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Pirlo fa l’Allegri

By 11 Dicembre 2020

È l’opposto di quanto si pensava, scriveva, diceva. Un allenatore pragmatico, simile a quello con cui non andò sempre d’accordo. Ha riordinato una rosa disomogenea attraverso il modulo più classico, il 4-4-2, e ora, soltanto ora, può evolverla.

Non era in programma che Andrea Pirlo diventasse allenatore della prima squadra della Juventus, altrimenti non sarebbe stato presentato come tecnico dell’Under 23 solo qualche giorno prima. Vuol dire che è stata una scelta improvvisata, o quantomeno forzata, di certo unica: Pirlo promosso subito, ancor prima di cominciare, senza mai essersi seduto su una panchina, nemmeno delle giovanili.

D’un tratto, nessuno sapeva cosa pensare, cosa dire, cosa scrivere, se non che Pirlo era il nuovo Guardiola per via del coraggio della società, forse per il ruolo che entrambi ricoprivano in campo, e per una strana associazione basata sulla tesi a Coverciano del bresciano, anche per il calcio che avrebbe portato nella Juventus. Un gioco di possesso, pensavano, dicevano, scrivevano, dove il modulo è fluido, il 4-3-3 diventa un 2-1-3-3 o giù di lì, tutti attaccano e tutti difendono, la rivoluzione del calcio. Nulla si sapeva di Pirlo, forse nemmeno Pirlo sapeva che allenatore sarebbe stato, se è vero come avvisa l’amico Adani a Sky Sport che “fino a due anni fa nemmeno voleva farlo, questo mestiere”, ce lo può assicurare e chi siamo noi per non crederci.

 (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Quattro mesi dopo, si può pensare, parlare e scrivere di Pirlo. Si deve cominciare a farlo perché ci sono i fatti, le partite, le prestazioni, non più solo le frasi fatte, le aspettative, le ipotesi. C’è anche il 3-0 a Barcellona, evidente apice della giovane carriera del tecnico, non solo per il risultato ma per come è stato ottenuto: evolvendo una Juve prima destrutturata.

La verità è che Pirlo non ha inventato nulla ed è un complimento: non aveva il materiale né il tempo per farlo. Si fosse incaponito, si sarebbe suicidato, diventando l’ennesimo prodigio della panchina incompreso. È stato intelligente, ha fatto davvero l’allenatore: ha preso ciò che aveva, l’ha riordinato e l’ha distribuito secondo le regole esistenti. Ha gettato le basi su cui poi, da qui in avanti, potrà lavorare.

Basi che per definizione devono prima esistere e poi essere solide per evitare tracolli futuri. Basi che sono sintetizzabili nel 4-4-2, modulo che per paradosso proprio a Pirlo giocatore era indigesto, se è vero che non prevede il regista. Dal regista, o meglio dalla sua assenza in rosa, Pirlo è partito per riordinare la Juve: “Abbiamo 4 centrocampisti, nessuno può fare il vertice basso, quindi giocheremo con due mediani”, ha detto dopo la prima partita di campionato. Tutti a guardarlo storto, come, Arthur non è un regista? E Bentancur? Aveva ragione Pirlo, che lì ha giocato, che regista è stato: è partito dal centro per sistemare il resto, da ciò che conosceva meglio.

Foto Alessandro Garofalo/LaPresse

Due mediani, ok. E poi? Due punte, naturalmente, per mettere Cristiano Ronaldo nelle migliori condizioni possibili, visto che la differenza della Juve è lì, non più altrove. Cristiano con Morata, quindi, un nuovo Morata più responsabile, cresciuto, tranquillo. Più punta vera, anche, capace di agire da riferimento e non di aver bisogno lui di un riferimento come accadeva con Tevez durante la prima esperienza a Torino.

E Dybala? Pirlo è stato capace di rinunciarvi, non in termini di minuti vista l’indisponibilità di Cristiano prima e Morata poi (in campionato), ma in termini di responsabilità. Si vede che il gioco non è adatto a Dybala, ma quest’ultimo è una risorsa da recuperare perché di attaccanti altri, in rosa, non ce n’è. Il gioco, appunto: di transizione, soprattutto. Non essendoci regista, non c’è controllo totale, e sono troppi i giocatori di corsa, istintivi, abili in campo aperto con metri davanti piuttosto che nello stretto, quando la tecnica e il pensiero fanno da padroni: leggasi Chiesa, Kulusevksi, Bernardeschi, le tre ali a disposizione, di cui due davvero classiche, quelle dei 4-4-2 a cavallo tra gli anni ’90 e 2000, in più all’occorrenza Cuadrado (come a Barcellona), ci fossero terzini a sufficienza.

