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Quando il Cagliari si fermò a un passo dalla finale di Coppa Uefa

By 19 Giugno 2020

Storia della stagione 1993/1994 quando i sardi, guidati da Luis Oliveira e Dely Valdes, sfiorarono il sogno europeo

Dovevano essere giorni di festa grande per il Cagliari, un gigantesco abbraccio collettivo per festeggiare il centenario tanto atteso. I cento anni di esistenza di una società che ha vissuto momenti esaltanti e deprimenti, e che proprio nella ricorrenza del primo secolo si è trovata a celebrare anche i cinquant’anni dall’apice della sua lunga storia, quel tricolore marchiato a fuoco da Gigi Riva e da tutti gli altri protagonisti di una formazione irripetibile. 

La gioia per il traguardo secolare, però, non può essere condivisa: il coronavirus ha interrotto tutto, non fanno eccezione i festeggiamenti. I tifosi rossoblù devono ancora vedere all’opera il nuovo allenatore, scelto dal patron Giulini per provare a ridare entusiasmo a una piazza che, dopo la partenza sprint agli ordini di Maran, si è afflosciata insieme alla squadra. Walter Zenga deve ancora debuttare ed è curioso che ci fosse proprio lui in un altro momento significativo della storia recente del club: stagione 1993-94, un repentino cambio di allenatore, una salvezza tranquilla e, soprattutto, una marcia esaltante in Coppa Uefa, fino alla semifinale tutta italiana contro l’Inter, tra gli altri, proprio di Walter Zenga.

La meteora Radice

Gigi Radice appare sugli spalti del Sant’Elia il 6 giugno 1993, con il popolo sardo impegnato ad applaudire i propri beniamini contro il Pescara: 4-0 ai derelitti abruzzesi, già retrocessi in B, e qualificazione in Uefa saldamente in tasca. È anche il giorno dell’addio a Enzo Francescoli, che sigla la rete del definitivo poker dopo i gol di Bisoli, Oliveira e Moriero. Radice sa già che sarà lui a raccogliere un’eredità pesante, quella di Carletto Mazzone, destinato alla Roma, l’amore di tutta una vita. Sa anche che sarà un Cagliari destinato a cambiare pelle per le cessioni: il sesto posto è un’opportunità non solo per affacciarsi in Europa, ma anche per mettere in mostra l’argenteria.

Archivio Storico LaPresse.

«Ho visto la partita e sono andato via un po’ prima della fine, era giusto che i ragazzi si godessero tra di loro questa Europa guadagnata con l’impegno», racconta qualche giorno dopo. Per Gigi è un ritorno in Sardegna dopo la buona esperienza nell’annata 1974-75, dalla quale prese lo slancio per tingersi di granata e di tricolore all’insegna del tremendismo: «Bisogna stare attenti alla Sardegna: quando conosci quel mare, non lo lasci più, è quasi vent’anni che ho casa vicino Villasimius». Radice è ancora scottato dall’esonero ricevuto a Firenze qualche mese prima: dal suo addio, la squadra è piombata in un tunnel di disperazione, finendo dritta in Serie B: «Ho visto l’altalena terribile nell’ultima di campionato. A un certo punto non ho voluto sapere più niente. Ho acceso la tv quando sono tornato in albergo e ho visto cos’era successo. Mi dà fastidio che siano retrocessi, ci eravamo comportati bene fino a quel 3 gennaio: sei mesi di una stagione bella, vitale. Nel calcio gli equilibri sono delicatissimi. Se c’è un buon ambiente, se si lavora con serietà, anche i giocatori esclusi accettano le panchine. I dirigenti devono saper fare delle scelte ma anche accettare di perdere e soffrire». Il rimando è chiaramente a Cecchi Gori, ma indirettamente si parla anche del nuovo patron, Cellino: «Mi è parso un giovane interessante, un presidente che cerca di capire l’ambiente senza sentirsi depositario di tutte le verità».

