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Quando Riquelme tradì il Villarreal a 11 metri dalla storia

By 5 Dicembre 2019

Cronaca della leggendaria cavalcata in Champions del Villarreal di Pellegrini, conclusa con un rigore  fallito dal giocatore aveva trascinato la squadra fin lì

Una storia condensata in undici metri, destinata a finire male dopo tanti momenti felici. La Champions League è, per José Mourinho, la “coppa dei dettagli”, e tra un gol e un non-gol c’è tutta la differenza del mondo. Giocarsi l’accesso a una finale, con un rigore a disposizione, e fallirlo, facendoselo parare nel proprio stadio: roba da non dormire più per anni. Eppure no, pur nel fallimento la leggenda continua: niente Champions, figuriamoci, nemmeno la finale, ma solo un boccone amarissimo e le lacrime. Uno di quei treni che sai già che non passerà più, quello perso dal Villarreal nel 2006, tradito sul più bello dal suo calciatore più rappresentativo, proprio da colui che aveva trascinato la squadra fin lì: Juan Roman Riquelme.

 

Piccolo è bello

Dopo il Monaco di Montecarlo, che comunque ha sempre avuto altri mezzi economici a disposizione, Villarreal è la città più piccola ad essere arrivata così avanti nella storia della Champions League/Coppa Campioni. Con i suoi 50mila abitanti non fa nemmeno provincia, figurarsi la capitale di un principato: anzi, all’inizio veniva identificata col suo capoluogo, Castellòn de la Plana, nella regione di Valencia. Zona di produzione delle ceramiche, baciata da un clima abbastanza ideale, fa bello praticamente tutto l’anno, con temperature gradevolissime e il Mediterraneo lì a due passi.

Anche nella Liga, da quando vi si è regolarmente stabilita, a cavallo del nuovo millennio, dopo più di mezzo secolo tra le categorie inferiori, ha sempre fatto la figura della piccoletta che lotta con successo in mezzo a tanti giganti: Madrid, Barcellona, Valencia, Siviglia e le altre, tutte più grandi, tutte più potenti del “Submarino amarillo”, il “Sottomarino giallo”.

Una persona, sostanzialmente, spiega il cambio di panorama da squadra di bassa tacca a club della buona borghesia: Fernando Roig, patron delle ceramiche Pamesa. Quando diventa presidente anche del Villarreal, il 20 maggio del 1997, come dirà lui, stesso, trova “solo una macchina da scrivere, molti debiti e un direttore sportivo, José Manuel Llaneza”. Là fuori, i tifosi, uno stadio, il Madrigal, da tremila spettatori, e nessuna struttura per allenarsi. Nella zona, in effetti, all’epoca persino il Castellòn ha più tradizione.

Il Villarreal di Riquelme

(Firofoto/Allsport Mandatory Credit: Firo Foto/ALLSPORT)

Tuttavia la coppia Roig-Llaneza farà la fortuna del Villarreal, anche se il ds all’inizio è in fase dubitativa: “Con quattro figli, mia moglie mi diceva che ero pazzo e che dovevo cercarmi un lavoro vero”, dirà in un’intervista. Una volta fatta la pace con i suoi tentennamenti, in compenso, Llaneza troverà sul mercato quei giocatori in grado di fare la differenza, specialmente i sudamericani. I contatti sono quelli giusti, e infatti il primo grosso colpo, l’affare da copertina, del “Submarino amarillo”, è uno che in Argentina è una leggenda che cammina, e che sceglie il piccolo club valenciano per lo sbarco in Europa, all’inizio del 2001. E’ Martin “El Loco” Palermo, centravanti del Boca Juniors, reduce dalla doppietta Libertadores-Coppa Intercontinentale (strappata al Real Madrid grazie a una sua doppietta). Una roba impensabile fino a pochi anni prima, a quando il Villarreal lottava per non retrocedere, ma non nella Liga, bensì in Segunda Division.