Quindi 4-4-2 sia, anche quando i più si scervellavano sulla difesa a 3, sul modulo liquido, e Pirlo rispondeva che “no, guardate che stiamo giocando a quattro da inizio anno”. Semmai evolve in fase di costruzione in un 3-5-2, se l’avversario lo consente e in campo ci sono gli interpreti giusti per farlo: non è un obbligo ma un’opportunità, il che dimostra quanto Pirlo sia flessibile, quanto non pieghi il modulo agli uomini né al gioco, bensì il contrario.

 (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

In questo è quanto di più simile ad Allegri, uno dei pochissimi tecnici con cui non è mai andato proprio d’amore e d’accordo, altro paradosso. Nel lavoro di associazione dei giocatori in campo, nell’incastro delle caratteristiche ai principi di gioco, nell’attenzione al rapporto umano con i calciatori (facilitato dall’esserlo stato poco tempo fa, ma anche complicato da questa vicinanza anagrafica, non sempre facile da gestire) ricorda Max. Lo ricorda anche nell’accettazione della rosa a disposizione, imperfetta e corta, al contrario del cliché per cui “la Juventus ha una rosa ampia”.

Pirlo, infatti, non è stato messo nelle migliori condizioni. Si può serenamente affermare: tra le sue mani è finita una rosa da 20 giocatori di movimento, di cui uno è il desaparecido Khedira. Al suo posto ha promosso Frabotta, anche perché i terzini in rosa inspiegabilmente sono soltanto tre, così come gli attaccanti.

Comunque i conti non tornano: nell’anno del virus, dei dubbi sulle condizioni di Chiellini e del rientro tardivo di De Ligt, con le partite compresse e tre competizioni da giocare, un paio di elementi in più sarebbero stati necessari. E pensare che Chiesa è arrivato sul gong del mercato, dai media è stato battezzato come ciliegina sulla torta quando in realtà colmava il numero minimo di giocatori in rosa. La difficoltà è stata il bilancio, pesante di suo, figurarsi con la botta-Covid. Alleggerirlo cedendo in un solo mese Matuidi, Higuain, Rugani, De Sciglio e Khedira era un’opera quasi impossibile, che è stata quasi compiuta dalla dirigenza. Quel “quasi” ha obbligato a rinunciare ad un giocatore in più per tenere qualche big.

Foto Alfredo Falcone – LaPresse

Meno elementi uguale meno caos, il che per paradosso ha aiutato Pirlo a non fare confusione. Sarà magari un problema in caso di infortuni a ripetizione e sovraccarico dei giocatori, ma il tecnico non è tipo da fasciarsi la testa prima di rompersela. Perché è pragmatico, essenziale, pratico, tutto il contrario dell’idea di talento cristallino in campo che diventa allenatore creativo, artistico, ai limiti del folle.

Il suo carattere lo aiuta anche a proteggersi dai fattacci extra-campo, dalle polemiche sul caso Suarez al nervosismo di Paratici (già multato in Serie A tre volte per proteste) e a migliorare nella dialettica, meno ingessata che a inizio stagione. Pirlo fa l’Allegri e lo fa bene, arrivando a giocarsi al meglio le partite decisive, o meglio, la partita decisiva: con il Barcellona ha cambiato qualcosa, ruotato di più il modulo e spinto Ramsey (forse la miglior invenzione, responsabilizzato e rispolverato nel ruolo di finto esterno-trequartista) verso il centro, tra le linee, fuori dalle zone di appiglio dei blaugrana.

Lo 0-3 al Camp Nou è un risultato da cui può nascere la Juve di Pirlo 2.0, l’evoluzione della squadra semplice da cui è saggiamente partito. Ora serve la continuità in campionato, più mentale che tattica, ovvero affrontare Benevento e Crotone come se fossero il Barcellona. C’è chi dice che Pirlo sia la seconda rivoluzione bianconera dopo quella abbozzata e non riuscita con Sarri. Può darsi, ma non è la rivoluzione che tutti si aspettavano: è un ritorno al passato, un passo indietro per poi, ora, prendere la rincorsa e farne due in avanti. O almeno così sperano Pirlo e la Juventus.

One Comment

  • MAssimo ha detto:

    Ciao bella disamina.
    A Barcellona personalmente, mi è sembrato un 352 come dicevi tu, ma è stata anche la prima partita in cui effettivamente nei 4 di centrocampo erano presenti insieme sia Arthur che Ramsey che McKennie. Ergo, è stata la prima volta in cui abbiamo giocato con due uomini vicino ad Arthur che di fatto è stato il vertice basso della squadra.
    Cosa colpisce in questo momento, è la mancanza di posizioni statiche, quindi in questo per adesso molto molto bene, speriamo che domani ci sia la conferma di un gioco che finalmente possa garantire un identità a questa squadra che per caratteristiche è la migliore della serie A.
    In europa non mi farei illusioni, ma con certi giocatori tutto è possibile.

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