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Quanto inquina il calcio?

By 12 Aprile 2020

Mentre nel mondo cresce l’attenzione per l’ecosostenibilità, il calcio sembra essere rimasto indietro. Per innaffiare un campo di Premier servono circa 20mila litri d’acqua, mentre solo le convocazioni in nazionale di Marquinhos hanno inquinato più del riscaldamento annuale di sei appartamenti

 

Verde come un campo di calcio: quante volte è stata usata questa analogia? Può riferirsi a molteplici cose, sicuramente non alla politica di istituzioni e società calcistiche. In un periodo storico caratterizzato dalla crescita di una nuova sensibilità ecologica a molteplici livelli, il tema dello sviluppo sostenibile ha assunto un ruolo sempre più centrale all’interno del dibattito politico, economico e sociale.

Il calcio, salvo singoli casi virtuosi, appare in ritardo. Se più volte in passato il mondo del pallone ha agito da barometro di mutamenti sociali, arrivando in alcuni casi ad anticiparli, riguardo allo sviluppo di una sensibilità green la strada da percorrere è ancora parecchia.

L’esempio più grande arriva dall’Uefa, la cui tendenza al progressivo gonfiamento delle competizioni – per chiare ragioni politiche e di business – comporta notevoli svantaggi sotto il profilo ecologico. Una nube di emissioni di biossido di carbonio (CO2) viaggerà tra i cieli del Vecchio Continente per Euro 2020, diventato Euro 2021 per ragioni tristemente note a tutti. Per il primo Europeo itinerante infatti è stata stimata una produzione di circa 405 tonnellate di CO2 a causa degli spostamenti delle 24 nazionali partecipanti.

(Photo by Michael Steele/Getty Images)

Si prenda come esempio il Belgio, squadra che può legittimamente ambire alla finale di Londra. De Bruyne, Hazard e compagni inizieranno il torneo a San Pietroburgo, quindi voleranno a Copenaghen per il secondo match e chiuderanno il girone nuovamente a casa dello Zenit. Poi, in caso di vittoria del gruppo andranno a Bilbao e successivamente a Monaco di Baviera, oppure Roma, prima di approdare a Londra per semifinali e finale. Se invece i Diavoli Rossi arrivassero secondi, prima dell’Inghilterra potrebbero percorrere la tratta San Pietroburgo-Amsterdam-Baku. La capitale dell’Azerbaigian dista da Londra 4mila chilometri, da percorrere per una sola partita, come accaduto a Chelsea e Arsenal – club le cui sedi si trovano a circa 12 chilometri di distanza – nel 2019 per la finale di Europa League. Con la differenza che, in quel caso, nessuno poteva prevedere un derby ai confini del continente.

Tornando all’Europeo, parlare di nazionali che si spostano significa computare non solo giocatori e staff tecnico, ma anche medici, cuochi, addetti allo comunicazione e staff federale di vario genere, senza dimenticare giornalisti e tifosi. Il tutto moltiplicato, come detto, per 24, vista la formula extra-large inaugurata quattro anni fa dall’Europeo francese.

Il nuovo Europeo fu invece descritto dal suo ideatore, Michel Platini, come un romantico viaggio attraverso il Vecchio Continente per festeggiare i 60 anni del torneo. Euro itinerante, ma anche inquinante. Per fronteggiare le critiche piovute da più parti, l’Uefa ha progettato una massiccia operazione di riduzione dell’impatto ambientale che prevede la piantagione di 60.000 alberi lungo tutto il continente. Per il Green Party UK si tratta però di una toppa insufficiente per coprire un buco ben più grande.

Quanto inquina il calcio

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Al mondo del calcio manca un Lewis Hamilton, ovvero un campione di fama mondiale capace di proporsi quale credibile testimonial ecologista. Il pilota di Formula 1 è vegano, non acquista più oggetti in plastica e ha recentemente venduto il suo jet privato, ponendosi l’obiettivo di diventare un personaggio a impatto climatico neutrale entro il 2020. “Il mondo è un luogo malato”, ha scritto Hamilton su Instagram, “e i nostri leader politici non ne sono consapevoli, o forse lo sono ma fanno finta di niente”.