Palermo al Villarreal, che arriva assieme a un altro grosso calibro del Boca, Gustavo Barros Schelotto, alterna momenti fantastici ad altri di pura “locura”, quando ad esempio dopo aver segnato sul campo del Levante va a festeggiare tra i tifosi, ma il muretto di protezione non regge e, cadendo, gli frantuma una gamba. Anche per questo motivo l’avventura dell’argentino in maglia gialla non sarà troppo fortunata, compresa la finale di Intertoto persa col Malaga, primo tentativo infruttuoso del Submarino di entrare in Europa: tuttavia farà da apripista ad altri connazionali, o comunque sudamericani, pronti a trasformare il piccolo Villarreal in un trampolino di lancio verso i grandi club o disposti a rigenerearsi nell’ambiente giusto.

Dopo Palermo e Barros Schelotto arriveranno per cifre quasi irrisorie, nel corso delle stagioni successive, i brasiliani Belletti e Marcos Senna (che poi prenderà la nazionalità spagnola), argentini come Gonzalo Rodriguez, un certo Diego Godin dall’Uruguay e alcuni “scarti” delle big continentali: Diego Forlan, dal Manchester United, ma soprattutto Juan Roman Riquelme dal Barcellona. A gestirli, ci penserà un ingegnere cileno con capelli arruffati su occhi chiarissimi: Manuel Pellegrini.

(Photo by Paul Gilham/Getty Images)

 

Basta la parola

Non c’è dubbio, però, che il Villarreal del 2005, l’anno che porta al Mondiale in Germania, abbia un unico grande sole, e si chiama Juan Roman Riquelme. E’ in uno stato di grazia assoluta e Pellegrini gli dà letteralmente le chiavi della squadra in mano. In realtà è alla sua terza stagione lì, dopo il fallimento conclamato al Barcellona, dovuto all’inconciliabilità assoluta di carattere e di stile di gioco con l’allenatore blaugrana dell’epoca, Louis Van Gaal. D’altronde nel calcio ipercinetico del tecnico olandese non poteva esserci posto per uno così, che sembrava letteralmente provenire da un altro pianeta dove tutto andava a velocità rallentata e compassata.

Insomma, come al Boca Juniors, da cui Riquelme era arrivato al Barcellona portandosi dietro, come Martin Palermo, uno zainetto di Libertadores e Coppe Intercontinentali, il fulcro doveva essere lui, con i suoi ritmi e le sue attitudini. “Ha il diritto di giocare come vuole – dirà Radomir Antic, che aveva avuto JRR al Barcellona nei mesi successivi alla cacciata di Van Gaal -. Lui risolve le partite con un passaggio, chiedergli di rientrare in difesa sarebbe snaturarlo. Certo, ha bisogno dell’ambiente adatto”.

E l’ambiente adatto diventa Villarreal, dove Riquelme plana in prestito nel 2003, ma già dopo pochi mesi riceve le prime critiche. Quando nel febbraio 2004 viene cacciato il tecnico Benito Floro, che accusa la squadra di “poco spirito di sacrificio”, tutti gli occhi vanno verso JRR: è sufficiente che in panchina si sieda Pellegrini, appunto, conoscitore della realtà argentina visti i trascorsi di successo al River Plate e al San Lorenzo, per riportare la situazione quantomeno sulla retta via. I compagni sanno di avere in spogliatoio un fenomeno assoluto e si sacrificano per lui volentieri. Santi Cazorla, oggi capitano del Villareal e allora giovane di belle speranze del Submarino, parlava così: “Se è libero, la prima cosa che facciamo è dargli la palla; in attacco può fare ciò che vuole”.

(Photo by Luis Bagu/Getty Images).

Cazorla è uno dei satelliti, insomma, che ruota intorno al sole argentino. Tra gli altri ci sono anche delle vecchie conoscenze del calcio italiano come Alessio Tacchinardi, Juan Pablo Sorìn e José Mari. La prima stagione intera con Pellegrini al timone, nel 2004-05, il Villarreal la chiude addirittura al terzo posto dietro alle solite Barcellona e Real Madrid. Il lavoro di Riquelme serve soprattutto a trasformare Diego Forlan, attaccante uruguaiano un po’ in calo di fiducia dopo tre anni da riserva al Manchester United, nel capocannoniere della Liga con 25 gol. Un piazzamento da record per il club, che disputerà la Champions League, pur partendo dai preliminari. Un segno di continuità, comunque, visto che già nel 2004 il Villarreal, dopo aver vinto l’Intertoto, si era spinto fino alle semifinali di Coppa Uefa perdendo in un derby fratricida con il Valencia.

