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Il giorno in cui Baggio segnò il suo gol più bello

By 1 Aprile 2020

Il 1° aprile si gioca Juventus – Brescia. E in quello che un tempo è stato il suo stadio, Roberto Baggio segna una delle reti più iconiche del calcio italiano

 

È il 3 luglio del 1998 e Roberto Baggio con la maglia numero 18 e la erre puntata davanti al cognome scatta. Sono i quarti di finale tra Francia e Italia del Mondiale di Francia ’98. Baggio ha sostituito a metà del secondo tempo un nervoso Alessandro Del Piero con la maglia numero 10. Mancano quattro minuti alla fine del primo tempo supplementare, vige la regola del golden goal. Albertini ha di fronte Lizarazu, lascia andare il corpo all’indietro e calcia il pallone: è un tocco calibrato. La sfera parte veloce e poi sembra rallentare per cascare al punto giusto, sull’angolo superiore dell’area piccola di rigore, ruotando quasi con effetto contrario.

Roberto Baggio ha 31 anni ed è un fringuello: inganna con un contro-movimento Desailly attratto dal pallone e sorprende Blanc, costretto a rimediare con uno scatto che non gli appartiene. Per capire la decisione del portiere Barthez, Baggio muove quasi impercettibilmente la testa. Ha i capelli corti. Barthez prova a rubare metri, s’arresta, si piega sulle ginocchia; Baggio riprende il contatto visivo con il pallone e all’altezza dell’area piccola colpisce in volée, incrociando; Barthez ha perso l’equilibrio e non può tuffarsi. È tutto un attimo: la traiettoria del pallone esce di pochi centimetri. Baggio continua lo slancio saltellando, esce fuori dal campo, porta le mani al volto e poi, rientrando, mostra di quanto è uscita: «di tanto così» dice. Ha il volto placido e gli occhi malinconici che sembrano riflettere il futuro.

(Photo by Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

È l’ultima immagine mistica di Baggio ai Mondiali, competizione dove ha cementificato il suo mito. La partita, infatti, si consuma ai calci di rigore. Zidane e Baggio segnano il primo tiro della serie, ma l’Italia verrà eliminata per la terza volta consecutiva dagli undici metri, stavolta con il suono della traversa centrata da Di Biagio. A detta di molti, quello di Baggio contro la Francia è il più bel non-gol della storia dei Mondiali. Un modo piacevole per etichettare un errore. A guardarlo bene, però, può essere considerato la genesi involontaria di uno dei suoi gol più iconici. Non tanto nell’esecuzione, piuttosto per alcune dinamiche.

È il primo aprile 2001, quinta domenica di Quaresima. Ad Amsterdam, per la prima volta nel mondo, vengono celebrati in forma legale (quattro) matrimoni omosessuali; a Belgrado, nella notte, l’ex dittatore Slobodan Milosevic viene catturato dalle forze speciali del Governo jugoslavo e consegnato al Tribunale dell’Aia per aver commesso crimini contro l’umanità nelle guerre jugoslave. L’Italia, in quel primo aprile 2001, è unita dal sole: a Torino, però, fa freddo. Zidane e Baggio hanno le maglie a maniche lunghe e battagliano in mezzo al campo: il francese con la divisa a strisce della Juventus, l’italiano con quella a “V” della neopromossa Brescia. Non sembrano in gran forma, infatti a venti dalla fine Zidane viene sostituito dal brasiliano Athirson, ventiquattrenne al debutto in Serie A di cui si perderanno le tracce.

GettyImages

Al Delle Alpi, la Juventus di Ancelotti sta vincendo 1-0 sul Brescia di Mazzone grazie al gol di Zambrotta. Lo stesso Zambrotta tenta un maldestro anticipo a centrocampo consegnando il pallone a Pirlo. Il bresciano è al bivio della sua carriera: ha ancora 21 anni, ma sembra essersi perso. Dopo un anno d’apprendistato all’Inter e uno da protagonista alla Reggina, il rientro in nerazzurro è disastroso. A gennaio del 2001, quindi, va al Brescia dove la sua carriera è iniziata: tendenzialmente, significa rinunciare alle proprie ambizioni.

Mazzone, tuttavia, per salvarsi ha migliorato il tasso tecnico della squadra costruendo un asse da Nazionale: Bonera, Pirlo, Baggio. Se Bonera favorisce una buona trasmissione della palla dalla difesa, Baggio ha il compito di trovare il proprio spazio vitale (o mortale) alle spalle del bomber Hubner. Pirlo ha la funzione di vaso comunicante. Mazzone, di fatto, gli abbassa il baricentro d’azione di almeno venti metri. Si è soliti dire che in quei mesi avviene la trasformazione di Pirlo da trequartista a regista, ma in quel momento Pirlo è più che altro un velocizzatore come lui stesso spiega: «Prendevo palla dalla difesa o dagli altri miei compagni di centrocampo, cercavo subito la prima giocata per Roberto dietro la linea per poi ricominciare l’azione o farmi vedere dietro in appoggio». In Under 21 continua a essere il trequartista-goleador.