Nel 2019 un’università di Manchester ha calcolato le emissioni di CO2 prodotte dai 20 calciatori nominati per il Pallone d’Oro. I maggiori “inquinatori” sono ovviamente risultati quei giocatori che, per ragioni di convocazione nella propria nazionale, devono spesso uscire del continente. Questa poco esaltante classifica ha visto primeggiare Marquinhos del PSG con 53.5 tonnellate di emissioni, seguito da Firmino del Liverpool (49.5, all’incirca la quantità necessaria per riscaldare sei appartamenti per un anno intero), Son del Tottenham (45.1), Manè del Liverpool (40.3) e Neymar del PSG (38).

Il concetto di sostenibilità è inversamente proporzionale a quello di economicità. Questo rappresenta il principale nodo del problema. Dirk Piens, direttore dell’Organizzazione, Infrastrutture e Sicurezza della Ghelamco Arena, la casa dei belgi del Gent – nonché lo stadio di più recente costruzione in Belgio – ha parlato dell’impossibilità di predisporre un’illuminazione totalmente a LED a causa di costi tre volte superiori a quelli delle normali lampadine. “Ogni volta che se ne brucia una, la sostituiamo con i LED”.

Quanto inquina il calcio

(Photo by Catherine Ivill/Getty Images)

Eppure il Gent è una delle squadre più verdi d’Europa, potendo vantare, tra le altre cose, un rapporto di uno a sei tra i propri tifosi come utilizzo di biciclette quale mezzo preferito per recarsi allo stadio. Una media superiore anche a quella delle squadre cinesi, paese che vanta il maggior numero di biciclette al mondo. “Non vogliamo spacciarci per ciò che non siamo”, prosegue Piens, “ci siamo mobilitati verso una mobilità a impatto zero, o quasi,  perché il traffico attorno alla Ghelamco Arena si era fatto insostenibile”. Tra app per organizzare il car-pooling tra tifosi e ampi spazi di parcheggio per le bici, al Gent manca solo la tessera VIP per i fan che decidono di raggiungere lo stadio pedalando. Un’iniziativa già in vigore da diversi anni in Germania al Mainz, altro club particolarmente attento all’ambiente.

Nell’ultima edizione di Champions, ha fatto notizia il viaggio in treno dell’Ajax a Lille. Il club olandese appare piuttosto sensibile riguardo al tema ecologico, poendo vantare 4.200 panelli solari posti sul tetto della Johan Cruijff Arena, sedili in canna da zucchero e l’utilizzo dell’acqua dell’Oudekerkerplas per refrigerare gli spogliatoi. Magliette realizzate con la plastica di bottiglie rinnovate è invece il progetto proposto dal Betis Siviglia, che intende estendere la produzione all’intero outfit.

Il già citato Gent sta sperimentando un impianto di ritenzione idrica per permettere il riutilizzo dell’acqua utilizzata per annaffiare i campi da gioco – l’Università di Cardiff ha stimato che, in Premier League, vengono utilizzati circa 20mila litri di acqua per irrigare il campo erboso. Il Manchester City ha invece bonificato una vecchia area industriale dismessa trasformandola nella verdissima, nonché modernissima, City Football Academy.

Quanto inquina il calcio

(Photo by Michael Steele/Getty Images)

Nessuno però batte il Forest Green Rovers, società di League Two (il quarto livello del calcio inglese) dichiarata nel 2018 dalle Nazioni Unite il primo club del pianeta a impatto climatico neutro. Acquistato nel 2010 da Dale Vince, titolare della Ecotricty, azienda che si occupa di energie rinnovabili, il Forest Green Rovers propone menu vegetariani allo stadio (ci sono anche le tipiche pie britanniche, con la carne però sostituita da Quorn, salsa di soia, porri e timo);  ha predisposto punti di raccolta dell’acqua piovana presso il The New Lawn, il proprio impianto, ovviamente dotato di pannelli solari; ricicla l’olio da cucina per produrre biocarburante; realizza magliette e parastinchi in bambù biodegradabile; cura il manto erboso senza ricorrere all’utilizzo di pesticidi o fertilizzanti chimici, ma utilizzando alghe di Scozia e aceto, utili rispettivamente per l’idratazione e il controllo delle erbe infestanti; progetta un nuovo stadio interamente in legno; infine, programma l’alimentazione della squadra seguendo la filosofia vegana. Anni fa in Italia ci fu Flaviano Tonellotto a imporre alla Triestina una dieta salutista, in quel caso macrobiotica. Ma Greta Thunberg non c’entrava proprio niente.

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