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Peter Rufai non dimentica

By 21 Novembre 2019
Peter Rufai

Lo storico portiere nigeriano, che subì la doppietta di Baggio a Usa ’94, ha ricevuto molto dal calcio e ora vuole restituire qualcosa. Così si è fatto avanti con un appello ai jihadisti di Boko Haram per la liberazione delle 112 studentesse rapite

Durante la notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 i terroristi islamici Boko Haram rapirono a Cibok, città dello stato del Borno, nel nord-est della Nigeria, 276 studentesse. Le giovanissime si trovavano in un collegio per sostenere gli esami di fine anno. Alcune ragazze riuscirono a scappare, altre vennero liberate, ma di molte di loro non si sa più nulla. Forse alcune sono morte, costrette dai loro aguzzini a farsi saltare per aria, mietendo morte e distruzione nella propria terra contro la loro volontà, dopo aver subito un lungo lavaggio del cervello.

Dopo cinque anni mancano all’appello ancora 112 ragazze. Pochi si ricordano di questa immensa tragedia, ma cinque anni fa, il mondo intero si era indignato per un attimo e già poche ore dopo era partita una delle più grandi campagne mai lanciate sui social network con l’hashtag #BringBackOurGirls.

In Nigeria per fortuna c’è qualcuno che non ha mai dimenticato per un solo istante la tragedia, l’ex portiere Peter Rufai. Non ha bisogno di visibilità e neppure di denaro il 56enne re della tribù degli Idimu, originaria di Lagos. Dall’alto della sua posizione regale ha lanciato un appello a Boko Haram per la liberazione delle 112 studentesse nelle mani degli jihadisti dal 14 aprile del 2014. «Sono pronto a prendere il loro posto. Mi sembra uno scambio ragionevole. La mia famiglia può pagare qualsiasi riscatto. Se vogliono soldi possiamo parlarne. Non si può continuare a giocare con la vita di giovani innocenti».

Peter Rufai

(Photo by Getty Images)

Rufai non è un personaggio qualsiasi e neppure un fanatico dal piglio delirante, la sua notorietà arriva dagli ambienti sportivi. Ha difeso la porta della nazionale di calcio della Nigeria in sessantadue occasioni. Era il numero uno ai mondiali americani del 1994 e, soprattutto, giocò contro gli azzurri a Boston. Una gara che anche i più tiepidi appassionati di pallone ricordano bene. La Nigeria passò in vantaggio con Amunike, l’Italia di Arrigo Sacchi salvò la faccia e la qualificazione con una doppietta di Roberto Baggio quando ormai gli africani si predisponevano ad assaporare un risultato epocale. «Fa sorridere essere ricordato per la prestazione peggiore della mia carriera, ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Baggio era un marziano, ma con maggior reattività il primo gol avrei potuto evitarlo. Non saremmo andati ai supplementari e la storia del calcio nigeriano avrebbe preso un’altra piega».

La carriera nelle Super Aquile e i campionati da professionista in Belgio, Olanda, Spagna e Portogallo gli hanno regalato fama e ammirazione. «Prima ancora che la corona da re della mia tribù – ci tiene a sottolineare – per questo non esito a mettermi a disposizione dei terroristi. Il destino con me è stato clemente. Da bambino sono guarito dal vaiolo mentre un sacerdote mi stava già impartendo l’estrema unzione. Poi è arrivato il pallone. Ho ricevuto davvero molto. È arrivato il momento di restituire qualcosa».

Peter Rufai

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Peter Rufai, che fa la spola tra la Nigeria e La Coruna, in Spagna, dove ha aperto una scuola calcio, è cattolico, anche se poco praticante, ma a suo modo di vedere la religione in Nigeria è solo un pretesto per regolare i troppi «giochi di potere in sospeso. Ho molti amici musulmani, la convivenza in Nigeria non è un problema. Prendete la scuola di Chibok dove rapirono le ragazze, c’erano studentesse di entrambe le religioni. Prima di tutto amiche tra di loro».

Un cattolico che dialoga con i musulmani e che prende due gol da un buddista. «Non manca proprio nulla – sorride – il terrorismo religioso serve a mascherare il vero dramma del nostro Paese che si sta consumando nell’infinita guerra del petrolio. Altro che chiese o moschee, a casa nostra sono le raffinerie i luoghi di culto».

Luigi Guelpa

About Luigi Guelpa

Luigi Guelpa è nato nel 1971. Giornalista professionista, da 30 anni racconta l'Africa e il Medioriente per alcune tra le più importanti testate italiane.

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