Claudio Villa /Allsport

Mancano quattro minuti. Pirlo tocca la palla due volte prima di varcare la metà campo, quindi lascia andare il corpo all’indietro lanciando il cuoio. La traiettoria è una parabola. Rivelatrice, a posteriori. La sfera ruota con un effetto contrario, mentre Baggio elude il fuorigioco della difesa juventina guidata da Ferrara e Tudor, scattando nel corridoio creato dai due. Muove impercettibilmente la testa per capire le intenzioni di van der Sar. Ha una coda color cenere. Il portiere olandese accorcia le distanze su Baggio, ma quando incrocia il suo sguardo arresta l’avanzata, anzi arretra come se temesse un pallonetto.

Secondo Federico Buffa e Carlo Pizzigoni, Baggio possiede un battito cardiaco diverso e da buon buddista sa anche farlo decelerare. Baggio anziché calciare quel pallone, ne rallenta il battito cardiaco: l’agguanta con il destro facendola quasi scomparire, poi si contorce col corpo alla sua sinistra. Mazzone descrive così il prosieguo dell’azione: «Finta, controfinta, lo mette a culo per terra. Poh e appoggia la palla. Con una naturalezza, una facilità estrema». Quando la palla tocca il prato, in effetti, Baggio si regala un attimo, impercettibile, per scherzare ancora e aggirare definitivamente van der Sar.

È il suo 167° gol in Serie A in 377 partite. Il Delle Alpi è ammutolito. Del Piero si aggiusta stizzosamente i pantaloncini, van der Sar ha le mani sui fianchi e respira affannosamente, il portiere del Brescia Srníček (deceduto nel 2015 per arresto cardiaco) porta le mani ai capelli incredulo, Pirlo corre verso Baggio con le braccia aperte, un uomo scende i gradoni velocemente e si appoggia al vetro che lo separa dal campo urlando ripetutamente Baggio, uno steward senza pettorina, con il bomber e gli occhiali da sole si mostra indifferente bevendo una bottiglietta d’acqua. Ancelotti alza il sopracciglio. La partita termina 1-1. I tifosi del Brescia espongono uno striscione con la scritta Pesce d’aprile. La Roma di Totti e Capello va a +9 con dieci partite dal termine. Vincerà lo scudetto con solo due punti di vantaggio.

Per molti, il gol di Baggio contro la Juventus è il più bello della sua carriera. Non solo per il gesto tecnico unico – un gol così veramente non si ricorda -, ma anche per il significato che ha assunto. L’assist di Pirlo, infatti, viene considerato una rivelazione che cambierà la storia del calcio italiano (e mondiale) per almeno quindici anni. Di fatto, Pirlo sarà l’evoluzione di Albertini: meno geometrico, più imprevedibile e dotato di un tiro micidiale.

Il gol di Baggio, invece, ha il sapore di un bacio dolce e furioso, esegesi di un giocatore amato da tutti i tifosi e invidiato da molti addetti; che ha vestito le maglie più prestigiose del calcio italiano, ma che ha toccato la sacralità in una piccola squadra di provincia senza la quale avrebbe smesso di giocare a 33 anni. Nell’estate del 2000 infatti, svincolato dall’Inter, si allenò con il suo preparatore atletico.

Grazia Neri/ALLSPORT

C’è un’altra cosa, tuttavia, che stupisce di quel gol: l’esultanza.

In quel periodo (aprile 2001), Baggio sta incontrando saltuariamente nella sua casa a Caldogno Enrico Mattesini, l’editore che nel 1995 ad Arezzo ha fondato Limina: la prima casa editrice sportiva italiana. Mattesini è un uomo di profonda cultura che ama la storia etrusca: a Baggio dedicherà un pregiato Baggio etrusco (2005) in cui associa pezzi d’arte etrusca alla carriera di Baggio. Mattesini è quindi un uomo burbero e generoso, così lo descrive Darwin Pastorin. Baggio si convince a scrivere un libro e a raccontarsi all’editore aretino, facendogli assistere a diversi momenti di vita privata come la preghiera.

Nascerà Una porta nel cielo (2001), il libro italiano di sport più venduto di sempre (verrà superato solo da Un capitano di Totti e Condò nel 2018). Nel libro, Baggio viene indagato senza moralismi e sviolinate. È un botta e risposta secco, tra editore e calciatore, intervallato da flussi di coscienza di Baggio impregnati di filosofia buddista. Baggio si toglie tanti sassolini e dichiara senza giri di parole il suo sogno: il Mondiale in Corea del Sud e Giappone del 2002.

Depositata la palla in rete, Baggio continua lo slancio. Poi si arresta. Saltella. Improvvisa una danza fugace. Dopo l’abbraccio dei compagni, cammina da solo verso il centro del campo. Si tocca la fascia di capitano che raffigura la Soka Gakkai, la scuola buddista alla quale si è convertito da oltre dieci anni. Procede con il capo chino, ogni tanto lo rialza. Le prime rughe sul volto glielo rendono ancora più placido, mentre la coda di un nero già sbiadito è sempre più folta e gli ingigantisce il corpo. Ha gli occhi malinconici che sembrano riflettere il futuro.

 

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