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Quanto durerà la favola dell’Aston Villa?

By 23 Ottobre 2020

Con un successo nella sfida di stasera contro il Leeds l’Aston Villa si prenderebbe la vetta solitaria della Premier League. Eppure un Inghilterra sono convinti che i Villans si inabisseranno molto presto

È un po’ come una hit dei tempi andati, un pezzone da serata revival, quello che non ti aspetti ma alle prime note accende la memoria. Quella di chi va dai quaranta a cinquant’anni soprattutto, ex ragazzi per i quali Aston Villa è un tuffo in un passato di coppe al mercoledì in diretta tv rigorosamente in chiaro – pleonastico: canone a parte, mica lo si pagava il calcio in televisione allora – con il verde del prato che affaticava l’occhio fisso sul tvcolor anche quando i campi erano fangosi (a proposito: ne vedete più, a certi livelli, di campi fangosi?) e l’effetto era quello di una tuta mimetica insensatamente sgargiante.

Ecco, l’Aston Villa che ha iniziato la Premier 2020-2021 con quattro vittorie su quattro – ha sepolto sotto il macigno di sette gol persino il Liverpool – e si trova appena dietro l’Everton di Ancelotti fa proprio questo effetto, e allora tanto vale sciogliere immediatamente qualsiasi entusiasmo superficiale, perché i Villans non sono lì per rimanerci. Non per molto, e non così in alto di certo: il mensile britannico FourFourTwo, nella sua tradizionale season preview, ha pronosticato per i claret and blue un diciottesimo posto, che significherebbe retrocessione, anche perché la squadra è stata rinforzata, senza essere stravolta, con ragazzi che sembrano soprattutto scommesse, magari non a rischio ma nemmeno dal rendimento sicuro.

(Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

È prestissimo, ma al momento sembra invece funzionare: in porta l’argentino Emiliano Martinez (ex Reading, ma era di proprietà dell’Arsenal), in difesa il terzino destro Matty Cash ex Forest, davanti Ross Barkeley in prestito dal Chelsea ma soprattutto Ollie Watkins, capocannoniere della scorsa Championship quando segnò 25 reti con il Brentford. Tre reti in tre partite all’esordio in Premier per lui, un abbrivio che fa ben sperare il tecnico Dean Smith se si considera che il miglior marcatore della scorsa stagione tra i Villans era stato Jack Grealish, non un attaccante puro ma un centrocampista offensivo, con 8 gol.

Grealish, tuttavia, riporta le lancette della storia indietro, collegando l’Aston Villa attuale a quella hit dei tempi andati evocata poco fa, non tanto per questioni tecniche o estetiche (meno che mai queste ultime), quanto piuttosto per la sua storia, essendo un prodotto dell’Academy come lo erano stati, ai tempi del titolo di campione inglese del 1981 e della Coppa dei Campioni vinta nel 1982, i vari Gibson, Williams, Birch, Walters, Shaw e Gordon Cowans. Grealish, britannico in possesso anche della cittadinanza irlandese (e infatti a livello giovanile fece la trafila con l’Eire), del Villa è capitano, è uno di quelli che ha realizzato il sogno di bambino – ne era tifoso – nonché colui con il quale i supporter si identificano. Uno di loro, vecchia scuola peraltro, essendo pericolosamente incline all’eccesso etilico – poi è il classico gioco dei tabloid: non è cattivo, è che lo disegnano così – e detestato da pressoché chiunque non sia un tifoso dell’Aston Villa. Cult hero, indiscutibilmente e già da tempo, ma avere firmato la salvezza del club dalla retrocessione all’ultima giornata la scorsa stagione (sua la rete decisiva all’ultima giornata contro il West Ham) ed essere stato protagonista del 7-2 contro il Liverpool con una doppietta e tre assist aumentano l’aura di leggenda.

Jack Grealish (Photo by Michael Regan/Getty Images).

Sin qui l’attualità. Magari il destino di Mahmoud Hassan (alias Trezeguet) e compagni non è così cupo come da pronostici, dopo tutto avere segnato 12 reti con sette uomini nelle prime quattro partite di Premier vuol dire che c’è un’idea di gioco capace di portare alla conclusione diversi elementi, pur in un contesto privo di star assolute. La proprietà, mista egiziana-statunitense, ha investito per non dover rischiare, ma ciò che sarà lo dirà il resto di una stagione che, cominciata un po’ dovunque all’insegna delle sorprese, per la sua specificità rischia di non dare punti di riferimento reali per almeno un altro mese. 

Intanto quel nome là in alto – senza andare alla storia gloriosa del primo Aston Villa, fra i 12 club fondatori della Football League, nata su idea di William McGregor – riporta gli appassionati nostrani a Dennis Mortimer, Nigel Spink e Peter White, a Paul McGrath, agli anni in cui pareva esserci un improbabile volo diretto sulla rotta del calciomercato tra Birmingham e… Bari (il già citato Cowans e Paul Rideout nel 1985, David Platt nel 1991), alle serate italiane-europee contro Juventus e Inter e a quelle trionfali contro Bayern Monaco e Barcellona, o almeno se vogliamo all’era di Martin O’Neill, gli ultimi con i Villans in zone nobili. Nobili come quel nome suggestivo che stregò anche il giovane Tom Hanks: «Aston Villa… what a lovely destination that must be!». 

 

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