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Perché tutti impazziscono per il padel?

By 18 Novembre 2019

Negli ultimi 5 anni il numero di persone che giocano a padel, in Italia, è passato da 300 a 7mila. Ecco perché questo sport è diventato così popolare

Prendete dieci persone che non hanno mai toccato un pallone da calcio, disponetele su un campo, e invitatele a giocare. Quello a cui vi toccherà assistere sarà un maldestro tentativo, da parte di un groviglio di corpi, di conquistare e gestire un incontrollabile oggetto sferico con movimenti impacciati. Mettete una racchetta da tennis in mano a due persone che non ne hanno mai impugnata una, date loro delle palline e chiedetegli di fare qualche scambio. Sarà un trionfo se riusciranno a centrare l’obiettivo del gioco per più di dieci secondi.

Ora chiedete a quattro ragazzi che non sanno cosa sia il padel di provare a fare una partita. Forse quello che andrà in scena non sarà uno spettacolo esteticamente appagante, ma è molto probabile che quei quattro ragazzi riusciranno a giocare, a dare vita a una sfida a suo modo avvincente e, quasi certamente, si divertiranno molto. Usciranno da quel campo sedotti, carichi di un’autostima fino a quel momento sconosciuta e soprattutto rapiti dal desiderio di farlo ancora, il prima possibile. E poi ancora e ancora, fino a non smettere più. Insomma, avrete trasformato quattro ragazzi qualunque, magari pigri e poco inclini a dedicarsi all’attività fisica, in quattro “sportivi”, facendo del bene a loro e alla società.

Basterebbe questo esperimento per spiegare il motivo del dilagante successo di questo strano sport che appare come una sintesi di tutti quelli che si possono praticare con una racchetta; per spiegare come, dal 2014 a oggi, in Italia si sia passati da 300 a 7000 padelisti agonisti, per un totale di 20mila praticanti impegnati in oltre 1000 campi omologati.

EFE/David Fernandez

Se vivete in una grande città come Roma o Milano, è praticamente impossibile che non ne abbiate mai sentito parlare, anche se non siete persone attente alle nuove tendenze. Eppure, il padel non è un’invenzione recente. Non è l’intuizione di un visionario filantropo che ha intercettato l’esigenza di pensare a una disciplina che potesse coinvolgere un elevato numero di persone e magari allontanarle per un paio d’ore dalla dittatura dello smartphone.

Come spesso capita per le cose migliori, il padel non nasce da una volontà, ma da un errore. A commetterlo, condizionando positivamente la vita di milioni di persone nei decenni a venire, fu il magnate messicano Enrique Corcuera, che, alla fine degli anni ’60, decise di costruire un campo da tennis nella sua sfarzosa villa di Acapulco, salvo poi accorgersi, nel bel mezzo dei lavori, della presenza di opere di muratura che ne intralciavano la realizzazione. Non volendo rinunciare al suo progetto ludico, Corcuera trasformò quei muri in sponde da poter utilizzare durante il gioco, e inventò delle speciali regole che potessero permettere di giocare in quello spazio recintato.

Il primo paese conquistato dal padel, negli anni ’80, fu l’Argentina, dove si diffuse rapidamente prima nei quartieri abbienti e poi anche in quelli più poveri, fino a diventare sport nazionale. Poi toccò agli spagnoli abbracciarlo, coltivarlo e assurgere tra i migliori interpreti del mondo: tanto che oggi, in Spagna, prima del padel c’è solo il calcio. Per quanto riguarda l’Italia, invece, il processo di affermazione del padel è stato lungo e tormentato.

Padel

LaPresse.

Il primo campo sorse a Bologna nel 1991, e nello stesso anno ci fu la prima esibizione ufficiale in occasione dello Sport Show. Seguirono anni di stallo in cui il padel rimase un fenomeno circoscritto a città come Udine, Vicenza, e appunto Bologna. All’inizio del Duemila sembrava che finalmente stesse per esplodere, allargando la ristretta platea dei suoi appassionati e conquistando altre città, ma fu solo uno slancio momentaneo prima di ricadere nell’ignoto.

