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Prodezze e uscite a vuoto di Oliver Kahn

By 14 Giugno 2019

L’ex estremo difensore della nazionale tedesca compie 50 anni. Ecco l’ascesa e la caduta di un portiere straordinario con un carattere a dir poco difficile

Noi, dall’Italia, non ci rendiamo conto di quanto sia considerato in patria Oliver Kahn. L’ex portiere della nazionale tedesca, del Karlsruhe e del Bayern Monaco compie 50 anni il 15 giugno e in Germania sono iniziate le celebrazioni per questo compleanno speciale. Indicato da molti, qualche mese fa, come possibile presidente del Bayern, ha già ricevuto la benedizione da parte dell’attuale patron, Uli Hoeness, per diventare ceo del club bavarese a partire dal prossimo anno.

«Mi piace lo sviluppo che ha avuto Oliver dopo la carriera da giocatore – le parole nello scorso aprile di Hoeness, anche lui ex campione del Bayern – è cresciuto in modo fantastico come opinionista in televisione, ha frequentato un corso di formazione a distanza in economia aziendale e ha fondato un’azienda. Abbiamo una persona che ha vissuto il calcio da portiere al livello più alto e allo stesso tempo è in grado di mantenere la sua posizione nella sfera economica».

Kahn, capello biondo e aspetto tipicamente teutonico, non si è fatto mancare nulla nel suo primo mezzo secolo di vita: successi, dichiarazioni pungenti, tanta personalità e qualche atteggiamento impertinente. Dall’alto delle sue 86 presenze in nazionale e, soprattutto, delle sue 632 gare ufficiali nel Bayern (più di Gerd Müller, Beckenbauer, Augenthaler e meno soltanto dell’altro grande portiere Sepp Maier) se l’è potuto permettere.

Oliver Kahn

Affermatosi nel Karlsruhe, la squadra della sua città natale, nel 1994 passa al Bayern Monaco, indiscusso portiere titolare fino al 2008, quando appende guanti e scarpini al chiodo alla bell’età di 39 anni. «Credo che abbiamo molto in comune – il pensiero su Kahn di Michael Schumacher, uno che di vittorie se ne intende, il 30 giugno 2002 – la disciplina, la tenacia, la meticolosità nella preparazione e la volontà all’impegno. Entrambi non ci distraiamo e diamo sempre tutto».

All’epoca Kahn è sulla cresta dell’onda per le sue straordinarie parate con la maglia della Germania, impegnata ai Mondiali di Corea e Giappone. Per un brutto scherzo del destino però, soltanto qualche ora dopo quell’intervista di Schumi, il portiere e capitano tedesco è protagonista di un errore fatale che spiana la strada al Brasile nella finale della kermesse iridata: fiondata centrale di Rivaldo che gli sfugge goffamente dalla presa e palla sui piedi di Ronaldo che non perdona. Il Brasile vincerà match (2-0) e titolo mondiale grazie a un altro gol del “Fenomeno”.

Dopo quella finale del 2002 Kahn è disperato: «Per me, stasera, ogni parola di consolazione è zero – dice a caldo – ho fatto il primo e unico errore dei Mondiali, che è stato subito brutalmente punito e ha condannato la squadra alla sconfitta. Adesso guardare al futuro è troppo difficile per me. C’è questo passato immediato che mi pesa come una macigno. Molto peggio della sconfitta negli ultimi minuti del Bayern contro il Manchester United in una finale di Coppa dei Campioni di alcuni anni fa (era il 1999, n.d.r.). Qui se n’è andata la Coppa del mondo».

Si consola, soltanto parzialmente, con il Pallone d’oro Adidas come miglior giocatore del torneo. A fine anno è terzo nella graduatoria del Pallone d’oro più ambito, quello di France Football, e secondo nel Fifa World Player. Pochi mesi prima un sondaggio tedesco, condotto dall’istituto Emnid per la rivista “Horizont Sport Business”, l’aveva valutato come il calciatore più popolare di Germania.

