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Quando Saddam portò il calcio brasiliano in Iraq

By 11 Febbraio 2020
Iraq

Nel luglio 1985 Saddam Hussein fece arrivare a Baghdad quattro allenatori brasiliani con il compito di portare la nazionale irachena ai Mondiali del Messico. Cronaca di una breve, burrascosa e straordinaria avventura sportiva

Non erano i cavalieri dell’apocalisse, e neppure i moschettieri. Di sicuro erano quattro gli allenatori brasiliani atterrati all’aeroporto di Baghdad in un rovente pomeriggio di luglio del 1985. La loro missione doveva essere quella di portare un po’ di calcio samba in Iraq. Li aveva convocati Saddam Hussein in persona, che inviò qualche settimana prima il suo ministro dello sport affinché accettassero l’incarico, convinto di un’impresa alla portata, se sostenuta da alchimisti esperti.

Il rais era feroce e spietato, non certo un visionario, almeno nelle questioni sportive. In pochi ricordano che fu tra gli ideatori della partita di pallavolo tra Iraq e Iran che, nell’estate del 1988, contribuì a chiudere la guerra tra i due Paesi che andava avanti da otto anni e che aveva lasciato sul campo più di un milione di vite.

Tornando al pallone, Saddam era convinto che l’Iraq potesse qualificarsi per i mondiali messicani. La stessa squadra nel 1980, a Mosca, aveva quasi sfiorato il podio alle Olimpiadi. A suo avviso c’era stoffa, sostanza e tecnica. Mancava semmai un timoniere affidabile. E siccome voleva fare le cose in grande, da buon megalomane decise di chiamare quattro allenatori: Carlos Alberto Lancetta (all’epoca preparatore atletico della Selecao), Jorge Vieira, e i due fratelli di Zico, Eduardo e José Antunes Coimbra.

Offrì a ciascuno uno stipendio mensile di 20mila dollari, cifra astronomica per l’epoca, e i quattro brasiliani decisero di dividersi i compiti da buoni fratelli. Lancetta si occupò della preparazione atletica, i fratelli di Zico della tattica, mentre Vieira, anche per questioni anagrafiche, divenne il supervisore della squadra.

Saddam non aveva torto, l’Iraq iniziò a mostrare i muscoli, vincendo il girone asiatico, fino ad arrivare allo spareggio con la Siria, che per motivi legati al conflitto in essere con l’Iran venne disputato sul campo (neutro e sintetico) di Taif, in Arabia Saudita. Sintetico perché all’epoca nessuno si sarebbe azzardato a importare zolle dai vivaisti britannici, come accade oggi, o di costruire a cifre folli sistemi di irrigazione capaci di sottrarre verde a terre sequestrate dal deserto. Solitamente i campo da calcio del Golfo Persico erano in cemento, dipinto di verde, come raccontò qualche tempo fa Rivelino, che chiuse la carriera agonistica in Arabia Saudita.

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Quando l’Iraq strappò ufficialmente il visto per il Messico, l’Al Zawra Park, cuore pulsante di Baghdad, divenne teatro di una festa che proseguì per tre giorni, con gli immancabili colpi di fucile sparati in aria, ma anche ad altezza uomo (sette i morti). La stampa di mezzo mondo iniziò a tessere le lodi dei quattro cavalieri di un’apocalisse moderna, osannando soprattutto il supervisore Jorge Vieira, ribattezzato dai giornali brasiliani «il califfo di Baghdad».

Alcuni di questi articoli vennero ritagliati dall’ambasciatore iracheno a Rio de Janiero e spediti a Baghdad. Il rais ci rimase male: «Ma come? – deve aver pensato – Io sono il padre di questa nazione, il fratello guida, e nessuno parla di me?». Così, di punto in bianco, decise di convocare Vieira, lo ringraziò per il lavoro svolto, invitandolo a salire sul primo volo utile per il Brasile. Saddam rispedì a casa anche Lancetta e Antunes, affidando la conduzione tecnica in via esclusiva a Edu Coimbra. Ma anche il fratello di Zico decise dopo pochi giorni di abbandonare la nave, se non altro per non passare per traditore.

Saddam il despota in un colpo solo ruppe il giocattolo e lasciò la nazionale senza guida tecnica a pochi mesi dalla kermesse iridata. Dopo aver fatto la conta tra gli allenatori locali, ed essersi reso conto che probabilmente non ce n’era uno solo all’altezza della situazione, tornò come se nulla fosse a pescare in Brasile, sfruttando l’amicizia con il presidente-dittatore João Figueiredo. In seguito ai rifiuti di Minelli, Zagallo e Zé Mario (quest’ultimo si presentò nella sede della federcalcio di Baghdad, ma ritornò a casa il giorno dopo senza firmare alcun contratto), riuscì a rimediare per il rotto della cuffia, e a prezzi di saldo, Evaristo de Macedo, ex allenatore del Qatar, già eliminato proprio dall’Iraq, che accompagnò i “leoni della Mesopotamia” in Messico.

La trasferta fu un tormento per giocatori e staff tecnico. L’Iraq perse di misura con il Paraguay e il Belgio, e alla seconda gara si chiuse ufficialmente anche l’esperienza di Evaristo, di fatto esonerato al termine della partita da Uday Hussein, figlio di Saddam e capo delegazione in Messico. Fu sostituito da uno dei suoi collaboratori, l’iracheno Akram Ahmad Salman.

Nonostante il nuovo timoniere, la squadra perse anche la terza partita, sempre di misura, contro i padroni di casa. Al rientro in patria accadde il finimondo, ma questa è un’altra storia. Per la cronaca e le statistiche, dal 1986 a oggi l’Iraq ha esonerato 40 commissari tecnici. Deve fare davvero caldo a quelle latitudini, anche senza lo spettro dei tagliagole del sedicente Califfato Islamico. E anche il ct attuale, lo sloveno Srecko Katanec, non dorme certo tra due guanciali.

Luigi Guelpa

About Luigi Guelpa

Luigi Guelpa è nato nel 1971. Giornalista professionista, da 30 anni racconta l'Africa e il Medioriente per alcune tra le più importanti testate italiane.

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