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Quando Sacchi è diventato Sacchi

By 19 Aprile 2019 Aprile 21st, 2019

Trent’anni fa il Milan batteva 5-0 il Real Madrid nella semifinale di Coppa dei Campioni. Un successo che ha consacrato definitivamente la rivoluzione calcistica portata avanti dal tecnico di Fusignano

Nel Vangelo secondo Luca 16,2 si usa il termine redde rationem, una locuzione latina che vuole indicare il rendere conto a qualcuno, ma che con il tempo ha preso un significato più largo, includendo il senso della resa dei conti finale. Il 19 aprile 1989 si assistette ad un redde rationem calcistico fra il Real Madrid di Leo Beenhakker e il Milan di Arrigo Sacchi

Semifinali di Coppa dei Campioni 1988-89, quella che tutti pensavano fosse la finale annunciata si gioca appunto il turno precedente. Il Milan per arrivare lì ha visto e vissuto ogni emozione possibile, sentendosi già fuori dalla Coppa che, per dettato presidenziale, doveva essere il passo decisivo verso la conquista del mondo pallonaro. Al primo turno gli occidentali milanisti trattano male gli orientali del Vitocha Sofia con un 7-2 complessivo. Al turno successivo, un romanzo. Milan-Stella Rossa all’andata è una sciarada per Sacchi. Loro sono tutti tecnici e grandi calciatori, non hanno ruoli fissi e quando sono in vena imprevedibili e concreti.

I rossoneri giocano malissimo e riescono a pareggiare 1-1 solo per la solita sufficienza salva. Al ritorno tutto va male, segna Savicevic e Sacchi si sente già sulla scaletta dell’aereo per tornare a Milano, proprio come si sentirà a pochi minuti dal termine di Italia-Nigeria ad USA ’94. Al Marakana non lo salva Roberto Baggio ma la nebbia, che scende con violenza e rapidità sul campo. Si rigioca il giorno dopo e un Milan stoico passa ai rigori dopo un altro 1-1. Ai quarti altra squadra ostica come il Werder Brema, che perde per un rigore generoso segnato da Van Basten.

Foto: Getty Images.

5 aprile 1989, Estadio Santiago Bernabeu, la prima sfida fra Real Madrid e Milan è già stata epica. Si affrontano due filosofie e due storie differenti. Il Real è la squadra della Quinta del Buitre e di quella volpe di Beenhakker, capace di tirare fuori sempre il meglio da ogni calciatore. È riuscito a ridefinire una sorta di calcio ispano-olandese, con i principi classici del calcio totale orange, rivisitati in salsa roja, con un alto tasso di violenza anche fisica messa in campo da Chendo e Sanchis in primis.

Il Milan è quello di Sacchi, poco altro da aggiungere se è diventato una sorta di brand a se stante. Pressing, ripartenze, interscambiabilità, squadra corta, intensità. Sono parole che non esistevano, parole che Sacchi non solo ha portato nel mondo del calcio italiano (prendendole a prestito da tante esperienze precedenti, in primis Ajax e Bayern Monaco degli anni ’70), ma gli ha dato uno standard, base di partenza per tutti i successivi grandi allenatori, da Ancelotti a Guardiola, da Conte a Klopp, tutti devotamente riconoscenti al fusignanese più famoso al mondo.

La partita in Spagna è dominata dal Milan, non solo per le tante occasioni da gol, sbagliate in buona parte da Marco van Basten, ma per la capacità di infischiarsene alla grande del miedo escenico, dei calci, delle intimidazioni e dei nomi dei calciatori di quel Real, sbaragliando ogni potenziale minaccia a colpi di fuorigioco e pressing soffocante. Segna senza un perché Hugo Sanchez in mezza rovesciata.

Arrigo Sacchi

Foto: LaPresse.

Nel secondo tempo accadono due cose meravigliose. La prima è sacchismo puro. Van Basten si abbassa e gioca da mezzala, taglia una palla in verticale per la sua mezzapunta, che è Franco Baresi; quello che avrebbe dovuto essere il libero della squadra da un’altra palla in verticale a Donadoni che mette Gullit in porta. Il guardialinee segnala un fuorigioco assurdo. Passano pochi minuti e c’è la seconda meraviglia, questa volta Sacchi, le sue idee e l’intera squadra del Milan contano davvero poco.