Anche le uscite a vuoto non sono mancate nella splendida carriera di Kahn, vincitore di 8 titoli tedeschi, una Champions League, una Coppa Uefa, una Intercontinentale e svariati altri titoli. Nell’ottobre del 2002, durante una convalescenza per uno strappo muscolare, viene pizzicato in discoteca fino alle 5.30 del mattino e multato dal Bayern; pochi mesi più tardi si becca un’altra multa per eccesso di velocità, sorpreso a 154 chilometri all’ora su una strada il cui limite è 80; poi ha una storia con una barista 21enne mentre la moglie Simone è al nono mese di gravidanza.

Oliver Kahn

Il portiere tedesco viene lasciato, ma il suo flirt extraconiugale scoppia dopo 14 mesi mentre l’ex moglie si fidanza con un altro uomo. “La sua debolezza è forse legata al nuovo amore di sua moglie?” titola la Bild il 27 febbraio 2004. Kahn è infatti reduce da tre papere colossali in tre settimane: prima in un match con l’Alemannia Aachen, costato al Bayern l’eliminazione dalla Coppa di Germania, poi in nazionale contro la Croazia e infine in Champions League contro il Real Madrid.

«Era un pallone che si poteva fermare anche senza gambe e braccia» ammette schiettamente Kahn dopo l’errore nel match con le Merengues. La sua popolarità però non svanisce tanto che a novembre del 2004 finisce al decimo posto nella classifica degli sportivi tedeschi più amati dell’ultimo secolo, secondo la tv pubblica Zdf.

Anche con le parole si fa notare: «Sarò io il numero 1 della Germania ai prossimi Mondiali» dice nel marzo 2006, prima che l’acerrimo rivale Jens Lehmann gli soffi il posto, mentre Kahn mastica amaro ma accetta comunque la maglia numero 12, per spirito di servizio verso la sua nazionale, che peraltro gioca in casa: «Non è stato facile per me accettare la decisione dell’allenatore – spiega – ma la mia presenza in Germania è molto importante per tutta la squadra».

Oliver Kahn

La nazionale tedesca viene fermata in semifinale dall’Italia, poi vincitrice del Mondiale, e qualche mese più tardi il numero uno del Bayern, che all’epoca guadagna la bellezza di 9 milioni all’anno, non riesce a trattenersi: «Questa volta saremmo diventati campioni del mondo noi, se avessi giocato titolare io», le sue parole ai settimanali Stern e Focus. Nel dicembre 2007, dopo un pareggio senza reti contro il Duisburg penultimo in classifica, si scaglia contro gli ultimi arrivati nel Bayern, Luca Toni e Franck Ribery: «Devono ancora capire che in Germania solo qualche partita non è sufficiente per entrare nella storia di un club così glorioso – attacca Kahn – il Bayern non è come l’Olympique Marsiglia o la Fiorentina (le ex squadre di Ribery e Toni, n.d.r.). I nuovi giocatori devono ancora abituarsi al livello del Bayern».

Il giorno successivo però il club bavarese lo sanziona con 25 mila euro di multa e una giornata fuori rosa. «Abbiamo molti giocatori che devono migliorare» dice poi nell’aprile del 2007, dopo l’eliminazione dalla Champions ad opera del Milan, alludendo alla scarsa determinazione e aggressività di alcuni compagni di squadra.

Celebrato, stimato, ma anche osteggiato e criticato, Oliver Kahn saluta i campi di calcio a giugno del 2008 e, tre mesi dopo il suo addio, interpellato dalla stampa, racconta di non avere alcuna nostalgia: «Devo ammettere che i primi tre mesi senza calcio sono stati assolutamente meravigliosi, mi sono sentito davvero bene perché non avevo nulla per cui arrabbiarmi. Avevo sempre sognato di poter trascorrere due mesi in barca. Amo il mare e finalmente quest’estate ho potuto realizzare il mio desiderio». Spiazzante e unico fino alla fine, tanti auguri Oliver Kahn.

Adriano Stabile

About Adriano Stabile

Nato a Roma, giornalista professionista freelance e autore di una decina di libri, attualmente collabora con GQ Italia, La Stampa e la rivista Scenografia & Costume. Cura inoltre il sito storiadellaroma.it

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