Feed

Pirlo e i suoi predecessori “giovani” alla Juventus

By 22 Agosto 2020

Picchi, Trapattoni, Zoff, Ferrara, Deschamps. Nel corso della sua storia la Signora si è affidata più volte ad allenatori alla prima esperienza in panchina. E i risultati, spesso, sono stati positivi

Andrea Pirlo, 41 anni. Dall’8 agosto scorso è il nuovo allenatore della Juventus, dopo il gran ribaltone dell’estate 2019 (staffetta Allegri-Sarri) i cui risultati – ad eccezione del nono campionato di fila – sono stati deludenti. Presentato il 30 luglio come mister dell’Under 23, il “Maestro” è stato promosso a sorpresa nel giro di una settimana sulla panchina della Prima Squadra, lui che in panchina, in giacca e cravatta, finora non si è mai seduto.

Elemento questo che ha fatto e fa discutere, soprattutto quando la società in questione è la Juventus con tutto il peso delle sue ambizioni e con la Champions, ossessivamente, in pole position tra gli obbiettivi da centrare. Ce la farà? È un predestinato come certificano diversi addetti ai lavori pronosticandogli sorti migliori e progressive o rischia di bruciarsi presto e di rimanere quindi scottato per chissà quanto tempo? Ai posteri l’ardua sentenza (Alessandro Manzoni docet).

Quel che interessa oggi è un’altra visione del fenomeno “Pirlo” e che caratterizza la storia della società bianconera: quello dell’allenator giovane, non solo e non tanto anagraficamente, ma anche riguardo al suo curriculum. Una strada che alla Juventus non rappresenta un inedito. Anzi, come vedremo, specie in alcuni snodi decisivi della sua storia, è stata una precisa strategia di gestione. Quasi sempre con frutti tricolori in coppe dorate e su un letto di allori internazionali.

(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Il primo parallelo – forse anche il più calzante con la cronaca dei nostri giorni– è con Armando Picchi, giusto 50 anni fa. Estate 1970, Giampiero Boniperti è a capo della Juventus dal novembre dell’anno prima. La squadra è da rifondare: per tutti gli anni ’60 ha vinto un solo scudetto e una Coppa Italia. C’è bisogno di forze fresche, di entusiasmo e di uno sguardo prospettico. Boniperti e Italo Allodi, suo braccio destro, acquistano la “meglio gioventù” disponibile sul mercato per una rosa che risulterà composta in buona parte da “under 21”. Manca il nome dell’allenatore, adesso, per completare la rivoluzione.

Italo Allodi propone quello di Armando Picchi che ha smesso l’anno prima di giocare. Lo conosce bene dai tempi della Grande Inter, sa quali sono le sue qualità, di uomo, prima ancora che di allenatore (lo faceva in campo sempre nonostante Herrera). Carisma, competenza, nobiltà d’animo. Picchi, 35 anni, è la persona giusta per creare un gruppo vincente e per aprire un ciclo di vittorie. Una scelta azzeccata, pensano Allodi e Boniperti.

Tuttavia, le polemiche non mancano. Intanto Armando non ha il patentino di prima categoria. Ma qui la Juve (e Allodi) fanno valere la loro forza, con un escamotage di abile costruzione. “Il corso abilitativo non si è tenuto per via dei concomitanti mondiali messicani; verrà fatto in futuro e a quello parteciperà il nostro Picchi”. Stop e fine delle trasmissioni. Tuttavia ciò non basta. C’è chi lamenta la pochissima esperienza in panchina di Armando Picchi che è racchiusa nelle ultime cinque partite in A con il Varese (68-69) nel doppio ruolo di allenatore-giocatore dopo l’esonero di Arcari IV (e sotto la tutela del prestanome Sergio Brighenti) e una buona fetta della stagione 69-70  alla guida del Livorno in Serie B (con ottimi riscontri).

(Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Insomma i venti sembrano soffiare al contrario, ma lui, da livornese di scoglio, non si lascia intimidire. “Per me un allenatore sa o non sa. È un punto base: detto ciò che importanza può avere l’età?”. Boniperti e Allodi hanno visto bene. Armando Picchi è il mister di una squadra tutta nuova, fresca e sbarazzina. Giovani da formare e chi meglio di lui che, già da giocatore, ha saputo dirigere e dare l’esempio ai suoi compagni? Parte la stagione, gli inizi sono faticosi, con risultati alterni, ma nessuno mette in discussione le qualità del tecnico.