La squadra lavora nel ritiro di Vipiteno, Radice è il tecnico più anziano della Serie A con i suoi 58 anni: «Mi sembra ieri che ero il più giovane, l’importante è saper invecchiare bene. Negli ultimi anni quelli della mia generazione erano stati cacciati via, invece io, Trapattoni e Mazzone siamo ancora qua: ci siamo rimessi a lavorare, ci vogliono ancora. C’è questa storia che solo a zona si gioca bene e che gli altri sono tutti incapaci. Gli esperimenti li facevamo anche io e Trapattoni, agli inizi. Anche noi abbiamo avuto maestri rivoluzionari. Il calcio non è qualcosa da rompere ma da costruire, zona o uomo non importa».

Alla fine, oltre a Francescoli, salutano il portiere Ielpo – al suo posto arriva Fiori dalla Lazio – e il centrocampista Gaudenzi. Per l’attacco arriva il panamense Dely Valdes, a centrocampo c’è un Max Allegri in più nel motore, reduce da un’ottima stagione a Pescara, in difesa viene aggiunto Aloisi a tappare la falla lasciata dall’addio di Gianluca Festa. Nel corso dell’estate, però, Cellino scalpita. C’è un’atmosfera frizzantina, ma Radice non se ne accorge, visto che le difficoltà in amichevole arrivano contro squadre di livello più che alto. Continua a preparare il suo nuovo Cagliari, adattando Oliveira esterno d’attacco a sinistra, con Moriero a destra e Dely Valdes in mezzo. «Il mercato – racconta il tecnico – era stato già deciso, salvo l’arrivo di Allegri. Non servirà fare la rivoluzione, c’è un gruppo solido, uno zoccolo duro da non trascurare. Sto provando anche qui la zona ma non sono un testone, se capirò che la tattica non è quella più adatta, cambieremo».

La data dell’intervista dice tutto: 11 agosto 1993. Radice viene esonerato 20 giorni più tardi

Nella domenica in cui il calcio italiano scopre la pay tv (Lazio-Foggia è il primo match serale trasmesso da Tele+) e il ciclismo fa la conoscenza approfondita di un americano professionista da poco più di un anno che a sorpresa trionfa ventunenne ai Mondiali di Oslo e il cui passaporto recita alla voce nome Lance e alla voce cognome Armstrong, Gigi Radice allena per la prima e ultima volta in stagione il Cagliari in un match ufficiale: sul neutro di Bologna finisce 5-2 per l’Atalanta, ma è opinione comune che l’esonero avrebbe preso forma anche con un risultato diverso.

Le voci del licenziamento, smentite da Cellino alla vigilia del match, sono benzina sul fuoco di Radice: «Almeno con Cecchi Gori abbiamo litigato. Voglio che Cellino mi parli, mi spieghi: io la parte del coglione non la faccio». Il patron preannuncia l’esonero in diretta televisiva – «Maturavo da tempo la decisione, non accuso Radice ma ho sbagliato a scegliere» – e lo ufficializza in un comunicato di rara brutalità, che indurrà il tecnico anche a valutare il ricorso ai tribunali: «Radice ha manifestato seria difficoltà nell’assolvimento del suo incarico». Qualche giorno più tardi, la conferma: «Lo avrei mandato via ugualmente anche se con l’Atalanta avessimo vinto per 6-0. Il mio errore non è stato licenziarlo ora ma assumerlo. Qui ci vuole un tecnico con il carattere di ferro. Radice ha provato la zona forse per trovare nuovi stimoli in questo lavoro». Prima di passare al secondo capitolo di questo racconto, lasciamo l’ultima parola a Radice: «Quello che non accetto è che mi si voglia far passare per un rimbambito».  

