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Quando Weah si è trasformato in King George

By 12 Marzo 2021

Storia di un calciatore che è diventato simbolo di un Paese intero

“Tutto bene?”. Muscoloso, visto da dietro, completamente nudo, il calciatore si addentra in una specie di ristorante mentre, diciamo così, le signore presenti, soprattutto loro, osservano abbastanza estasiate. Alla fine si siede a tavola e pronuncia, in un italiano stentato, quella domanda: “Tutto bene?”. E’ uno spot di un noto bagnoschiuma nell’inverno del 1995: il protagonista della pubblicità, George Weah, è appena arrivato nel nostro campionato, proveniente dal Paris-Saint Germain. Adesso gioca nel Milan, trascinato in testa alla classifica a suon di gol proprio dal centravanti liberiano, che di lì a poco diventerà addirittura il primo non-europeo ad aggiudicarsi il Pallone d’Oro davanti a Jurgen Klinsmann e Jari Litmanen. Di più, il primo e finora unico africano a riuscirci. Un calciatore speciale, una persona speciale, arrivata nientemeno che alla presidenza della repubblica del suo Paese: la Liberia, appunto.

 

Dio e gol

Il Milan e Weah (nome completo: George Opong Manneh Weah) si erano già sfiorati, prima del trasferimento in rossonero: nella semifinale di Coppa Campioni 1994-95, infatti, i meneghini e il Paris-Saint Germain si erano sfidati in un doppio confronto che aveva visto prevalere gli uomini di Fabio Capello. Uno a zero al Parco dei Principi all’andata firmato da un contropiede di Boban all’ultimo minuto e doppietta di Savicevic a San Siro al ritorno, in uno di quei momenti geniali e irripetibili del montenegrino, all’epoca davvero in stato di grazia.

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Weah finisce nella morsa Costacurta-Baresi, i compagni lo aiutano poco e i giornali francesi quando vengono a sapere che già c’era stato un abboccamento tra il liberiano e il Milan sparano a zero, accusandolo di non essersi impegnato fino in fondo. In realtà è più di un abboccamento, di fatto l’accordo tra il club allora di Via Turati e l’attaccante africano era già stato praticamente sottoscritto. Nonostante in attacco Marco Simone stia facendo più che bene, aiutato dai vari Massaro e Savicevic, il i rossoneri hanno bisogno di un grande numero nove dato l’imminente ritiro di Van Basten. Le voci parlano anche di Pierluigi Casiraghi, ma la scelta alla fine ricade, appunto, su Weah, che comunque si difende, sfogandosi a “Le Parisien”: “Il Milan è fortissimo di suo, ha solo approfittato dei nostri errori. All’aeroporto me ne hanno gridate di ogni, come se avessi ammazzato qualcuno, mentre in realtà non ho avuto un solo pallone giocabile. Il Psg è arrivato in semifinale per merito mio, gioco sempre con il cuore e Dio questo lo sa”. In effetti vedendo gol come quello al Bayern Monaco in quella edizione della Coppa Campioni come dargli torto? Eppure i tifosi del Psg lo salutano insultandolo e con croci celtiche al Parco dei Principi.

Comunque Dio, già. Fin dalle prime partite in Italia i tifosi notano che prima del fischio iniziale George si assenta un attimo dal contesto, abbassa la testa e, in piedi, guardando verso il campo, si raccoglie in preghiera, lui musulmano praticante seppur nato in una famiglia cristiana (poi si sarebbe convertito): “Appena posso, prego, anche per strada o mentre gioco, fino a cinque volte al giorno – ammetterà in un’intervista a “Famiglia Cristiana” -. E se sono costretto a non rispettare il digiuno del Ramadan poi cerco di recuperare in ogni modo”.