La squadra è totalmente nuova, trovare gli equilibri non è cosa immediata. Ci vuole pazienza, ma intanto mette in campo per uno spezzone di partita Causio, giocatore che a lui piace molto, per evitare un suo possibile trasferimento alla riapertura delle liste in ottobre. Purtroppo il suo lavoro si interrompe a febbraio, quando il male che lo aveva già aggredito da qualche tempo, non gli dà più la forza di continuare. Al suo posto Boniperti chiama il fido Cestmir Vycpalek. Armando Picchi morirà a 36 anni il 26 maggio 1971, dopo aver seminato benissimo (e i frutti verranno raccolti già a partire dall’anno seguente).

Sei anni dopo, 1976, nuova svolta epocale. La Juve, dopo aver vinto tre campionati (72, 73 e 75) ed essere arrivata alla sua prima finale di Coppa dei Campioni (1973, sconfitta 1-0 contro l’Ajax di Cruyff),  ha appena regalato lo scudetto al Torino. Uno sgarro che Boniperti non riesce a digerire. Il mister Carlo Parola, subentrato nel 1974 a Vycpalek, non viene confermato e allora il presidente bianconero ritenta la carta del giovane allenatore. La scelta stavolta cade su Giovanni Trapattoni, 37 anni, e uno scarno curriculum come tecnico.

È stato un buon mediano, il Trap. Ha giocato anche in Nazionale, lui debuttava, Boniperti chiudeva. Gli piacque subito. Serio, pratico, intelligente, con un gran senso del dovere. Come detto, esperienza poca, però. Tre anni nei quadri tecnici del Milan, la squadra con cui ha sempre giocato, ad eccezione della parentesi finale al Varese. Dopo il ritiro nel 1972, è tornato in rossonero per il suo tirocinio da allenatore sotto l’ala protettiva di Nereo Rocco. Una stagione nelle giovanili (con presenza in panchina nella Fatal Verona il 20 maggio 1973, vista la squalifica del Paròn e il concomitante ko fisico del suo vice Cesare Maldini) e poi tre campionati nello staff della prima squadra, ora come collaboratore, ora come vice, e nel 1975-76 in prima persona. Va detto che quel Milan era in fase calante e, soprattutto, in piena e perenne turbolenza sul fronte societario (nel 1975 Gianni Rivera, ancora in divisa da calciatore, ne divenne di fatto il presidente).

Così, durante l’estate del 1976, con il Milan che pensava (anche lui) all’allenator giovane in rampa di lancio (l’innovativo Pippo Marchioro), il Trap inizia l’operazione “svincolo” dalla famiglia rossonera. Non manca l’interesse per lui. Le voci ruotano attorno ad alcune società di Serie B: Sambenedettese, Pescara, Atalanta. E la soluzione Bergamo è quella che più gradisce il giovane Trapattoni, tanto che con il presidente Bortolotti l’accordo sostanziale è già stato raggiunto. Nulla di scritto, ma la parola vale. Così, quando il giornalista Angelo Caroli (ex calciatore bianconero), gli fa arrivare la notizia che lo vorrebbero sulla panchina bianconera, il Trap traballa. Risolve tutto Boniperti. Questo il racconto del presidente onorario della Juve: «Trapattoni aveva già una parola con l’Atalanta e quando l’ho chiamato è stata la prima cosa che mi ha detto. Ho telefonato al presidente Bortolotti, mio grande amico: ‘Achille, Trapattoni vorrei prenderlo io’. ‘Se lo vuoi tu, hai via libera’. Fatto. Il Trap è venuto a Barengo accompagnato da Giuliano e l’accordo lo abbiamo raggiunto a casa mia».

Nasce così, da un’intuizione del presidente, il Trapattoni allenatore della Juventus, sul solco di ciò che non fu con il povero Picchi. La scelta è, ovviamente, esposta ai tifoni delle critiche e delle polemiche. Il Trap è giovane. Zoff ha solo tre anni meno di lui. Tra i nuovi arrivi c’è quello di Romeo Benetti, suo ex compagno rossonero. Un bel guazzabuglio. Anche perché quella squadra è formata in gran parte da giocatori affermati e di personalità. Molti di loro sono anche nazionali.