Arriva Giorgi

È con un pizzico di imbarazzo che Bruno Giorgi, nuovo tecnico del Cagliari, si presenta alla stampa. C’è imbarazzo perché tutti, in conferenza, sanno dell’incontro societario che c’era stato con Albertino Bigon in un pranzo di lavoro sulla spiaggia del Poetto a poco meno di 24 ore dalla sfida con l’Atalanta. Alla fine, complice il pressing del d.s. Vitali, l’aveva spuntata Giorgi, un profilo decisamente lontano dal sergente di ferro delineato da Cellino. Il tecnico arriva con garbo ed eleganza: «Siamo in un mondo che ha regole particolari e che ci paga molto, e questo è un privilegio che scontiamo con la precarietà. So cosa sta provando ora Gigi, sono passato attraverso questa esperienza negativa e so che sono cose che fanno male. Siamo legati al risultato, oggi funziona così, anche se sono convinto che sarebbe meglio avere meno soldi ma più garanzie e dignità». L’esordio è una sconfitta interna con l’Udinese, seguita da un pari esterno con il Genoa. Per la prima vittoria c’è da attendere il 12 settembre, ma è un bell’andare: 1-0 all’Inter, decide Dely Valdes con una deliziosa girata all’incrocio dei pali. È un grande momento, impreziosito dai successi contro Foggia (0-1) e Lazio (4-1), proprio quando inizia l’avventura europea.

Dopo aver perso 3-2 nell’andata dei trentaduesimi di finale in casa della Dinamo Bucarest, il Cagliari raduna le proprie forze per il ritorno al Sant’Elia: il risultato è ribaltabile ma nelle gambe ci sono ancora le scorie del 4-1 alla Lazio. Quel successo, però, forse regala le energie mentali sufficienti per il primo passo avanti in Europa: Matteoli va a segno in avvio di gara dal dischetto, è poi Oliveira a trovare la rete della tranquillità, che mette in ghiaccio la qualificazione. 

L’esultanza di massa nel momento in cui Firicano si procura il penalty, quindi lo straripante break di Moriero che origina il 2-0 di Oliveira

Dire che il Cagliari non sia strutturato per il doppio impegno è un eufemismo, e del resto in quella fase storica sono poche le squadre iper organizzate a livello di organico: non tutti hanno le rose extra large del Milan di Capello e Berlusconi, anzi. La squadra ne risente in campionato, raccogliendo un solo punto tra Piacenza, Napoli e Cremonese, e saluta anzitempo la Coppa Italia nella doppia sfida con il Cesena.

In Europa si torna in campo il 20 ottobre a Trebisonda: il Trabzonspor passa in vantaggio nel primo tempo sugli sviluppi di un corner, il pomeriggio turco sembra tingersi di toni opachi ma è ancora Dely Valdes l’uomo della provvidenza, aprendo il piattone destro a 3 secondi dalla fine su uno straccio bagnato scagliato verso la porta da Allegri. Basta e avanza per strappare il pass per gli ottavi di finale, visto che al Sant’Elia il Cagliari riesce a difendere il pareggio e chiude sullo 0-0. Dopo la sfida di ritorno, però, i rossoblù si ritrovano con una pedina in meno: si apre il mercato novembrino e Carletto Mazzone, già insistente in estate, convince Cappioli a tornare nell’amata Roma. Cellino, pur avendo intascato un assegno da quattro miliardi e ottocento milioni di lire, opta per un’escursione soft sul mercato, ottenendo dalla Lazio il prestito di Marcolin, giocatore diversissimo da Cappioli, più regista che mezz’ala, ma che saprà comunque rivelarsi utile alla causa.

Il sorteggio degli ottavi si rivela tutto sommato dolce: capita il Malines, senz’altro temibile ma lontano dai fasti di fine anni ’80, nonostante la presenza del monumento Preud’Homme tra i pali. La squadra di Giorgi, che cavalca una discreta fase di forma anche in campionato – vittorie contro Torino e Sampdoria, pareggi con Juventus e Roma – supera il turno di slancio, vincendo sia in Belgio (1-3) che al Sant’Elia, con un bel 2-0 firmato da Firicano e Allegri.