Però ora bisogna conquistarsi l’accesso tra i grandi: il Madrigal non è più uno stadio buono per un club semi-dilettantistico, è stato ampliato fino alla capienza di 25mila spettatori. Il turno preliminare di Champions, tuttavia, vede il Submarino pescare nel sorteggio l’Everton di David Moyes, giunto quarto nell’ultima Premier League: meglio dei cugini del Liverpool, che pur avendo sollevato il trofeo pochi mesi prima (caso inedito nella storia della massima competizione europea) devono pure loro guadagnarsi il tabellone principale partendo dai preliminari.

Villarreal-Everton, comunque, è una sfida tra due club in salute. E già all’andata si vede del bel gioco, sono due squadre frizzanti, a Goodison Park passa il Submarino 2-1 con gol di Lucho Figueroa, futuro genoano, e Josico: in mezzo il momentaneo pari di Beattie. Al ritorno, quindi, i ragazzi di Pellegrini potrebbero addirittura perdere 1-0 in casa per qualificarsi, ma arriva comunque una vittoria per 2-1. Apre le marcature Sorin con un sinistro deviato; pareggia Arteta con una punizione perfetta dal limite, la chiude Forlan oltre il novantesimo. Un gol, quest’ultimo, in cui si vede l’importanza di avere Riquelme anche quando non segna o regala un assist: l’argentino trotterella verso il fallo laterale, proteggendo il pallone con la suola e portandosi dietro tre avversari, poi appoggia all’indietro per un difensore che calcia in avanti verso Sorin, che nel frattempo si è lanciato nello spazio in profondità. Per l’ex juventino è semplice accelerare e consegnare al liberissimo Forlan l’assist per il gol. Ma tutto, di nuovo, nato da un gioco di prestigio di Riquelme.

Per il Villarreal quindi si spalanca il tabellone principale della Champions League. Collocato in seconda fascia al sorteggio, il Submarino pesca Manchester United, Benfica e Lille. Dietro i Red Devils, si pensa, sarà battaglia.

(Photo by Denis Doyle/Getty Images)

Indistruttibili

E proprio lo United è la prima avversaria del Villarreal, in casa, all’esordio in Champions: ed è uno 0-0 con Rooney espulso e Cristiano Ronaldo in campo nonostante la morte recente del papà. Stesso risultato a Lille, nessun gol, poi terzo pareggio consecutivo, 1-1 contro il Benfica al Madrigal. Segna Riquelme su rigore, pareggia Manuel Fernandes; è Marcos Senna a dare la prima vittoria nella storia del Submarino in Champions, 1-0 a Lisbona, con una fucilata da 35 metri. Così la sfida di Old Trafford, visto che nel frattempo lo United ha perso in Francia, diventa quasi uno spareggio per gli ottavi di finale: il terzo 0-0 in cinque partite consegna mezza qualificazione ai gialli, che chiuderanno addirittura primi il girone grazie all’1-0 contro il Lille al Madrigal. Secondo, incredibilmente, il Benfica, e Manchester United fuori da tutto.

Due vittorie, quattro pareggi, tre gol fatti e uno subito: un ruolino di marcia che al sorteggio degli ottavi da un lato preoccupa le varie seconde classificate, ma dall’altro si dicono che, insomma, il Villarreal non sembra una corazzata. E chi esce dall’urna? I Rangers di Glasgow: 2-2 ad Ibrox Park, col gol di Riquelme, ancora su rigore, e zampata di Forlan. Gli scozzesi rimontano due volte fino al 2-2, ma non è un cattivo risultato per gli spagnoli. Al ritorno, però, è Lovenkrands a far mettere il muso avanti ai Rangers, ma l’1-1 di Rodolfo Arruabarrena, uno degli argentini che già c’erano prima di Riquelme, consegna la storica qualificazione ai quarti al Submarino.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Quando poi al sorteggio viene fuori l’Inter di Roberto Mancini il pronostico sembra abbastanza segnato. Dall’altra parte ci sono Samuel, Figo, Veron, Adriano, Recoba, Martins: dove può andare il piccolo Villarreal? Tempo 45 secondi a San Siro e Diego Forlan in compenso ha già timbrato, mostrando nel suo futuro stadio una versione che i tifosi nerazzurri cinque anni dopo potranno solo sognare. La rimonta interista firmata Adriano e Martins fa conoscere per la prima volta ai gialli la sensazione della sconfitta in Champions League: ora sì che il Submarino è spalle al muro. Una cosa che però gli spagnoli non sanno è che l’Inter, tanto per cambiare, è una polveriera da settimane, e che quella vittoria è stata solo casuale.