La vera svolta arrivò con l’istituzionalizzione del 2008, quando il padel ottenne il riconoscimento del Coni ed entrò nella sfera di competenza della Federtennis. Da quel momento, il padel comincia la sua ascesa, continua e inarrestabile, culminata proprio pochi giorni fa con il trionfo della nazionale azzurra maschile e l’argento di quella femminile, sconfitta in finale contro la Francia, nel Campionato Europeo 2019 disputato a Roma.

Un risultato che traduce perfettamente la crescita degli ultimi anni, in cui il padel ha avuto l’impatto dirompente di un meteorite, e ha conquistato tutti quelli che, almeno una volta, hanno avuto occasione di prendere in mano questa comoda racchetta forata. Sono tanti, potrebbero essere di più, se i costi per praticarlo con continuità fossero più contenuti. Di fatto, a oggi – almeno in Italia -, il padel è uno sport elitario, sebbene privo di quell’estetica borghese che caratterizza il tennis o il golf, dai quali si discosta anche per la sua natura inclusiva.

 

EFE/Javier Etxezarreta

Si gioca in quattro (due contro due) su un campo 10×20 diviso a metà da una rete e delimitato da pareti di cristalli temperati alte tre metri che non formano solo una recinzione ma sono parte stessa del gioco. Una parte importante, visto che proprio la possibilità di allearsi con queste pareti utilizzandole come sponde per conquistare il punto, o inimicarsele quando si pongono come ostacolo per non perderlo, conferiscono al gioco un’imprevedibilità che rende la partita tambureggiante, adrenalinica, viva, estremamente divertente.

All’interno di questa scatola trasparente, le partite si sviluppano su ritmi serrati di scambi lunghi e variegati, conditi da variabili sempre diverse offerte dalla possibilità di colpire al volo, dopo un rimbalzo, di sponda, in un frenetico frullatore di gesti e colpi repentini.

E la cosa forte è che non serve grande esperienza o tanta pratica per dare vita a una sfida così pirotecnica. Non è necessaria una coordinazione impeccabile o una particolare sensibilità tecnica per imparare velocemente a giocare; la gestazione per partorire un padelista amatoriale è breve, perché le dimensioni ridotte del campo, la racchetta maneggevole e senza corde, le palline depressurizzate e quindi più favorevoli al controllo rendono il padel un gioco semplice da approcciare, immediato.

Padel

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Inoltre, il limitato dispendio fisico di un’attività dinamica che si sviluppa in pochi metri, in cui il movimento è circoscritto a brevi scatti e in cui contano reattività e rapidità di pensiero più che forza e resistenza aerobica, fanno del padel uno sport accessibile anche a chi non può contare su un’eccellente forma fisica. Lievemente madido di sudore, con i muscoli sollecitati ma che non chiedono pietà, ancora vibrante di eccitazione, una volta uscito da quella gabbia accogliente il neo-padelista si sente assorto in una sensazione di appagamento di cui non vorrà più fare a meno. A cui, con ogni probabilità, non rinuncerà più.

È difficile pensare a uno sport così democratico. Con una punta di enfasi, si potrebbe dire che il padel è depositario di una particolare idea di giustizia: quella che prevede che a tutti, nella vita, venga concessa un’opportunità. Chiunque vi si approcci, e qui l’enfasi non c’entra più, è felice di coglierla. È un’impresa trovare qualcuno che una volta provato il padel non ne parli con entusiasmo; non avverta l’impulso di approfondire, di tuffarsi a pieno in quest’attività.

Certo, quest’accessibilità non deve ingannare, e rischia di essere un’insidia. Il fatto che già dalle prime volte si riesca a condurre una partita con sorprendente disinvoltura non deve instillare il pensiero di saper giocare a padel.

LaPresse.