Su un campo parzialmente ricoperto di neve, brilla la stella di Gianfranco Matteoli, che radiomercato voleva in uscita durante l’estate. Classe 1959, il veterano rossoblù gioca una stagione al di sopra di ogni aspettativa, da vero leader emotivo e tecnico: è lui ad aprire le marcature in Belgio con un bellissimo mancino. Il Cagliari costruisce la vittoria nel finale, con il gioiello di Oliveira e la rete di Pusceddu

Giunti ai quarti di finale, la Coppa Uefa sembra un affare tra tedesche – Eintracht Francoforte, Borussia Dortmund e Karlsruhe – e italiane: oltre al Cagliari rivelazione, ci sono ancora in ballo Inter e Juventus, con Boavista e Casino Salisburgo a fare da guastafeste. Nelle previsioni della vigilia, gli austriaci sono indicati come l’anello debole del lotto, anche perché il Boavista si porta in dote lo scalpo della Lazio nei sedicesimi di finale. C’è aria di derby durante il sorteggio di Ginevra, non per l’Inter però, che pesca apparentemente malissimo: Borussia Dortmund. Lo scontro tutto italiano è Cagliari-Juventus. Prima di arrivarci c’è da attendere tre mesi e mezzo, che vedono gli isolani aprire il girone di ritorno di campionato con una striscia di cinque pareggi consecutivi, una sconfitta a Roma, sponda Lazio, e due vittorie di fila con Piacenza e Napoli. La coppia-gol composta da Oliveira e Dely Valdes viaggia che è un piacere e il calendario si diverte a collocare anche la terza sfida con la Juventus, quella di campionato, nel mese di marzo. Le prime due, quelle che valgono la semifinale di Uefa, si giocano il primo e il quindici del mese.

Le idi di marzo

I risultati sono tali da indurre Cellino a confermare Giorgi anche per la stagione successiva. Il tecnico, galvanizzato, sogna in grande: «Perché non possiamo sognare la finale? Dobbiamo essere motivati e concentrati, giocando un calcio di sano provincialismo. Così facendo mettiamo in mostra le nostre possibilità tecniche nelle zone alte, certo è che sul valore globale la Juventus è superiore», dichiara alla vigilia del primo scontro con la Juventus. Si gioca al Sant’Elia e Cellino, infastidito dalla timidezza dei tifosi rossoblù in sede di botteghino, cerca a più riprese di convincere la Rai a negare la diretta sul territorio sardo. Il Cagliari ha un alleato in più: è il calendario, che fissa nel fine settimana la sfida scudetto tra Juventus e Milan. I bianconeri sperano di accorciare sul Diavolo, vincendo andrebbero a -4, gap notevole ma non incolmabile. 

Il «sano provincialismo» di Giorgi prevede che Sanna venga dirottato su Baggio, che il tecnico conosce bene per averlo allenato a Firenze. La partita è equilibrata, anche se Ravanelli potrebbe stravolgere il corso della doppia sfida dopo una manciata di minuti: “Penna Bianca” spara però in curva da due passi. Non è la sua serata, visto che si fa addirittura male nel corso di un primo tempo che vede il Cagliari rendersi pericoloso sugli sviluppi di una palla inattiva: Peruzzi blocca a terra. Per la fredda cronaca, al posto di Ravanelli sveste la tuta Zoran Ban. Per entrare nella storia serve anche un pizzico di fortuna e Matteoli salva sulla linea la zampata a porta sguarnita di Porrini. Il Cagliari sblocca all’ora di gioco: percussione centrale di “Pepe” Herrera, la confusione generata a centro area viene risolta da un destro secco di Dely Valdes che pesca l’angolo basso. Matteoli si traveste ancora da ultimo baluardo quando Fiori sbaglia totalmente l’uscita: nuovo salvataggio sulla linea, stavolta su Conte. La Juve si scopre per andare a caccia di un gol che ribalterebbe il pronostico in vista del ritorno, lasciando spazi a Moriero – strepitoso Peruzzi – e Oliveira, maldestro nella conclusione da due passi sull’invito del futuro “Sciuscià”, imprendibile nella ripresa. 

