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Quando il Portogallo non segnava mai

By 30 Marzo 2020

Dall’addio di Eusebio all’avvento di Cristiano Ronaldo il Portogallo ha dovuto fare i conti sempre con lo stesso identico problema: fare gol.

Una nazionale forte, sì. Anche ricca di talenti, alcuni davvero cristallini. Squadra tecnica, certo. Ma non fa gol. Non segna, non ha un cannoniere vero. E gli attaccanti che ha, nei momenti topici, quasi evaporano.

Chi ha più di trentacinque anni, e segue il calcio da almeno una ventina, non fatica ad associare le descrizioni di cui sopra al Portogallo a.CR., ante Cristiano Ronaldo insomma. In una situazione normale, questa sarebbe stata la settimana di pausa per le nazionali, e il Portogallo del quale è, ormai da tempo, recordman di presenze e miglior marcatore di sempre, avrebbe dovuto affrontare in amichevole Belgio e Croazia, con il bianconero alla ricerca del leggendario gol numero 100.

Sono 164 le sue presenze sinora, 99 appunto le reti siglate nel corso di 65 partite nelle quali, in 23 occasioni, si è trattato di marcature multiple. In questo periodo di emozioni interrotte e agonismo sospeso, allora, vale forse la pena fare un passo indietro e, nell’attesa, ricordare che un tempo, prima della sua venuta, il Portogallo quello era, ovvero una delle nazionali più apprezzate del mondo, non fosse per un dettaglio: nel calcio esistono le porte e fare gol non è un orpello.

Nappi e Cadete ai tempi del Brescia (LaPresse).

Una storia lunga tre decenni, dall’addio di Eusebio (ultima partita nella Seleção portuguesa il 13 ottobre 1973, dopo 64 partite e 41 gol) sino all’epifania del madeirense nella nazionale maggiore, con una costante: tutto bello, ma i gol?

Bomber in patria, timidi in nazionale. Non a caso, fra il 1968 e il 1992, il Portogallo aveva fallito la qualificazione a tutti i Mondiali e tutti gli Europei, ad eccezione di Francia 1984 e Messico 1986, nel primo caso con gli anziani Nené e Jordão, nel secondo con un Fernando Gomes – classe 1956, cannoniere del Porto – nel suo momento migliore, ma non certo un’iradiddio.

Del resto, nel 1986 c’era anche Rui Aguas detto o Principe,  classe 1960 e figlio d’arte (papà José era stato un goleador di Benfica e Seleção), ma con la caratteristica di scomparire nei momenti topici. Aguas, già: pochi, i più fortunati, l’hanno visto giocare (poco) trentacinquenne anche in Italia, in una Reggiana tutt’altro che indimenticabile, ma pochi mesi prima a Brescia aveva giocato Jorge Cadete, classe 1968, ben poca roba. Un anno più tardi, avrebbe segnato a raffica nel Celtic.

Joao Pinto (Photo by Horizont/ullstein bild via Getty Images)

Quello, però, in nazionale era il momento di João Pinto, centrocampista offensivo leggerino più che attaccante vero e proprio, in un’epoca caratterizzata da campioni veri, dietro le punte però: Futre, Paulo Sousa, Figo, Rui Costa, Deco, giusto per fare alcuni nomi. Fantasia al potere, un ’68 calcistico perenne, e con gli stessi esiti infine: concretezza zero. Al punto che nel 2004 una straordinaria coincidenza fra l’apice della generazione d’oro del calcio portoghese e l’Europeo in casa, aveva messo ai piedi della nazionale l’occasione della vita. Pareva esserci persino l’attaccante giusto: Pauleta, il Ciclone delle Azzorre, classe 1973, esploso nel Boredaux e allora al Paris Saint-Germain. 30 gol in 57 presenze nel Portogallo sino alla vigilia del debutto all’Europeo.

Pauleta. Picture by Nuno Correia. Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport

Fallì, clamorosamente: portoghesi in finale, zero gol per lui, due per il 19enne Ronaldo (i suoi primi due in nazionale, giusto per far capire cosa significa segnare quando conta), Rui Costa e Maniche, uno per Nuno Gomes e Postiga. E se è vero che Pedro Miguel Carreiro Resendes, appunto Pauleta, con 47 gol il secondo cannoniere della Nazionale dopo Cristiano, è vero anche che proprio Gomes (1976, 29 reti in 79 presenze) e Postiga (1982, 27 in 71) hanno rappresentato le altre promesse poco mantenute a livello di gol. Nuno, per i critici gran bell’uomo più che gran bel giocatore, resta tuttavia l’autore della rete decisiva per l’ultimo trofeo conquistato dalla Fiorentina, la Coppa Italia del 2001, ma in fondo in questa rassegna dei bomber-non-bomber portoghesi a.CR. un certo spazio ce l’ha.

A questo punto, il dubbio che la realtà sia in fondo diversa dalla vulgata può a tutti gli effetti essere lecito. Un po’ perché al passato del calcio ci si approccia quasi inevitabilmente anche con una certa memoria selettiva, un po’ perché non è escluso che la voracità mediatica della narrazione della carriera di Cristiano Ronaldo finisca poi per fagocitare e digerire anche aspetti che poi, alla prova dei dati, non si rivelano tali.

Nuno Gomes (Photo by Tony Marshall/EMPICS via Getty Images)

Invece, in questo caso, i numeri confortano pienamente la tesi. Allo scorso 17 novembre, con dato aggiornato alla vittoria della squadra di Fernando Santos in casa del Lussemburgo per 2-0 nelle qualificazioni mondiali, la nazionale maggiore del Portogallo ha giocato nella sua storia 624 incontri nei quali è andata a segno 1045 volte. Ebbene: scorporando le gare giocate con Ronaldo in campo (ivi comprese quelle in cui ha giocato solo pochi minuti) da quelle senza di lui, il confronto conferma: 460 sono le partite senza Cristiano – tutte quelle prima del suo debutto, naturalmente, ma anche quelle in cui, nella sua epoca, era indisponibile – per 713 reti, con una media di 1,55 gol a gara, mentre appunto nelle sue 164 presenze i gol complessivi sono stati 332 per una media-partita di 2,02.

Anche il raffronto fra gli ultimi decenni racconta la stessa verità. 73 partite per 87 gol tra il 1981 e il 1990 (media gol a partita: 1,91), 92 per 163 fra il 1991 e il 2000 (1,77). Poi ecco apparire Cristiano Ronaldo, per quanto inizialmente a mezzo servizio: media 2,04 fra il 2001 e il 2010 (126 partite, 258 gol), 1,93 fra il 2011 e un 2020 ancora senza incontri ufficiali (222 reti in 115 gare). Insomma, non è solo un ricordo: quando il Portogallo non segnava, c’era un perché.

 

One Comment

  • Alessio ha detto:

    Corretta analisi anche se riduttiva su Nuno Gomes che ha segnato ad Europei 2000 e mondiali 2006. E i goal, oltre che contarli, vanno pesati. La narrazione non tiene conto del fatto che, da un decennio a questa parte, la media gol si sia alzata in generale complici i nuovi palloni e le nuove regole atte a penalizzare le difese ( fuorigioco meno restrittivi e rigori concessi con maggior generosità regolamentare in primis).

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