Feed

Quando Batistuta ha fatto piangere Firenze

By 26 Novembre 2019

Il 26 novembre del 2000 la Roma ospita la Fiorentina. È un match tiratissimo, il primo di Batistuta contro la sua ex squadra. A pochi minuti dalla fine la partita è ancora ferma sullo 0-0, la punta argentina, allora, lascia partire una botta di destro che infila Toldo e fa piangere due città. Per motivi opposti

È il 28 novembre del 2000 quando Mario, presidente dello storico club Roma di Testaccio, affida alle pagine sportive dei quotidiani capitolini le sue sensazioni sul nuovo idolo della curva sud. «Batistuta è quel tipo di giocatore che si può definire un fuoriclasse. Con una zampata diventa decisivo. Il cuore sarà pure a Firenze, ma l’importante è che i piedi siano a Roma». Le radio private pullulano di chiamate. I tifosi intasano i centralini telefonici. Tutti sono alla ricerca di un nome, un appellativo, un motto per il nuovo re.

C’è chi, accecato dall’estro, si esprime in rima. «Batistuta spietato, il sorriso c’hai ridato», «Supercampione eccolo qua, è Batistuta nun lo scordà». L’estasi dei romanisti sfocia nel mistico sfottò ai biancocelesti: «E meno male che Cragnotti c’ha dato il permesso di comprarlo e che settanta miliardi erano troppi» ammette Giorgio il tappezziere, altro socio del club Testaccio, con riferimento chiaro ed esplicito ai cugini laziali.

Grazia Neri/ALLSPORT

Sì, perché dopo una giornata fitta di incontri, smentite, depistaggi e mezze verità il 23 maggio Gabriel Omar Batistuta è diventato un calciatore della Roma. Dopo 9 anni in Viola il Re Leone arriva nella città eterna per 70 miliardi di lire (50 in contanti, subito, gli altri tra un anno). Una finanziaria. Un acquisto record per un attaccante over 30. Lui guadagnerà trentasei miliardi netti per 3 campionati. Era stato dichiarato incedibile da Vittorio Cecchi Gori, con tanto di striscione esposto in tribuna al Franchi. E alla fine il patron viola, seppur a letto con l’influenza, ha ceduto eccome.

Con un colpo di scena all’ultimo momento: «Lo lascio a Sensi», avrebbe detto Cragnotti, presidente della Lazio, considerando i 70 miliardi una cifra troppo elevata. E tornando alla carica per Christian Vieri. Batistuta è partito per l’Argentina da Milano Malpensa per un breve periodo di vacanza prima dell’esperienza nella capitale. E ha trovato ad accoglierlo un gruppo di ultras viola, fuori dalla sua villa, che hanno circondato la macchina e l’hanno implorato di restare. In ginocchio. Dicono sia andata più o meno così. Fine della telenovela.

Grazia Neri/ALLSPORT

O quasi. Perché dire addio non è mica facile. Specie dopo 9 anni, 332 presenze e 207 gol con la maglia viola addosso. «Non avrei mai voluto giocare contro la Fiorentina. Ma siccome prima o poi doveva succedere, meglio che accada subito, così mi tolgo il pensiero» spiega Bati in conferenza stampa il 25 novembre, vigilia di Roma-Fiorentina, la prima sfida ai suoi ex compagni. «No rimpianti no. Sono sincero», aggiunge. Ma un desiderio sì, quello ce l’ha. «Che questa partita arrivi e finisca presto. In campo sarò un professionista, ma prima e dopo sarò un uomo pieno di pensieri, di ricordi e di emozioni troppo forti, anche per me».

«Non dobbiamo avere paura, perché quando hai paura è finita ancora prima di cominciare. La nostra è una squadra fortissima e per me la stagione sarà positiva – ruggisce Tomáš Řepka, difensore ceco e arcigno, che ha già marcato con successo Batistuta 4 anni fa in Coppa delle Coppe – So come fermarlo» ruggisce. «Sinceramente non riesco nemmeno a immaginare cosa vorrebbe dire per me giocare contro la Roma. Di certo uno strazio, e ci vado leggero – racconta Francesco Totti nella sua biografia – Ho quindi grande rispetto per i suoi sentimenti, anche perché per tutta la settimana non solo non si preoccupa di nascondere il malumore, ma lo espone per farci capire quanto gli sta costando».

Jamie McDonald /Allsport

Si gioca il 26 novembre del 2000. È la Roma di Fabio Capello. È la Fiorentina di Fatih Terim. Serata umida, terreno scivoloso per la pioggia caduta nel corso della giornata; spettatori 70mila circa; angoli 5-4 per la Roma; ammoniti: C.Zanetti, Nuno Gomes, Pierini, Zebina, Vanoli, Torricelli e Assuncao. Batistuta entra in campo e mantiene la promessa fatta in settimana. Abbraccia Toldo e Rui Costa. Poi dieci lunghi secondi di corsa lungo lo spicchio di stadio riservato al settore ospiti, quello infilato tra la tribuna Monte Mario e la curva nord, quello con i suoi ex tifosi.

Sono 3mila. Lo aspettano. Lo applaudono. Lasciano partire il vecchio coro: ‘Batigol, Batigol Batigol’. Emozione. L’Olimpico attende con pazienza, quasi con rispetto. Con la forza di chi sa che quello è solo un vecchio amore, che ora il presente è a tinte gialle e rosse. E infatti aspetta, non sbuffa, rilancia. L’argentino torna saltellando e ciondolando verso il centro del campo. E i tifosi romanisti attaccano ‘Batistuta ve saluta, Batistuta ve saluta’. È la sua partita.