Inevitabilmente, i giornali iniziano a sguazzare nella favola Cagliari. C’è chi scrive immediatamente di “modello Ajax”, anche se la classifica in campionato non è certo corrispondente a quella di una squadra a un passo dalle semifinali Uefa. Giorgi, uomo saggio, predica calma: «Non abbiamo fatto niente, questa è la verità. Ci aspetta ancora il ritorno a Torino, e in campionato c’è la Cremonese, che all’andata ci ha strapazzati. Ogni tanto devo mostrare i denti ai miei, altrimenti il troppo sole della Sardegna fa male alla testa. Non siamo ancora maturi per certi traguardi, siamo ancora un po’ deboli: ci mancano cinque punti per la salvezza, poi si vedrà». Il tecnico sa benissimo di cosa sta parlando, perché seguono uno 0-0 con la Cremonese e una sconfitta in casa del Torino, pur tra mille polemiche per un rigore discusso e un gol annullato a Herrera. È la chance per prendere le misure al Delle Alpi, teatro del quarto di finale di ritorno. Cellino ne approfitta per preparare il terreno a livello mediatico: «Sono amareggiato e infuriato per l’arbitraggio, vedremo cosa succederà con la Juventus. Il fatto che siamo i parenti poveri non ci impedisce di chiedere un trattamento dignitoso. A cosa serve fare sacrifici, avere bilanci sani, gestire bene la società se poi gli arbitri rovinano tutto? Forse c’è la volontà di spingere in Uefa le squadre che sono sull’orlo del fallimento? Mi auguro che in Coppa si possa giocare una partita alla pari». Il riferimento è proprio ai granata, in una fase di transizione con la gestione Goveani dopo le acrobazie targate Borsano.

Giorgi cerca nuovamente di smorzare i toni, pur concedendosi un richiamo arbitrale: «Vorremmo essere trattati con occhio equanime. Contro il Toro ci siamo spremuti, quando avremmo dovuto giocare una partita tranquilla. L’andamento della gara ci ha imposto uno sforzo che avremmo evitato volentieri, è un rammarico grosso perché penso anche ai supplementari». L’allenatore sa di non poter impostare una gara eccessivamente difensiva: «Abbiamo un gol di vantaggio da amministrare, ma amministrare troppo vorrebbe dire sbagliare». Il Trap, dal canto suo, opta per l’assalto immediato, e i guanti di Fiori al 10’ sono già roventi per una staffilata di Dino Baggio e un colpo di testa in tuffo di Conte che fa pensare al vantaggio. Come nella parte conclusiva del match del Sant’Elia, il Cagliari galoppa in contropiede sulle ali di Dely Valdes e Oliveira. Arriva però il vantaggio bianconero, tutto “made in Baggio”: cross di Di Livio, velo di Roberto per il rimorchio vincente di Dino, probabilmente nel miglior momento fisico della sua carriera. Si tende spesso a rimuovere l’importanza di Dino Baggio negli anni ’90 italiani, ma è stato un calciatore più moderno dell’epoca nella quale giocava: se da un lato era il centrocampista perfetto per il 4-4-2, dall’altro ha anticipato lo sviluppo dei cosiddetti “box-to-box midfielder”. Baggio era ovunque: schermo a protezione della difesa e arma impropria negli inserimenti in area, oltre alla grande abilità nelle conclusioni da lontano. 

La gioia bianconera dura pochissimo, perché Firicano troneggia a centro area su un piazzato da destra, sorprende Peruzzi e regala più di metà qualificazione ai suoi. L’altra metà arriva grazie all’espulsione di Kohler, che costringe la Juventus a scalare una montagna a mani nude. Alla Juve non basta un rigore inesistente per rientrare in partita: l’intervento di Fiori su Ravanelli è pulitissimo, l’arbitro indica il dischetto ma Baggio sparacchia sul palo dagli undici metri. È la notte del Cagliari. Filtrante di Moriero per Oliveira che con un controllo orientato manda al bar Porrini e dipinge di destro la pennellata dell’1-2. 