(Photo by Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

Nel viaggio verso Barengo, non a caso, il Trap ha avuto mille ripensamenti, come ha ricordato nella sua autobiografia. «Guidavo e pensavo alla Juve. In che modo avrei potuto gestire una squadra come quella? Che tipo di ambiente avrei trovato? Sarei stato rispettato?». E ancora: «Andare alla Juve poteva dirsi una cazzata? Forse sì, forse avrei dovuto farmi le ossa in una piazza meno ambiziosa, più tranquilla. Avrei potuto partire dalla provincia e poi vedere. La mia indole è quella: un passo alla volta, senza pestare i piedi a nessuno».

La storia ha dato le sue risposte. Nette, precise, inequivocabili. Il Trap si dimostra fin dall’inizio abile domatore, così come i giocatori danno prova di intelligenza e rispetto. La scuola di Rocco gli ha fatto bene. Il suo connubio con Boniperti getta le sue solide fondamenta proprio in quei primi mesi di vita comune e molto spesso insieme. Ogni sera i due si vedono in sede. Boniperti sa che il giovane Trap ha bisogno di supporto. E glielo offre con passione e competenza. L’allenatore, da parte sua, non si lascia sfuggire l’occasione: ascolta, chiede, valuta, discute, si confronta. E poi decide.

In dieci anni, dal 1976 al 1986, la Juve del Trap conquista tutti i trofei in palio. In Italia, in Europa e nel mondo. Un ciclo vincente con felicissime ripercussioni in azzurro: nove bianconeri in Argentina nel 1978, sei campioni del mondo in Spagna quattro anni dopo (per tacer del Causio appena ceduto all’Udinese e del Bettega bloccato a casa da un ginocchio ballerino). Abile con i “grandi” e maestro attento e scrupoloso con i giovani da svezzare (chiedere al destro di Cabrini, uno dei tanti big passati dalle sue cure). Dieci anni per il primo ciclo, altri tre dal 1991 al 1994 richiamato dal sodale Boniperti per la Restaurazione post-Maifredi, con una Coppa Uefa nel ’93 a chiudere la sua gloriosissima parentesi bianconera.

Armando Picchi e Giovanni Trapattoni, quindi. Ma anche Dino Zoff. Nel 1988 quando gli fu affidata la panchina della Juve aveva sì 46 anni, ma nessuna esperienza come allenatore di squadre di club, visto che fino ad allora la sua carriera lo aveva visto per due anni selezionatore della Nazionale Olimpica, peraltro apprezzato. Nessun dubbio sulle sue qualità, ma occorreva la prova del campo. Le due coppe vinte nel 1990 con una squadra un gradino sotto Milan, Inter e Napoli, certificano le ottime doti di mister.

 (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Ma la Juve in quel momento era abbagliata dal gioco nuovo e spettacolare dei profeti della zona e si convinse di dover anche lei imboccare quella strada che si rivelò fallimentare. Come un flop assoluto fu la promozione dalla “Primavera” di Ciro Ferarra, classe 1967, che qualcuno elevò al rango di enfant prodige della panchina sulla scia del coevo fenomeno Pep Guardiola (lui sì un fenomeno) che era approdato alla guida del Barcellona dopo aver allenato la seconda squadra del Barça. Un abbaglio clamoroso, che durò lo spazio di sei mesi a cavallo tra la stagione 2008-09 e la successiva, sostituito poi da Zaccheroni.

Ma torniamo a noi per chiudere con l’ultimo allenator giovane bianconero degno di nota, scelto in un momento a dir poco drammatico, e che risponde al nome di Didier Deschamps. A lui, ex centrocampista della prima Juve di Lippi, la dirigenza affida la panchina dopo lo sconquasso di “Calciopoli”. Serie B, con tanto di partenza ad handicap. Siamo nel 2006, Didier ha 38 anni. Alle spalle alcune stagioni alla guida del Monaco, con alterni risultati. Quando lo cerca la Juve è fermo da un anno. Sarà, ma le premesse non sembrano le migliori. E invece il francese riesce a centrare al primo colpo l’obbiettivo del ritorno in A. Certo, gli danno una mano Buffon, Del Piero, Camoranesi (campioni del mondo in carica). Anche Trezeguet e Nedved, rimasti a Torino nonostante la retrocessione. Lui ci mette del suo a tal punto che vorrebbe garanzie per l’anno seguente. Purtroppo qualche equilibrio salta e, alla stessa velocità del suo ritorno come allenatore, segue l’addio ancora prima che la stagione finisca. Un gran peccato, visti i traguardi raggiunti poi con il Marsiglia, suggellati dal titolo mondiale come CT della Francia nel 2018.

Leave a Reply