«La partita è difficile, sofferta, sconclusionata perché noi ci siamo ormai abituati a poggiare il nostro gioco su Bati, ma lui quella sera ha addosso Řepka (uno bravo) in prima battuta, e le rare volte in cui se ne libera gli si chiude addosso una tenaglia di altri due uomini – ricorda Totti – Si va avanti sbuffando fino all’83’». Mancano pochi minuti alla fine di un match destinato allo 0-0 quando Zago alza un pallone verso Guigou, che appoggia di testa al limite dell’area. È una palla a mezz’aria su cui si avventa Batistuta che lascia partire un destro terrificante. Toldo la vede solo passare. La sfera si insacca istantanea nella rete. Centrale, spietata, beffarda. Potente.

Batistuta prepara la conclusione vincente (LaPresse).

Il destino si è compiuto. È la sua partita. Batistuta si irrigidisce, viene immediatamente sommerso dall’abbraccio dei compagni. Capello alza il pugno e sorride, finalmente, in panchina. Montella, che gli ha tolto la maglia numero 9 ed è entrato da poco sul prato dell’Olimpico, lo stringe. E poi Totti, Cafù, Zebina. Lui sembra pietrificato. Si torna verso il centrocampo a passo lento. E con l’attaccante che ha appena deciso la partita nel tentativo di nascondere le lacrime.

«Sono situazioni un po’ strane queste in cui tutti festeggiano (non c’è momento più travolgente nelle nostre vite dei dieci secondi successivi a una rete) mentre il protagonista non ci riesce. Bati ci abbraccia forte ma non dice mezza parola. È un gol importantissimo, in classifica porta a tre i punti di vantaggio sulla seconda – racconta Totti – Ed è un gol che celebriamo a lungo, ma quando torniamo al centro del campo perché la Fiorentina sta per riprendere il gioco, vedo Bati asciugarsi le lacrime con la manica della maglia. Non è sudore, sono lacrime vere. Non festeggerà nemmeno nello spogliatoio».

Francesco Totti prende in spalla un Batistuta in lacrime dopo il gol (Grazia Neri/ALLSPORT)

«È stata una favola a lieto fine per lui e per tutti noi. Ci ha regalato una grande gioia – dirà Fabio Capello, raggiante, nell’intervista del dopo partita – Si pensa sempre che i calciatori sono dei mercenari e pensano solo ai soldi e ai propri interessi. Le lacrime sono una cosa vera e non si possono far scendere come aprire un rubinetto. È stato un gesto di grande affetto e stima verso la Fiorentina quello che Batistuta ha fatto ed è stata la dimostrazione che questo è un uomo vero». I 70 miliardi? «Sono ben spesi», aggiungerà un felice Franco Sensi.

Lui, invece, avrebbe preferito vincere senza determinare direttamente il risultato. Si è visto, si è capito. Lui che a 18 anni si immaginava già adulto, capendo che il calcio avrebbe potuto dargli quello che desiderava: niente eccessi, ma una casa, una famiglia, una bella macchina. Lui che di calcio «a parte calciare», non sapeva nulla. Lui che non guardava mai le partite delle altre squadre. Si annoiava. Lui che si definiva un operaio del pallone, con orari e ritmi come quelli degli impiegati che timbrano il cartellino. Lui come gli studenti con la volontà di ferro. Lui che non era come Maradona, Messi o Ronaldo «che il calcio ce l’hanno dentro, nel destino».

Grazia Neri/ALLSPORT

Lui che due giorni dopo la partita imbocca l’autosole a bordo del Gran Cherokee blu, Roma Nord-Firenze Sud, nemmeno due ore da casello a casello, corre all’aeroporto dove ha già prenotato il piper su cui sei mesi ha fa superato l’esame per ottenere il brevetto di pilota e s’infila tra le nuvole e le vedute della sua ex casa, della sua ex città, del suo vecchio cielo. È accompagnato da un impiegato viola, suo grande amico. «Avevo voglia di volare», racconterà.

È questa la forza di Batistuta: gli hanno voluto bene perché è uno normale. È uno che andava a lavorare tutti i giorni. È uno trasparente. Che le promesse le mantiene. Che ti dice le cose come stanno e non come vorrebbe la società che fossero. Sei mesi abbondanti dopo, il 9 aprile del 2001, Batistuta tornerà a Firenze, beccandosi parecchi fischi più che applausi. Toldo starà più accorto; Řepka gli negherà stavolta un gol con un salvataggio sulla linea. E la Roma verrà sconfitta per 3-1.

Grazia Neri/ALLSPORT

Nell’annata 2000-01, però, quel siluro di Batigol assumerà un significato simbolico e quasi mistico nella corsa verso lo scudetto. Il 26 novembre doveva essere la sua partita, la sua notte, la sua rivincita. E lo è stata. E se nell’orgasmo delle radio romane del giorno dopo, tra un rap, una rima e un idolo da idolatrare s’è infilato anche il solito cinico (Francesco, testaccino doc) che con dodici miliardi l’anno giura di andare tutte le domeniche «a piagne sotto la curva della Fiorentina», ecco, allora non va dimenticato cosa ha detto di lui, di Batistuta, Diego Armando Maradona, uno di quelli che il calcio ce l’aveva dentro, ce l’aveva nel destino. «Non esiste, né esisterà un altro come Gabriel Omar Batistuta». Che notte, quella notte. 

Raffaele Nappi

About Raffaele Nappi

Classe 1990, scrive per «Il Fatto Quotidiano» e «Il Messaggero». Due libri. Sogna di lavorare in una redazione prima che scompaiano. Per il momento il suo ufficio dista solo un corridoio.

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Ibra bacia tutti. Napoli, Milan, Bologna e, ora, anche l'Hammarby,...