Anzi Mauro Tassotti da metà campo sbaglia il cross, non è né alto né teso, ma basso e lento. Però il Milan ha Van Basten che si avvita e quasi da fuori area colpisce la palla di testa verso l’incrocio dei pali. Per fortuna la palla che tocca i legni, tocca anche la schiena di Buyo e va in porta. Il risultato è bugiardo, ma i madridisti dicono di aver capito come fare male al Milan al ritorno di San Siro e parlano senza stress di finale alle porte.

I giorni precedenti alla partita di ritorno sono molto interessanti. Il Milan in Serie A gioca a Lecce, senza Maldini e Donadoni infortunati. Pareggia male 1-1, con gol di Benedetti e Virdis. I nostri giornali, ancora poco sacchiani nel come leggere le partite e soprattutto le vigilie, si catapultano in ipotesi di formazioni con Costacurta ala sinistra, al posto di Evani, che pochi giorni prima si fa male ad una caviglia, per contenere Michel, oppure con Rijkaard stopper per poter dominare fisicamente il duo d’attacco blancos, Butragueno-Hugo Sanchez. Anche se Sacchi nelle interviste pre-gara gioca con queste ipotesi schiererà la migliore formazione possibile, senza inventarsi stranezze. E poi dice una frase che ne inizia a colorare il personaggio: «Per me Milan-Real è come Fusignano-Sant’ Albiero… Io sono come la canzone di Vasco Rossi “Vado al massimo”, io dò sempre tutto».

Di tutti i campioni del Milan, Beenhakker prima del match indica Colombo e Ancelotti. Lo hanno impressionato nella loro capacità di pressing costante per 90 minuti. Da olandese sa che sono quei due a tenere la squadra alta e corta, condizioni imprescindibili per sviluppare poi tutto il gioco difensivo e offensivo di quel Milan. Entrambi gli allenatori parlano di spettacolo da offrire, anche per allontanare dal mondo del calcio il buio profondo dei 96 morti di Hillsborough, caduti quattro giorni prima.

Della partita c’è poco da dire se non descriverne i cinque gol come classici esempi del calcio e delle idee di Arrigo Sacchi. Ancelotti da ala sinistra della squadra non è lì per stare largo e solamente crossare per il centravanti, ma sa entrare nel campo, dribblare verso il centro due avversari e tirare in porta, bucando Buyo per il primo gol. Secondo gol di Rijkaard, con stacco imperioso su calcio d’angolo. Ma l’angolo non è stato battuto con un tiro diretto, perché prima c’era uno stato uno scambio vicino alla bandierina che ha disordinato la difesa del Real e permesso a Rijkaard di incornare quasi indisturbato.

Foto: LaPresse.

Grazie ad una fase pressing ben orchestrata dalla squadra, Ancelotti recupera palla a centrocampo, serve Donadoni, il quale crossa per Gullit per il 3-0. Il quarto gol viene fuori da un triangolo tutto olandese. Gullit e Van Basten si incrociano, Rijkaard serve il numero 10 che di prima assiste di testa il centravanti, controllo e palla sotto la traversa. Infine altro calcio d’angolo, stesso scambio Donadoni-Tassotti per il secondo gol, ma questa volta il terzino invece di crossare al centro serve sulla corsa il numero 7, che di sinistro trafigge di nuovo il portiere madridista. Due versioni dello stesso schema. Il massimo per una partita perfetta.

A fine partita tutti hanno la sensazione di aver visto il futuro. Non accade spesso. I giornali di tutto il mondo esaltano rossoneri e Sacchi, chiedendosi quella squadra dove può arrivare e quando sarà di nuovo battibile. Passerà molto tempo e tanti trofei prima di tornare vincibili. E quando accadrà tutti saranno completamente diversi.

 

Foto di copertina: Getty Images.

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