Al Madrigal è una corrida, Veron si becca con gli altri argentini e all’intervallo, secondo alcune fonti, si becca con Adriano, considerato troppo molle e statico (dalle pagelle del giorno dopo si legge “Avrebbe avuto più verve su una spiaggia a Copacabana”). Non avrebbe tutti i torti, il centrocampista, visto quello che sarebbe uscito di lì a pochi mesi, le foto dell’Imperatore ubriaco durante una festa. Insomma, la solita Inter pre-Mourinho. Eppure a 45′ dalla fine della partita i nerazzurri sarebbero ancora qualificati alle semifinali di Champions. Invece no, a proposito di argentini e di Veron: punizione di Riquelme dalla trequarti, la “Brujita” si perde il suo uomo, Arruabarrena, di nuovo, non un gigante peraltro, e il piccolo terzino, di testa, anticipa Toldo, uscito male. E’ il gol che decide gara e qualificazione, l’Inter gioca la “peggior partita della stagione, senza attenuanti e senza gioco” e perde anche la testa (Materazzi rischia pure l’espulsione per una gomitata che apre la faccia a Sorin). Il Villarreal vola in semifinale.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

E al sesto…

Londra (Arsenal), Barcellona (il Barça), Milano (sponda Milan): e Villarreal. Tre metropoli e una cittadina: da qui uscirà la vincitrice della Champions League 2006. L’accoppiamento regala al Submarino i Gunners di Thierry Henry che lungo il cammino hanno fatto fuori Real Madrid e Juventus. E nel vecchio Highbury è durissima, la risolve Kolo Touré in mischia, ma è la classica semifinale dove si rischia poco anche perché le due partite si giocano a una settimana di distanza in primavera, quando già le energie iniziano a scarseggiare. L’1-0 è ribaltabile, al Madrigal, il 25 aprile 2006, tutti sanno che un’occasione del genere non capiterà più, e nello stadio non entra nemmeno uno spillo.

Spingono, i gialli, però l’Arsenal è un muro. Le opportunità di gol sono poche, in tribuna la dirigenza del Villarreal ha perennemente la mano sul volto, forse capisce che no, il sogno è svanito, tanti applausi ma niente. Poi, a due minuti dalla fine, carica insensata di Clichy su José Mari, in area: l’arbitro russo Ivanov dice che è rigore. E tutti gli occhi del mondo vanno sulla maglia numero 8, sull’argentino che ha in mano le chiavi della squadra e idealmente della città: JRR, che in stagione è già andato a segno cinque volte su cinque dal dischetto, quasi sempre con un tocchetto centrale, non cucchiaio ma quasi, a beffare il portiere.

Riquelme ha uno sguardo sofferente, sembra che non abbia così tanta voglia di calciarlo, quel rigore: davanti a lui ha il tedesco Jens Lehmann, che continua a zompargli davanti, destra e sinistra, sinistra e destra, le braccia alzate. Rincorsa lunghissima, come sempre, dell’argentino: mille pensieri, di più, la pressione gigantesca, il destro, non angolato, alla sinistra di Lehmann, che intuisce e respinge.

Ora sì che è finita. Il Villarreal non ne ha più per riprendere l’iniziativa. A Parigi in finale, infatti, ci andrà l’Arsenal, che perderà contro il Barcellona 2-1. E ci siamo persi una sfida tra Ronaldinho e Riquelme, una rivincita, chissà, dell’argentino sul club che l’aveva scaricato. Anche col Villarreal finirà abbastanza male, JRR: litigi con Pellegrini, il ritorno a casa, al Boca, altri trionfi. E quel rigore, una macchia che non cancella comunque dei mesi indimenticabili.

 

 

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