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Quando gli altri baschi sfiorarono l’impresa

By 5 Febbraio 2020
Real Sociedad

La folle stagione 2002-2003, quando la Real Sociedad di Kovacevic e Nihat, una squadra costruita per galleggiare a metà classifica, arrivò a un passo dal soffiare la Liga al Real Madrid dei Galacticos

Nel libro Patria di Fernando Aramburu si raccontano le vicende dei Paesi Baschi profondi dal post franchismo ad oggi attraverso le vicende di due famiglie. Fra i vari personaggi di questo romanzo corale, due ragazzi affiliati all’Eta (l’organizzazione armata basca indipendentista) sono costretti a fuggire clandestinamente in Francia, coperti da simpatizzanti del movimento. Nei lenti giorni del loro esilio, per far passare il tempo e dare alle loro giornate una parvenza di normalità, uno domanda all’altro: «non sarai per davvero tifoso di quelle schiappe della Real Sociedad?».

È facile, ad uno sguardo superficiale, analizzare il calcio basco attraverso l’opposizione Athletic Bilbao vs. Real Sociedad. Da una parte i “veri” baschi, che annoverano fra le loro fila solo giocatori nati in Euskadi (il nome in basco della zona) o “naturalizzati”; dall’altra la squadra dei “traditori”, che dal 1989 ha deciso di “aprire le frontiere” e che deve il suo nome al re spagnolo Alfonso XIII. San Sebastian infatti era uno dei luoghi di villeggiatura preferiti dei reali spagnoli e il club, che durante la Repubblica cambiò il nome in Donostia, venne rinominato Real Sociedad nel 1939 con la vittoria del dittatore Francisco Franco.

La realtà, come spesso accade, è più sfumata: fu infatti con una squadra interamente composta da giocatori baschi che la Real Sociedad vinse la Liga per due anni di seguito, nel 1980-1981 (per differenza reti contro il Real Madrid) e nel 1981-1982. Sono vittorie che, a pochi anni dalla morte di Franco, avevano una forte valenza politica, anche perché negli anni Ottanta l’Eta attuò alcuni dei suoi attentati più sanguinosi, con diverse esplosioni a Madrid, Barcellona e Saragozza.

Real Sociedad

(DPA/LAPRESSE)

La scelta della direzione del club nel 1989 di aprirsi a giocatori stranieri (il primo fu l’attaccante irlandese John Aldridge) voleva anche simboleggiare una nuova fase nelle relazioni fra Paesi Baschi e Spagna, anche se l’Eta depose le armi ufficialmente solo nel 2011, per poi sciogliersi nel 2018.

Fu forse un caso, ma negli anni Novanta i risultati della Real Sociedad furono molto deludenti, come se, abbandonata l’idea nazionalista di avere solo giocatori baschi, fosse scomparsa la forza della squadra. Fino a quell’annata folle, il 2002-2003, quando una squadra costruita per rimanere a metà classifica sfiorò il titolo di campione di Spagna.

Il “título blanco”, l’ha chiamato il giornalista spagnolo Miguel G. Barea, espressione efficace per dare l’idea di quanto gli txuri-urdin (biancoazzurri in basco, dai colori ufficiali del club) fossero andati vicino a vincere la Liga. Era una squadra strana, quella Real Sociedad, misto fra vecchi conoscitori del rettangolo verde, promesse mai sbocciate e talenti del vivaio. In porta ad esempio c’era l’olandese Sander Westerveld, che già all’epoca era piuttosto bravo a giocare con i piedi, e la difesa era una strana amalgama fra canterani come Igor Jáuregui e un argentino di secondo piano, tale Gabriel Schürrer che giunto dal Las Palmas disputò una stagione memorabile.

A centrocampo giocavano invece Mikel Aramburu, capitano e simbolo della squadra, e un giovanissimo Xabi Alonso, che avrebbe vinto il campionato solo diversi anni dopo, con la casacca del “nemico” Real Madrid. Due campioni mai sbocciati del tutto correvano in fascia, il russo Valery Karpin e lo spagnolo Javi de Pedro, piedi dolcissimi e talento incostante, che però quell’anno avevano deciso di mostrarlo quasi tutte le domeniche.

Real Sociedad

(Firo Foto/ALLSPORT)

In attacco una coppia tipica del calcio fra gli anni Novanta e i Duemila: il centravanti grande e grosso (in questo caso Darko Kovacevic, un passato anche nella Juventus e che era già alla seconda esperienza a San Sebastian) e la seconda punta tecnica e veloce (il turco Nihat Kahveci), che quell’anno segnarono in due quarantatré gol. Ad allenarli un tecnico francese timido e discreto, Raynald Denoueix, che due anni prima aveva vinto la Ligue 1 col Nantes e che giocava con un quattro quattro due classico, di impronta sacchiana.