Accecati dalla vanagloria di sentirsi già padroni di una disciplina, dal fatuo orgoglio di governarla con naturalezza, è un attimo cadere in quest’equivoco. Ci vuole poco tempo, però, per spazzare via queste convinzioni e realizzare quanta distanza ci sia con chi sa davvero giocare a padel. Il tempo di capire che non è affatto semplice sfruttare le sponde nel modo giusto, che non appena si ha la possibilità bisogna avanzare, che spesso la precisione è meglio della potenza, che solitamente è quello che occupa il lato sinistro del campo il giocatore incaricato di chiudere il punto; il tempo di rendersi conto quanto sia importante, e al contempo difficile, imparare a eseguire colpi interlocutori come la bandeja (l’unico colpo di proprietà esclusiva del padel), utile a riconquistare la rete non appena l’avversario cerca di ricacciarti indietro con un pallonetto (altro colpo fondamentale per il gioco).

La presa di coscienza di questa complessità che le prime volte appare quasi insospettabile, di cui si percepisce solo un’ombra, non arriva solo col tempo, ma anche osservando i professionisti. Guardando giocare padelisti come Fernando Belasteguin, Paquito Navarro, Sanyo Gutierrez, le sorelle Alayeto, tutte autentiche leggende del circuito, appare chiaro come la strada per diventare ottimi giocatori – senza l’ambizione di arrivare ai livelli dei campioni sopracitati – sia meno agile di quanto l’approccio intuitivo al gioco poteva far credere.

Questi giocatori stanno acquisendo una certa popolarità anche dalle nostre parti. Stanno diventando sportivi di riferimento, anche se in modo diverso rispetto a quello che intendiamo quando parliamo di calcio, tennis o basket. Un riferimento più vicino, più tangibile, anche quando si tratta di un’illusione. A differenza di un bambino che guarda Messi e sogna di diventare come lui, realizzando anni dopo che quello rimarrà solo un sogno, per lui e per tutti i milioni di bambini che come lui avevano sognato di diventare come Messi, l’aspirante padelista, che non è un bambino ma nel maggior parte dei casi un uomo adulto, osservando Navarro può permettersi di coltivare la speranza di poter arrivare, un giorno, a realizzare certi colpi. Sente che quell’orizzonte è lontano, ma non troppo

Padel

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Osservata con una lente critica, per quanto virtuosa, in qualche modo quest’inclusività e quest’eccesso di possibilità – anche apparenti – rischiano di essere un limite per il padel, quantomeno agli occhi di qualcuno che nello sport vede un veicolo per l’arte. Perché se da una parte il fatto che praticamente tutti i neofiti possano giocare senza grandi difficoltà – addirittura auspicandosi di arrivare a essere un top – restituisce un senso di preziosa accettazione, dall’altra questo spirito egualitario sminuisce il valore del talento, spegne il fascino scintillante e inafferrabile della maestria esclusiva. Dove sta l’incanto in un mondo in cui tutti “possono” essere artisti?

C’è qualcosa, nella forma ludica del padel, che richiama la sensazione di praticare sport in vacanza, dopo una giornata trascorsa in spiaggia. Sebbene il numero ristretto di giocatori e la presenza di un compagno stimolino la competizione, che in un attimo diventa serrata, c’è qualcosa, forse nella forma della racchetta, forse nella dinamica del gioco e nella reminiscenza infantile di usare le sponde, forse nello stimolo a socializzare, che conferisce al padel l’aria sbarazzina dell’hobby.

Non è un caso che sia diventato il passatempo preferito di molti ex calciatori. Totti, Albertini, Costacurta, Candela, Mancini e molti altri, hanno trovato nel padel il rifugio agonistico perfetto per soddisfare la loro sete di sport. Il presidente del CONI Giovanni Malagò, che spesso condivide il campo con Totti, ha dichiarato che non ci sarebbe da meravigliarsi se tra qualche anno il padel entrasse tra le discipline olimpiche, visto che insieme al calcio a 5 è, al momento, lo sport più praticato nei circoli.

Accessibilità, desiderio di accettazione, esigenza di ritagliarsi uno spazio, condivisione: più in generale, oltre al grande divertimento, il padel ha un’enorme presa perché sembra essere una rappresentazione plastica di questi tempi. E già questa potrebbe essere una risposta a chi lo descrive come un trend passeggero, e non come uno sport destinato a diventare un movimento sempre più nutrito. Ma il futuro del padel non sembra interessare più di tanto gli appassionati, che crescono di giorno in giorno e hanno solo una preoccupazione: trovare un campo libero per giocare.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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