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Quando l’Inghilterra tentò di introdurre la tessera del tifoso

By 19 Aprile 2021

Successe a metà degli anni Ottanta, dopo la guerriglia di Kenilworth Road. Alla fine però non se ne fece nulla. E forse fu meglio così

Il tanto abusato modello inglese, invocato in Italia ogni qualvolta accadono episodi violenti in relazione ad una partita di calcio, indica l’insieme delle leggi adottate dal governo Thatcher negli anni Ottanta per debellare l’hooliganismo dentro e fuori gli stadi. La parola d’ordine erano prevenzione e repressione, esplicate attraverso l’innalzamento di barriere e recinzioni, la certezza della pena e un generale stigma nei confronti dell’intera categoria dei tifosi – giudicati persino alla stregua di «nemici interni» della nazione.

Oltre alle gabbie, tuttavia, era stato pensato un altro strumento per controllarne e limitarne i movimenti: prevedeva l’utilizzo di una membership card, ovvero una sorta di tessera del tifoso, che limitasse l’accesso alle gradinate ai soli sostenitori della squadra di casa, in modo tale da tagliare fuori quelli ospiti. L’idea era venuta a David Evans, presidente del Luton Town nonché parlamentare conservatore, all’indomani della guerriglia di Kenilworth Road.

Era il 13 marzo 1985 e la sua squadra era impegnata nel quarto di finale di Fa Cup contro il Millwall. L’evento si trasformò in uno scandalo in diretta televisiva nazionale quando l’arbitro dovette sospendere l’incontro a dieci minuti dalla fine, sul risultato di 1-0, a seguito dell’invasione di campo di un folto gruppo di hooligan del Millwall. Seguirono attimi di caos, tra lanci di monetine, seggiolini sradicati e un agente rianimato dopo essere stato colpito da un blocco di cemento.

Milioni di spettatori sintonizzati sul canale della BBC poterono vedere ciò che prima avevano al massimo letto sulle pagine dei quotidiani ma non ancora sperimentato in maniera così diretta. I disordini proseguirono all’esterno dello stadio, portando al danneggiamento di automobili, negozi e abitazioni, e il bilancio fu di oltre ottanta feriti e una trentina di arresti. Il Millwall ricevette una multa di 7.500 sterline, mentre il Luton Town vietò le trasferte ai tifosi avversari per sei anni con l’unica eccezione per la Coppa di Lega e fu obbligato dalla FA ad innalzare delle inferriate.

La folle serata di Kenilworth Road portò finalmente il problema della violenza associata al calcio all’attenzione del governo Thatcher, che due settimane dopo tenne un vertice con la Football Association da cui uscì un piano anti hooliganismo formato da sei punti: incremento delle telecamere, maggiori poteri alla polizia, divieto di vendita di alcool negli stadi, miglioramento della qualità delle recinzioni, aumento degli all-ticket match e introduzione delle carte d’identità.

Mentre le precedenti cinque conclusioni trovarono un effettivo riscontro nella promulgazione di provvedimenti legislativi ad hoc, quest’ultimo dettaglio generò un lustro di frizioni tra esecutivo, Football Association e Football League. Se per il primo il fine della membership card doveva essere quello di escludere i combinaguai, per le seconde era al contrario un modo per richiamare e avvantaggiare – tramite una campagna di fidelizzazione anche solo parziale e volontaria – i tifosi per bene.

Tessera del tifoso

foto LaPresse

Migliorando le strutture, coinvolgendo i soci nelle decisioni societarie e offrendo sconti sui biglietti per il settore ospiti e sulle spese di viaggio, i club avrebbero potuto trarre vantaggi economici dalla vendita delle tessere e dalla contestuale riduzione delle spese destinate al mantenimento dell’ordine pubblico nello stadio. In secondo luogo, quest’azione avrebbe potuto attirare tutte quelle persone, come famiglie, donne, anziani e bambini, che si erano allontanate per timore dell’hooliganismo.

Uno studio presentato il 9 settembre dimostrò come Brentford, Crystal Palace, Millwall e Leicester avessero sperimentato la membership card con successo, rimarcando l’aumento del senso di tranquillità tra il pubblico per via della consapevolezza che ad eventuali teppisti sarebbe stata ritirata la tessera con conseguente interdizione dagli stadi e auspicando l’adozione di uno standard comune a tutte le membership card, la presenza nello stadio di almeno il 50% di zone members only e l’obbligo di presentare la tessera solo in occasione di partite ad alto rischio con l’esenzione per i tifosi occasionali di «buon carattere».