Preghiere, insomma, e gol, fin da subito: prima giornata, incornata contro il Padova e poi assist per la rete, questa sì una rarità, di Franco Baresi. È il classico Milan capelliano: 4-4-2 di ferro con Savicevic all’ala destra per rientrare sul suo piede sinistro e due punte di cui una per forza è Weah e l’altra alternativamente Roberto Baggio o Marco Simone. È con quest’ultimo che fin da subito nasce un’intesa speciale, sembra la classica coppia d’attaccanti di una volta, quello forte fisicamente e quello guizzante; uno fa la sponda all’altro e da questi duetti salta fuori sempre un pericolo. Simone, quando il liberiano era appena arrivato e non aveva ancora trovato un alloggio, l’aveva addirittura ospitato in casa sua: insomma, anche amicizia oltre che dialogo in campo.

LaPresse.

Alla terza giornata all’Olimpico contro la Roma allenata da Carlo Mazzone il Milan va sotto nettamente, sta per andare all’intervallo sotto di un gol (punizione di Balbo) fino a quando Savicevic riesce con un allungo da ginnasta a tenere in campo un pallone quasi perso e dà la palla all’africano che piazza l’esterno all’angolino: pari immeritato, ma inerzia ribaltata. E a pochi minuti dalla fine il guizzo della pantera: Weah scherza Aldair con un controllo in velocità e davanti a Cervone lo batte di nuovo: vittoria pesantissima per i rossoneri che rimangono a punteggio pieno dopo aver sfiorato il tracollo.

Alla sesta giornata c’è il big match con la Juventus campione d’Italia in carica e futura vincitrice della Coppa Campioni. Domenica pomeriggio con addirittura diretta della Rai e 82mila spettatori a San Siro: è lo show della coppia Simone-Weah. Il primo sblocca la partita con una punizione dal limite e in seguito duetta con l’amico, che sotto la Curva Sud fulmina Peruzzi in uscita. Solo nel secondo tempo la Juve abbozza una reazione accorciando le distanze con Del Piero, ma è tardi. Il padrone del campionato è di nuovo il Milan, che anche in Coppa Uefa marcia a ritmo serrato grazie alle prodezze del suo nuovo numero 9; tra queste spicca il destro al volo vincente, di pura rabbia, contro lo Sparta Praga.

 

Non solo testa

Weah arriva in Italia con la fama di grande colpitore di testa: non altissimo (1.84), ma agile e coordinato come un ballerino, è un atleta clamoroso a cui non sarebbe dispiaciuto giocare a basket, per sua stessa ammissione. Coraggioso, indomito, un vero leone: sposato con Clar, americana di origine giamaicana, era arrivato in Europa grazie al Monaco, voluto fortemente da Arsène Wenger. “Per me è stato come un padre – lo ringrazierà -. Mi ha insegnato tutti i trucchi del calcio europeo”. Curiosamente ai monegaschi aveva sostituito un altro grande ex numero nove milanista, l’inglese Mark Hateley.

Proveniva dal Tonnerre Yaoundé, in Camerun, Paese che avrebbe voluto naturalizzarlo, ma no, lui non avrebbe mai voltato le spalle alla sua patria, a Monrovia, la capitale, dove aveva una villa dopo essere nato in una baraccopoli, cresciuto dalla nonna in mezzo a tredici tra fratelli e sorelle: “Ha fatto conoscere la Liberia nel mondo più della pianta da cui si ricava la gomma”, ammette l’allora presidente della repubblica, David Kpormakpor. In Nazionale, naturalmente, pochissimi momenti di gloria, la rosa è veramente debole, ma lui non si sottrae mai alle convocazioni e paga di tasca sua i viaggi per le trasferte della squadra. Alla Liberia dedicherà il Pallone d’Oro nel dicembre del 1995. Per il mercato, comunque, è francese, e questo ha facilitato non poco il suo approdo in rossonero per 11 miliardi di lire.