 

Ultima fermata: Milano

I tifosi juventini contestano mentre quelli del Cagliari vivono una favola. La squadra rientra nell’isola e Giorgi scoppia in lacrime durante gli abbracci con i tifosi: «La gente della Sardegna merita questa gioia. Ai giocatori ripeto sempre che sono dei privilegiati, qualcuno mi guarda storto, pensa che sono antiquato. Tatticamente sono un tradizionalista, è vero, ma trovo riduttivo e assurdo sostenere che la zona è intelligente e la marcatura a uomo è roba da antiquariato. Bearzot ha giocato il calcio italiano più bello che abbia mai visto, e ha pure vinto, no? Abbiamo battuto la Juventus perché siamo stati più tranquilli, loro erano nervosi e abbiamo giocato anche su questo». Cellino continua a ribadire la sua intenzione di legarsi a Giorgi anche per il futuro, ma il tecnico non perde di vista il quadro d’insieme: «Non faccio una questione di soldi, è l’ultima cosa. Mi interessano solo i programmi tecnici, sapere che ambizioni abbiamo, a cosa si vuole puntare. Adesso l’errore più grande è chiedere ai ragazzi di vincere questa Coppa, qui non si possono avere certi obblighi. Il sorteggio? Se possibile, eviterei l’Inter». 

Non va come da auspici. Altro derby italiano, mentre dall’altra parte si trovano il Karlsruhe e il Casino Salisburgo, che ha eliminato l’Eintracht ai rigori. Andata il 30 marzo, ritorno il 12 aprile. Ancora una volta, il Cagliari gioca la sfida di apertura in casa. Cellino, vecchio cuore interista, è disperato: «Per me è una disgrazia, avrei preferito il Salisburgo. Ai miei chiedo di ripetere i risultati ottenuti in campionato: 1-0 al Sant’Elia, 3-3 a San Siro». Sulla panchina nerazzurra, già da qualche settimana, siede Giampiero Marini: a Osvaldo Bagnoli è stata fatale una rocambolesca sconfitta interna con la Lazio. Il Cagliari arriva alla semifinale di andata senza Herrera e Moriero: c’è da rimescolare un po’ le carte rispetto al solito, spazio ad Allegri dal primo minuto.

Bruno Giorgi (LaPresse).

Si comincia con il sole ancora alto sul Sant’Elia, alto come lo stacco di Fontolan che dopo soli sei minuti regala il vantaggio ai nerazzurri. Basta un lampo di Oliveira in altri cinque giri d’orologio per rimettere tutto in parità, una scossa elettrica che si propaga in tutto il Sant’Elia. Mentre cala la sera, l’Inter sembra ipotecare la qualificazione. Il Cagliari si fa trovare sbilanciato, Manicone pesca Sosa che ignora un compagno meglio posizionato e calcia a sorpresa con il destro, piede decisamente meno nobile del suo affilato mancino. Fiori, suo ex compagno ai tempi della Lazio, è sorpreso anche da una leggera deviazione: pallone in rete sul primo palo, 1-2. 

Subito dopo il gol di Sosa, Giorgi cerca risorse nella sua striminzita panchina. Si affida così ad Antonio Criniti, il prototipo del “numero 16” dell’epoca: la terza punta che stava a disposizione senza insidiare troppo la titolarità di due mostri sacri come Oliveira e Dely Valdes. Quella notte Criniti ha sulle spalle il 15, ma poco cambia quando c’è bisogno di eroi. Napoli mette in mezzo da destra, i difensori interisti si scordano del nuovo entrato che dal basso del suo metro e 76 incorna con tutta la forza che ha in corpo, lasciando di sasso Zenga. Vola sotto la curva togliendosi la maglia e alzando le braccia al cielo, una gioia autentica, il sangue che corre alla testa senza dare tempo al pensiero di elaborare qualcosa di diverso dalla pura e semplice felicità. Mancano meno di dieci minuti e il 2-2, per come si era messa, sarebbe già un bel risultato per il Cagliari. Giorgi spende un altro cambio, apparentemente senza troppe velleità: Pancaro per Bellucci. “Pippo” è un rincalzo ventiduenne, che nelle prime due stagioni in rossoblù non ha trovato troppo spazio. La Rai sta intervistando Ruben Sosa, che ha appena lasciato il campo per Bianchi, quando il Cagliari batte un angolo da sinistra. Il pallone galleggia in area più del dovuto e finisce sul mancino di Pancaro, che spara senza rifletterci su due volte in diagonale e toglie definitivamente il tappo al Sant’Elia