Poi venne il rogo di Bradford dell’11 maggio e la richiesta al giudice Oliver Popplewell di indagare tanto il problema della sicurezza quanto la minaccia dell’hooliganismo tra il pubblico. Nell’Interim Report pubblicato a luglio invitò i club ad adottare un sistema di affiliazione simile a quello proposto da Evans, ma venne accusato di sostenere l’uso di carte d’identità e che un simile metodo fosse una schedatura capace di mettere a rischio la violazione della libertà individuale.

Nel successivo Final Report del gennaio 1986 Popplewell riconobbe però due valide obiezioni: l’inattuabilità del sistema a causa del poco tempo per controllare le tessere degli spettatori ai tornelli e l’impossibilità per un qualsiasi tifoso occasionale di andare saltuariamente allo stadio o vedere la partita di una squadra diversa dalla sua. Pur consapevole del danno economico che l’esclusione dei tifosi ospiti avrebbe provocato ai piccoli club di prima e seconda divisione, il giudice insistette affinché venisse tenuta in considerazione una forma di fidelizzazione per i tifosi poiché convinto che la membership card sarebbe stata «il primo passo per cercare di assicurare pace e armonia durante le partite».

Nel mese di ottobre il ministro dello Sport Richard Tracey diede alla Football League sei settimane di tempo per riportare lo stato di avanzamento dei lavori per l’implementazione del sistema di membership, facendo presente come lo stesso fosse stato suggerito oltre un anno prima e che solo pochi club lo avevano introdotto. Trascorsero quattro mesi e nel febbraio 1987 Tracey convocò un incontro tra i rappresentanti di Football League, Football Association, ministero dell’Interno e polizia in cui venne di nuovo puntualizzato il continuo e comune impegno tra governo e federazioni nell’affrontare l’hooliganismo.

Venne soprattutto enfatizzata, per l’ennesima volta, la richiesta a tutti i club di «sviluppare e introdurre la membership card per settori specifici dei loro campi sportivi a partire dalla stagione 1987-88». Football Association e club opposero tuttavia resistenza, certe che le telecamere e le iniziative a sostegno delle comunità locali avessero già dato buoni risultati nella diminuzione della violenza e misero in risalto il disagio per la maggior parte dei tifosi per colpa di una minoranza. Poi c’era il problema dei costi di realizzazione, stimati tra le 25 e le 38 milioni di sterline nel giro di cinque anni, e della privacy che avrebbe limitato le possibilità di sfruttare il tesseramento per scopi commerciali.

Nessuna di queste evidenti criticità riuscì tuttavia a far desistere la Thatcher dalla volontà di introdurre un rigido e draconiano sistema di controllo su ogni spettatore, mutuando ed esasperando l’idea di Evans. Il 7 luglio 1988 il primo ministro incontrò a Downing Street Graham Kelly e Ted Crocker, rispettivamente segretario della Football League e della Football Association, e li informò dell’adozione, a partire dalla stagione 1989-90, di una schedatura obbligatoria per tutti i tifosi delle 92 squadre professionistiche inglesi. Il programma sarebbe costato circa cinque milioni di sterline, in parte coperti da agenzie di scommesse e società private. Kelly e Crocker rimasero scettici, temendo un calo delle presenze allo stadio, ma non riuscirono a guadagnare almeno la maggioranza del 66% necessaria per attuare l’affiliazione solo su base volontaria.

Il 16 novembre 1989 il Parlamento approvò il Football Spectators Act, una legge il cui iter di formazione era partito ad inizio anno, che introdusse la National Membership Schemeobbligando i tifosi ad usufruire di una tessera, attivata tramite carta di identità, per entrare negli stadi. Chi se fosse stato sprovvisto avrebbe commesso un reato e rischiato fino a un mese di reclusione. La polizia venne incaricata di arrestare, anche in assenza di mandato della magistratura, chiunque fosse sospettato di «presenza non autorizzata».

La National Membership Scheme non fu però mai implementata perché il Taylor Final Reportdel 1990, redatto per fare luce sul disastro di Hillsborough e ridisegnare le norme di sicurezza negli stadi inglesi, la ritenne sproporzionata, ingiusta, controproducente, macchinosa e incapace di debellare l’hooliganismo. Taylor fece infatti presente come le «misure anti hooligan dovrebbero colpire solo gli hooligan e non causare disagio a milioni di spettatori nella speranza di eliminarne alcuni» e temette che la schedatura avrebbe aumentato gli scontri fuori dallo stadio.

Era l’epilogo del tentativo mai andato a buon fine di introdurre in Inghilterra l’equivalente nostrano della tessera del tifoso per contrastare l’hooliganismo. I rimedi furono altri – a cominciare dalla rivalutazione degli stadi e delle persone che li popolano e da una presa di coscienza di tutti gli attori dell’industria calcistica, consapevoli che così non si poteva e doveva più andare avanti – e, come possiamo vedere oggi, ebbero un effetto decisamente migliore.

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