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Quando Gullit ha fatto piangere il Milan

By 5 Dicembre 2020

Il 31 ottobre del 1993 l’olandese affronta il Diavolo da avversario dopo aver lasciato la squadra per una serie di litigi con Fabio Capello. Gullit segnerà un gol bellissimo che vale la vittoria e, soprattutto, la rivincita sul suo ex allenatore

La grande squadra rossonera che ha dominato il calcio mondiale, cambiandolo in maniera determinante, è stata denominata nel corso del tempo nei modi più vari: il Milan di Sacchi, il Milano di Berlusconi, il Milan degli Invincibili, il Milan di Capello, il Milan di quei quattro (e quei quattro sono Tassotti, Baresi, Costacurta e Maldini), il Milan di Van Basten. Se però chi c’era fa un salto all’indietro con la memoria oppure si vanno a leggere i giornali delle prime due stagioni, viene fuori che quella squadra aveva un solo padrone, Ruud Gullit.

Gullit ha stravolto il Milan e il calcio italiano. Eravamo abituati agli stranieri geniali, che avevano il talento dell’attimo da sciorinare sui campi di calcio italiani, invece Gullit prima e Rijkaard successivamente ci mostrarono come un altro calcio era possibile, fatto di intensità, potenza, consapevolezza tattica ma anche libertà nel creare.

Il Gullit del primo anno al Milan è stato davvero qualcosa di spaventoso e irresistibile e sia gli addetti ai lavori che gli appassionati (che compravano a volontà parrucche con le treccine) pensavano che per i successivi 10 anni quello fosse il calciatore del futuro rossonero. Stiamo parlando della prima stagione sacchiana, che termina con la vittoria dello scudetto in rimonta sul Napoli il 15 maggio 1988.

Clive Brunskill/Allsport

Il 31 ottobre 1993, Ruud Gullit si appresta a scendere in campo per la partita Sampdoria-Milan, ma con la maglia blucerchiata. Cosa è successo? I quattro anni e spicci che sono in mezzo a queste due date sono stati per Ruud Gullit esaltanti e allo stesso tempo deprimenti. Ha vinto due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, un Europeo con l’Olanda, altri due scudetti, due Supercoppa UEFA e, proprio per testimoniare il suo primo anno sfavillante al Milan, anche il Pallone d’oro. Ma aveva anche deluso tantissimo ai Mondiali di Italia ’90, aveva perso la faccia a Marsiglia e visto da fuori la finale di Champions League sempre contro l’Olympique nel 1993. Cosa ben peggiore di queste sconfitte però, si era stancato di quel calcio.

Come ha dichiarato anche successivamente, dopo i primi due anni in cui ha semplicemente obbedito ai dettami sacchiani, stringenti e non discutibili come accade sempre all’alba delle rivoluzioni, inizia a stancarsi, a non reggere più l’idea di quel calcio fatto di movimenti stereotipati e standardizzati. Vuole tornare a essere libero di giocare dove e come vuole, come faceva al PSV Eindhoven.

Uscito di scena Sacchi anche grazie all’altro olandese, Van Basten, esausto come Ruud, le cose con Capello non cambiano. C’è meno pressione psicologica e maggiore libertà in determinate strutture di gioco, però c’è anche la volontà capelliana di tenere sempre tutti in grande forma, corsa, spirito, intensità e imponenza fisica sugli avversari sono i dettami che da Sacchi passano a Capello e addirittura si estremizzano. Ma oltre a essere stanco del calcio sacchiano, Ruud era sempre più spesso infortunato e questo era un guaio. I primi due anni di Gullit al Milan hanno impressionato proprio per la sua strapotenza fisica, legata a concetti tattici ben appresi e a una qualità tecnica di prim’ordine. Un Gullit sempre più affannato fisicamente, per Capello diventa un problema. E Capello non lo manda a dire. Risultato? Più di una lite negli spogliatoi, durante una delle quali Gullit alza un metro da terra Capello prendendolo per il bavero.

Shaun Botterill/Allsport

Anni dopo, di quelle sfuriate Gullit dirà: “Litigavamo perché volevamo entrambi il bene della squadra e vincere. Solo che io pensavo di vincere in un modo, lui in un altro. Quando diventi allenatore capisci che al primo posto devi mettere la squadra, non  il singolo. Ed ecco che a distanza di anni ho capito questa cosa. Se litighi con qualcuno non significa che lo odi, ci rispettiamo e ci rispettavamo anche allora. Sono felice di aver lavorato con lui perché ha portato grandi cose al mondo del calcio”.

Con queste premesse però il rapporto non poteva continuare e Gullit passa in una squadra in cui nessuno gli chiede cose precise, la Sampdoria di Sven-Göran Eriksson, il quale aveva abbandonato l’intransigenza di inizio anni ’80 per un calcio molto più libero. In quella stagione Ruud Gullit non aveva letteralmente ruolo, una cosa che per noi italiani sembrava più che strana. Giocava quasi sempre con il numero quattro, ma non era né un mediano, né un libero, né una mezzala, giocava dove voleva e questa cosa ci faceva inorridire e meravigliare. Per Gullit era una boccata d’arai fresca.

“La Sampdoria mi ha dato la libertà di giocare: al Milan ho fatto al massimo 9 gol a stagione, quando sono arrivato alla Samp ho fatto 15 gol, non ho mai segnato così tanto. La Sampdoria mi dava felicità, libertà, anche libertà di vita, perché a Milano era difficile per me andare in giro, mentre a Genova andava abbastanza bene”.

LaPresse.

Arriviamo a quel 31 ottobre al Ferraris. Gullit stava giocando molto bene e la Samp era in alto in classifica. Il Milan dominava, non aveva ancora mai perso in campionato ma quella trasferta non era facile. Dopo 25 minuti la superiorità schiacciante dei milanisti però divenne evidente. Grazie a un Donadoni stellare a sinistra va in gol prima Albertini e poi Laudrup e sembra già finita. Ma quella Samp non solo aveva grandi campioni, ma era anche così moderna che sembra essere di questi anni: Katanec, Platt, Mancini, Gullit, Evani, Lombardo, tutti calciatori consapevoli e in pratica senza ruoli definiti, inseriti in un sistema ampiamente fluido come le migliori squadre contemporanee.

In 15 minuti la Samp pareggia e al 78’ Mancini stoppa di mano e apre il gioco su Gullit che si è defilato. Ruud in due secondi descrive il suo essere calciatore: controllo di coscia aumentando la velocità, dimostrando la bravura tecnica di base, riposizionamento del corpo per l’impatto con il pallone, dimostrando una naturale coordinazione, botta di controbalzo che quasi spacca la rete, dimostrando una potenza fuori dal comune.
Gullit segna alla sua ex squadra e quale anno dopo dirà:

“Ero talmente frustrato dal fatto che non mi facevano giocare, che quando con la Samp incontrammo il Milan e io segnai il gol, invece di fare come quei giocatori che segnano ma non festeggiano, io festeggiai molto. Mi avevano colpito al cuore, perché il Milan era nel mio cuore, e stavo male per essere stato trattato in quel modo, per questo motivo ero contento di aver fatto gol”.

Segna, esulta e fa perdere il Milan degli Invincibili. Mica male? E mica male per lui in quel momento anche la faccia di Capello nel dopo partita. La vendetta di Ruud è stata tremenda.

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