lecce e c’era il rischio, o meglio la possibilità, di festeggiare (stavolta sì per davvero), dopo 7 anni all’inferno, il ritorno degli azzurri in Serie A.

(Pecoraro – LaPresse)

E così ci ritrovammo nel salotto di casa, la domenica della comunione di mio cugino, con patatine e cocacole ovunque, amici sui divani, televisione al massimo del volume e il resto della famiglia lontana, in qualche ristorante affollato di bambini vocianti, felici e menu succulenti. Un paradiso. Nulla poteva cambiare la mia decisione, nulla poteva turbare la nostra domenica pomeriggio piena di sogni. Bastarono 6 minuti e 34 secondi per ingranare la marcia: quando Erminio Rullo, dopo aver vinto un contrasto sulla fascia sinistra, mette al centro un cross tagliato sul quale si avventa Emanuele Calaiò. Gol, 1-0. L’arciere, il nostro eroe, ha colpito ancora. E poi via, di corsa, sotto la curva, a scoccare la sua freccia verso il pubblico in visibilio.

Emanuele Calaiò è stato uno di quei giocatori che ti fanno sognare da ragazzino: il bomber, l’airone, l’attaccante di categoria. È stato il primo amore, la prima fidanzata, quella che ti fa sognare toccandoti la mano soltanto, facendoti l’occhiolino. Pareva un predestinato: gol 8’ dopo il suo esordio in Serie A, con il Torino. Faceva sì con la testa quando segnava, sorrideva, alzava e abbassava la testa e a te sembrava di sorridere all’unisono, davanti alla tv, insieme a lui.

Quello di Calaiò è stato un pellegrinaggio che l’ha portato nei cuori e negli stadi di mezza Italia. Abile di testa, mancino, buon tiro e ottima tecnica, rigorista severo (41 insaccati su 49) si definisce usando una locuzione che dice tutto e niente: giocatore di categoria. Nel 2003 passa al Pescara, in Serie C1, ottenendo subito la promozione in Serie B (una specialità della casa) con uno score di 27 reti su 70 presenze: (poco meno di un gol ogni 2 partire). Nel 2005, torna di nuovo in C1 per indossare stavolta la maglia azzurra del nuovo Napoli targato Aurelio De Laurentiis: altra promozione (doppia, stavolta), consacrazione, capocannoniere per due anni di fila della squadra.

(Photo by Getty Images/Getty Images)

Calaiò è uno di quelli che ti fa salire il reparto, che fa sponda, che dribbla e che sventola: quello che incorna, certo, quello che mortifera, quello che se ne va in velocità, quello che è diventato famoso tra i tifosi napoletani per quel movimento a girandola col tacco che meriterebbe un copyright, e che i bambini, giocando per strada, ricordano ancora. Saranno 118 le presenze dell’arciere con la maglia del Napoli, mettendo a segno 40 gol.

Nel 2008, col Napoli in Serie A, Calaiò firma col Siena: resterà 5 anni in Toscana, tra salvezze, retrocessioni e promozioni. Diventerà l’attaccante più prolifico della storia bianconera, con 50 reti in 148 presenze. Dopo un breve passaggio al Napoli (di nuovo) e al Genoa, Calaiò torna in B: Catania prima, Spezia poi. Fino al Parma, dove rimane per 3 anni, dal 2016 al 2018, con un bottino di 28 reti. E una brutta storia di scommesse.

Il 23 luglio del 2018 il Tribunale Federale Nazionale della FIGC gli infligge una squalifica di 2 anni per aver tentato di «alterare il regolare svolgimento e il risultato finale» di Parma-Spezia, il match decisivo che dà la promozione agli emiliani in Serie A. Furono tirati in ballo alcuni messaggi inviati da Calaiò su WhatsApp ai suoi ex compagni dello Spezia. Il 9 agosto, 15 giorni dopo la prima sentenza, in seguito al ricorso presentato dal Parma, la durata della squalifica fu ridotta fino al 31 dicembre 2018. Fu, quell’anno, la fine dell’esperienza di Calaiò con i parmensi.

(Cafaro/LaPresse)

Il 31 gennaio del 2019 Calaiò firma con la Salernitana, tornando ancora una volta in serie B. Debutta una settimana dopo, nella sfida all’Arechi contro il Benevento. Segna al turno successivo, nel 4-2 contro l’Ascoli. Il 17 settembre 2019 all’Arechi si gioca nuovamente il derby Salernitana-Benevento. Lo vinceranno gli ospiti, 2-0. E Calaiò annuncerà il ritiro. «Finisce un ciclo – dirà in conferenza stampa – C’è dispiacere, ma sono felice di quanto fatto. Non dimentico i sacrifici della mia famiglia che mi ha seguito ovunque. Avrei potuto continuare per qualche mese, ma non sempre c’è il lieto fine nelle storie».

No, non sempre c’è il lieto fine. Diventerà dirigente della Salernitana, Calaiò, senza aver raggiunto l’obiettivo dei 200 gol in carriera, (197 reti in 604 partite). Senza aver alzato un trofeo. Senza aver festeggiato uno Scudetto, una Coppa Italia. Senza aver finito la stagione. Eppure, ci sono storie in cui il calcio prevale sugli Almanacchi. In cui la passione, l’amore della gente, l’urlo dei ragazzini, lascia tutto dietro. In secondo piano. Si ritira, Calaiò, sapendo di aver lasciato un buon ricordo nelle piazze in cui ha giocato, nelle maglie che ha indossato, coi gol, i colpi di testa, i tacchi e le giravolte col copyright.

Se poi mai potesse bastare, se ne va, Calaiò, con la consapevolezza di aver reso immensamente felici (seppure per un attimo, quello intorno al minuto 6’ e 34’’ del primo tempo di Napoli-Lecce del 3 giugno 2007) un gruppo di ragazzini riuniti davanti ad un televisore al massimo volume. In una domenica pomeriggio mentre tutta la famiglia, compresa la mia, se ne stava a festeggiare la comunione di mio cugino. La vita fa brutti scherzi. Come l’altro ieri, appena letta la notizia del ritiro. A pensarci bene, quel giorno, con gli zii nel salotto, la missiva e il cugino sorridente che mi invitava alla cerimonia, avrei avuto bell’è pronta la mia scusa. Avrei detto, gonfiando il petto e sfoderando un tono da uomo vissuto: «Domenica non posso, zio». «E perché no? ». «Perché tanto già lo so, oggi segna Calaiò».

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