Pizzul urla in cronaca mentre il bordocampista chiede subito a Sosa cosa cambia con il 3-2 del Cagliari. L’uruguaiano vorrebbe essere ovunque tranne che lì ma risponde educatamente

Marco Ansaldo de “La Stampa” apre il pezzo di commento con la frase «Beati gli ultimi, se arrivano al momento giusto». È la rivincita dei rincalzi, degli inattesi. Il Cagliari sente di avere un piede in finale, anche perché la serenità non è di certo parte integrante dello spogliatoio nerazzurro. Fontolan a fine partita sbotta: «Se io ho corso per due, c’è qualcuno che non ha corso per niente». È opinione comune che il riferimento sia a Dennis Bergkamp, ancora oggetto misterioso, che lo spogliatoio non vede di buon occhio anche perché, all’orizzonte, pare ci sia una scelta netta della società, che per rilanciare l’olandese è pronta a sacrificare Ruben Sosa. Giorgi, come da tradizione, non si illude: «Ora abbiamo il 50% di probabilità di passare il turno. Spesso la fortuna aiuta chi ne ha bisogno, tanto che i due cambi possono essere considerati sia logici che illogici: sul 2-2 ho tolto un difensore per mettere Pancaro, che ci ha dato la gioia della terza rete». 

Tutto molto bello, ma c’è un però. Così preso dal sogno europeo, il Cagliari si è scordato il campionato. E le due sconfitte consecutive con Juventus e Roma, quest’ultimo un inatteso scontro diretto per la salvezza con i giallorossi di Mazzone in apnea, rianimati dalle reti di Balbo e Rizzitelli, scatenano ansie da mancata permanenza in A. Alla vigilia della trentunesima giornata, il Cagliari ha solamente 3 lunghezze di vantaggio sulle due quart’ultime, Reggiana e Udinese. Al Sant’Elia è attesa proprio la formazione di Pippo Marchioro che il 6 aprile, in infrasettimanale, si regala un ulteriore picco di autostima battendo 2-0 il Parma nel recupero della 26esima giornata. Ora la Reggiana, a quota 26, è a un solo punto dal Cagliari (e dal Piacenza), con il gruppone composto da Inter, Cremonese, Roma e Genoa avanti di un gradino extra. C’è da dire che la classifica è cortissima, perché il settimo posto del Napoli è a quota 30. Senza Oliveira, Giorgi opta per un assetto prudente: davanti c’è il solo Dely Valdes con il supporto di Moriero e Allegri, ma basta e avanza. Tripletta del panamense, 3-0 e la pratica salvezza può essere momentaneamente riposta. Anche l’Inter ha scacciato la paura (4-1 al Lecce fanalino di coda) e arriva con la testa leggermente più sgombra al ritorno di San Siro.

La tensione è comunque tutta sulle spalle dell’Inter, che deve far valere il peso del pronostico. A rincuorare Marini è la ritrovata vena di Bergkamp, che non avrà al suo fianco Sosa ma solamente Fontolan: è sparito anche Totò Schillaci, già pronto a salutare la truppa per volare in Giappone. Nicola Berti carica: «Ci stiamo giocando tutto, vogliamo battere il Cagliari e andare in finale. C’è un solo modo per farlo: giocare con il cuore e con la grinta». Giorgi indossa la maschera da underdog: «Non abbiamo nulla da perdere, la partita della vita l’abbiamo già fatta con la Juventus nei quarti. Adesso la spinta viene dal fatto di vivere un momento storico per la nostra società, mai arrivata così in alto in Europa». 