Mandatory Credit: Clive Brunskill /Allsport

Certe sue reti nella prima stagione milanista oltre ad essere decisive sono come lampi fuori contesto che lasciano di sale gli avversari: di nuovo a Roma, di nuovo all’Olimpico, stavolta c’è la Lazio di Zdenek Zeman. A tre minuti dal termine, con la difesa del boemo come sempre alta a caccia del fuorigioco, il liberiano sulla trequarti decide che è il momento di improvvisare e si auto-lancia: passaggio rasoterra a superare i centrali, che vengono aggirati in un attimo, e davanti al portiere Franco Mancini altro tocchetto d’esterno destro per la seconda vittoria pesante come granito in ottica-scudetto. Sembra un replay della rete alla Roma, e in effetti il risultato, o meglio il segno in schedina, lo stesso.

Certo, il vizio dei gol di testa non l’ha perso: contro il Bari a San Siro, in una partita che si è impantanata sul 2-2, di nuovo a pochi minuti dal termine su un campanile di Simone da centrocampo salta al limite dell’area avversaria più in alto del portiere Fontana, contro cui peraltro si schianta senza conseguenze. Ancora più importante, nella sfida di ritorno contro una Juventus in grande ascesa, la prepotenza nello stacco che vale l’1-1, buono per tenere i bianconeri a distanza: cross da sinistra di Donadoni probabilmente troppo alto per la maggior parte dei comuni mortali, ma King George decolla e, come all’andata, batte Peruzzi, per poi esultare entrando nella rete e tirandola.

Lo scudetto è quasi una formalità, da quello scontro diretto in avanti: il Milan lo conquista con tre turni d’anticipo, anche se rimane l’amaro in bocca per l’eliminazione clamorosa nei quarti di finale di Coppa Uefa contro il Bordeaux. Due a zero a San Siro, ma serata da incubo in Francia, con i girondini che rimontano e vincono 3-0, mostrando una coppia di giocatori in grande spolvero: uno, un certo Zinedine Zidane, che finirà alla Juventus, e l’altro, che invece andrà proprio al Milan, che si chiama Christophe Dugarry.

LaPresse.

In realtà non ha segnato tantissimo, Weah: 11 reti in campionato e tre in Europa. E’ stato anche via qualche settimana per la Coppa d’Africa del 1996 con la sua Liberia. Quasi tutti i gol, però, decisivi. Ciò che conta è il suo apporto alla squadra, la sua predisposizione al gioco corale (emblematico in tal senso il gol di Baresi al Padova alla prima giornata), sacrificandosi lì in mezzo a tanti ottimi giocatori in attacco. Va ricordato che in quella stagione il Milan davanti oltre a Roberto Baggio, Savicevic e Simone avrebbe anche Paolo Di Canio e ciò che resta di Paulo Futre.

Tutto il campo
In quattro stagioni e mezzo, due scudetti. Tanto? Poco? Di sicuro il ruolo interpretato da Weah nei due campionati vinti dal Milan sono stati diversissimi. Protagonista assoluto nel primo, il lampo venuto dall’estero e illeggibile per la maggior parte degli avversari: più cerebrale, più da gregario nel secondo, quello di Zaccheroni del 1999, nel tridente in cui il punto di riferimento era Oliver Bierhoff. Meno gol (8), ma sempre presente nei momenti decisivi. Anche qua, di nuovo contro la Juve, in una delle sette vittorie consecutive con cui i rossoneri chiudono la stagione sorpassando la Lazio sul filo di lana: è sua la doppietta nel 2-0 a Torino, la cui immagine più rappresentativa è la corsa mano nella mano con Boban sotto la curva occupata dai tifosi del Milan al Delle Alpi.