Che fosse un campionato particolare lo si poteva capire fin dalla prima giornata: derby contro l’Athletic Bilbao e vittoria per quattro a due in casa, fra l’entusiasmo generale. Poi il pareggio contro il Real Madrid dei Galacticos, che aveva appena comprato Ronaldo Nazario e che viveva la fine dell’epoca degli “Zidanes y Pavones”, secondo i dettami del presidente Florentino Pérez. Grandi campioni internazionali (in quel Madrid giocavano fra gli altri Figo, Roberto Carlos, Raúl e Zidane, oltre ovviamente a Ronaldo) e giovani del vivaio (appunto Pavon). Per qualche tempo l’idea parve perfino funzionare, per poi crollare rovinosamente.

La prima parte del campionato della Real Sociedad comunque fu straordinaria: oltre al pareggio al Bernabeu con il Real Madrid, ci fu la vittoria in casa contro il Barcellona di Van Gaal, con Kovacevic e Nihat che sembravano poter segnare ad ogni azione. La squadra girò a 43 punti e fu campione d’inverno. Nella partita di ritorno contro il Real Madrid, la Real Sociedad giocò una delle migliori partite dell’anno: vinse quattro a due, con una doppietta di Kovacevic e i gol di Nihat e Xabi Alonso, e in generale diede una manifestazione di superiorità che si era vista raramente contro i madrileni, tanto che al trentunesimo il risultato era già di tre a zero.

Real Sociedad

(Photo by Denis Doyle/Getty Images)

A partire da quella partita, però, il Real Madrid cominciò a ingranare e a recuperare punti: Ronaldo a poco a poco tornò in forma e iniziò a segnare, Figo e Zidane tornarono a giocare su livelli altissimi e la Real Sociedad perse punti importanti contro Valladolid e Betis.

Alla penultima giornata, la sconfitta con il Celta sancì il sorpasso definitivo dei madrileni, che andarono a più due. Mancava però ancora una partita e gli scontri diretti erano favorevoli ai baschi. L’ultima giornata metteva in scena una sorta di derby incrociato: la Real Sociedad giocava contro l’Atletico Madrid, mentre il Real ospitava l’Athletic Bilbao. La conferenza stampa prepartita di Denoueix fu surreale: l’allenatore francese a fine campionato ancora non parlava spagnolo, anche se capiva perfettamente le domande.

A vederlo oggi, quando gli allenatori seguono corsi di lingua preventivi – era famoso l’insegnante di Guardiola che gli parlava tedesco anche a pranzo, prima del suo arrivo a Monaco, ma anche le conferenze stampa di presentazione al Chelsea di Maurizio Sarri e Antonio Conte già in un discreto inglese sono indicative – fa uno strano effetto. Quando gli chiedono se i punti persi dipendono anche dalla mancanza di esperienza, il tecnico francese sembra sull’orlo di uno scatto di rabbia: «Ma quale esperienza! Il calcio non è questione di esperienza. Il calcio è sempre questione di qualità». E di qualità, purtroppo per la Real Sociedad, quel Real Madrid ne aveva troppa.

Real Sociedad

(Photo by Firo Foto/Getty Images)

L’Athletic Bilbao, che pure fino al quarantacinquesimo pareggiava uno a uno, viene battuto tre a uno. Sarà, per inciso, l’unica Liga vinta da Ronaldo nonché l’ultima dell’allenatore dei blancos Vicente Del Bosque, cacciato in malo modo da Florentino Pérez perché troppo poco glamour per il suo Real. Qualche anno dopo, si prenderà gustose rivincite con la Spagna.

Alla Real Sociedad non rimase che il secondo posto e la qualificazione in Champions League, che non era comunque poco. Ma dopo un intero campionato passato in testa, ormai giocatori e tifosi avevano cominciato a crederci davvero, insieme a tutti i tifosi anti-Real, che in Spagna sono numerosi. I baschi, virtualmente campioni fino al minuto quarantacinque dell’ultima partita, persero certo il campionato, ma non l’affetto e la simpatia della maggior parte dei tifosi. Perché, come scrive Miguel G. Barea, «el título fue blanco; el campeonato, txuri-urdin».

Daniele Comberiati

About Daniele Comberiati

Daniele Comberiati è professore associato di italianistica presso l’università di Montpellier. Ha pubblicato i romanzi Vie di fuga (2015) e Colpo di stato nella San Marino rossa (2018). Insieme a Simone Brioni ha scritto Italian Science Fiction: The Other in Literature and Film (2019).    

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