 (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Sanna, decisivo nella marcatura su Baggio nei quarti di finale, devia subito con il braccio un cross di Berti. Bergkamp apre il destro, Fiori intuisce ma non arriva a toccare. L’olandese, al di là del gol su rigore, è a tratti straripante. Può galleggiare negli spazi lasciati liberi dall’assenza di una punta di ruolo, visto che Fontolan e Berti fanno della mobilità il loro punto forte, e alterna attimi giocati da regista offensivo a sprazzi in profondità. Quando attacca lo spazio dopo aver chiesto lo scambio a Fontolan, la difesa del Cagliari cerca inutilmente di raddoppiarlo in area, lasciando liberissimo Berti per il raddoppio sul palo lontano. C’è ancora Bergkamp a inventare per il 3-0: tiene in campo un pallone apparentemente perso, punta l’area da destra, alza la testa e pesca l’arrivo di Jonk, che di prima non sbaglia dai sedici metri. Il 10 interista elimina il Cagliari quasi da solo e la favola rossoblù finisce qui, con un epilogo ancora tutto da scrivere in campionato.

I ragazzi di Giorgi cadono a Parma e piombano in un mare di complessi: «La sconfitta in Coppa ci ha creato un disagio psicologico. Dovevamo essere noi aggressivi e convinti, invece il Parma ha imposto la sua legge. Ci vogliono 31 punti, è ora di preoccuparsi». Da aggiungere, alla lista dei problemi, la pubalgia che attanaglia Moriero e gli acciacchi al ginocchio di Oliveira e Dely Valdes. Ancora 180’ da giocare, Lecce e Atalanta già in B, Udinese a 27 punti, Reggiana e Piacenza a 28, Genoa e Cagliari a 29, Inter e Cremonese a 30. A Cagliari si presenta il Milan già campione d’Italia, arriva un punto utile ma non risolutore, perché pareggiano anche Reggiana, Piacenza e Udinese, quest’ultima buttando via il triplo vantaggio con la Cremonese. In arrivi del genere, è spesso, se non sempre, il calendario a decidere. L’ultimo gettone da spendere, per il Cagliari, è contro un Lecce piombato a quota 11 punti da un’eternità. Un gol di Oliveira è sufficiente per la salvezza, fa festa anche la Reggiana che sbanca San Siro. Per lo sport mondiale è una domenica da cancellare, perché la Williams di Senna rimbalza insieme a Dio nella curva del Tamburello, e Ayrton chiude gli occhi e riposa, scrivendo l’ultima pagina di una carriera leggendaria e di un weekend che a Imola si era già macchiato del sangue di Roland Ratzenberger 24 ore prima, schiantatosi a bordo della sua Simtek.

Il 2 maggio, il giorno dopo una salvezza rimediata con le unghie al termine di una stagione che ha portato il Cagliari a sognare la finale di Coppa Uefa (poi vinta dall’Inter contro il Casino Salisburgo sulle ali di Berti e Jonk, ancora loro), Bruno Giorgi ringrazia tutti e se ne va, parlando di «plateale dissenso» nei suoi confronti – Cellino non aveva gradito più di tanto il finale – e lasciando sul tavolo il contratto già firmato per la stagione 1994-95. I giornali ipotizzano offerte importanti, ma non è così. Cellino deve cercare un nuovo tecnico e il favorito appare da subito un altro signore del calcio come Oscar Washington Tabarez, che a Cagliari troverà una seconda casa e lascerà il cuore. Giorgi tornerà nel 1996, al posto di un vecchio amico come Giovanni Trapattoni, per portare in salvo la squadra. Riuscendoci.

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