©lapresse
archivio storico

Tuttavia Weah si era sciroppato anche le due stagioni che avevano intervallato gli scudetti: due anni sciagurati in cui la raffica di scelte sbagliate operate dalla società ancora oggi lascia sbigottiti. Via Capello e dentro Oscar Tabarez, poi esonerato, ritorno di un Arrigo Sacchi in versione dimessa, e infine di nuovo Capello, minestra riscaldata male, sconfitte umilianti, acquisti spacciati per fenomeni e rivelatisi bidoni: a uno di questi, Patrick Kluivert, il liberiano lascia addirittura la maglia numero nove, scegliendo la 14.

In compenso è con Tabarez in panchina che “King George” tira fuori la giocata delle giocate, il gol più indimenticabile della sua carriera, uno dei più belli nella storia della Serie A. “Coast to coast”, si dice nel gergo del basket che tanto piace a Weah, quello che combina nel pomeriggio dell’8 settembre 1996: il Milan sta soffrendo contro il Verona, vince 2-1 ma c’è un angolo per l’Hellas, ma il cross nell’area affollata lo controlla il liberiano, con un bello stop. Davanti a lui c’è una prateria, i veronesi sono praticamente tutti in attacco a caccia del pareggio, e allora comincia a correre col pallone sempre tra i piedi, fino a oltre il centrocampo non incontra resistenza, anche se ha accumulato velocità: poi arrivano due dell’Hellas in contrasto, Giuseppe Colucci e Stefano Fattori, mentre sugli spalti il pubblico inizia a mormorare sempre più forte, inizia a non credere ai propri occhi. Il tackle è fortunato per Weah, che con una piroetta non solo ha evitato gli avversari, ma ha mantenuto il controllo del pallone, guadagnando altri metri. Adesso ha solo l’ultimo ostacolo, l’ultimo baluardo, Eugenio Corini, che non essendo altissimo, né tantomeno velocissimo, è rimasto dietro a coprire i difensori che si erano spinti avanti per il calcio d’angolo: il risultato è che viene aggirato da questa pantera in corsa che ormai è lanciata verso il portiere Gregori. E’ inutile che quattro, cinque, sei maglie gialle gli si affannino dietro: ormai è tardi. E appena dentro l’area del Verona, destro in diagonale: gol, 3-1, San Siro in piedi ed esultanza con abbraccio al primo inserviente incontrato fuori dal campo, che costa a Weah l’ammonizione (“Regolamento inconcepibile”, si lamenterà Tabarez). Novanta metri palla al piede in meno di quindici secondi: una prodezza inedita e difficilmente ripetibile. “Appena ho stoppato il pallone ho pensato subito a come andare a fare gol”, ammette nel dopogara il centravanti.

L’ultimo timbro del liberiano in maglia rossonera è contro il Galatasaray, il 3 novembre del 1999: una sconfitta assurda del Milan, che nel giro di tre minuti passa dalla qualificazione agli ottavi di finale di Champions all’eliminazione perfino dal ripescaggio in Coppa Uefa. Un destro sporco, in acrobazia. Poche settimane prima aveva segnato nel suo ultimo derby, naturalmente di testa, nel recupero del secondo tempo. Arrivato già maturo a Milano, se ne andrà a 33 anni, in prestito gratuito al Chelsea, con i rossoneri che hanno già puntato le loro carte su un giovane ucraino destinato a una grande carriera: Andriy Shevchenko. Con Zaccheroni in realtà non si era mai preso bene.

La sua maglia numero nove finirà prima a Gianni Comandini e in seguito a Filippo Inzaghi, prima di imbroccare una strana maledizione che tutt’oggi continua, sulle spalle di chi l’ha indossata.

Gary Prior/ALLSPORT

Il presente della famiglia Weah è Timothy, che da un lato gioca nel Lille, e la presidenza della repubblica di papà George. Un ruolo per niente facile, che lo espone a continue critiche e polemiche, in una realtà quasi paradossale per lui, che la Liberia l’ha messa di fatto sulla mappa del mondo e che ora la deve governare: primo Pallone d’Oro africano, primo calciatore di livello con un incarico politico così importante. Comunque, speciale.

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