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Quanto vale davvero Erling Haaland?

By 7 Novembre 2019

L’attaccante del Red Bull Salisburgo in Champions ha esordito con un tripletta e ha segnato in tutte le partite giocate mentre in Bundesliga fa registrare più gol che presenze.  Merito solo del sistema Red Bull o c’è qualcosa di speciale in questo diciannovenne norvegese?

Jonathan Soriano segnò contro l’Ajax da metà campo. Marc Janko rifilò un poker all’Altach in 45 minuti. Alan partì per la Cina con una media di un gol ogni 92 minuti giocati. Oggi Erling Haaland fa registrare più gol che presenze e, in Champions League, macina numeri di assoluto pregio: ottavo giocatore a esordire con una tripletta – secondo più precoce dopo Wayne Rooney – e quarto ad aver segnato in tutte le sue prime quattro partite (Zè Carlos, Del Piero e Diego Costa i predecessori). Il Red Bull Salisburgo vanta pochi eguali in tema di valorizzazione degli attaccanti, trasformandoli in macchine da gol spesso capaci di trascendere il proprio reale valore qualitativo.

Nessuno dei primi nomi citati è riuscito a imporsi a un livello superiore. Alan (93 reti in 129 partite) non ci ha nemmeno provato; Soriano (172/202), oggi al Girona dopo l’esperienza cinese, ha preferito monetizzare prima del crepuscolo; Janko (83/126) si è ripetuto a tali livelli in Olanda, non oltre; Munas Dabbur (72/128) risulta finora non pervenuto a Siviglia. L’unico ad aver fatto la differenza in una realtà di prima fascia è stato Sadio Manè (45/87), che però non è una prima punta e mai ha ricoperto questo ruolo nemmeno a Salisburgo. La domanda sorge quindi spontanea: quanto vale veramente il norvegese, enfant prodige dei millennial, Haaland?

La questione è più articolata del tipico discorso da bar sul “segnare è più facile in certi campionati”, tesi povera nonché agevole da smentire con numerosi esempi. Il nocciolo riguarda il sistema Red Bull, un ambiente tattico e gestionale strutturato seguendo determinati punti cardine capaci di favorire, attraverso un approccio calcistico a trazione offensiva votato all’intensità e alla costante pressione, il lavoro degli attaccanti. Con l’ovvia premessa che questi ultimi posseggano le necessarie qualità e l’attitudine mentale giusta per integrarsi nel sistema.

(Photo by Andreas Schaad/Bongarts/Getty Images)

L’idea alla base del network Red Bull, che ha nel Salisburgo il suo nucleo originario, nasce da un grosso processo di marketing, che ha la finalità di trasfondere sui campi da gioco la filosofia aziendale del più famoso energy drink al mondo: squadre fisicamente sane, composte da giovani calciatori capaci di correre novanta minuti ad alti ritmi. Ma anche squadre capaci di vincere – perché senza il riscontro del campo, non c’è strategia (politica, commerciale, mediatica) che tenga – possibilmente lasciando un’impronta.

Un obiettivo ambizioso che inizialmente, una decina abbondante di anni fa, non seguiva una strategia definita, puntando tutto sull’idea di calcio del tecnico ingaggiato al momento. Accadde così per l’olandese Co Adriaanse, maestro di calcio assoluto (portò il Willem II in Champions, se può bastare) eppure poco conosciuto fuori dai Paesi Bassi. Dal 2012, con l’arrivo di Ralf Rangnick e della sua formula delle tre K (Kapital, Konzept und Kompetenz), è cambiato tutto. L’idea di base è stata strutturata fino a renderla indipendente dalla guida tecnica.

L’attuale tecnico del Red Bull Salisburgo, Jesse Marsch, ha raccontato come in sede di colloquio per la panchina del New York Red Bull gli fu presentato un foglio con una serie di direttive alle avrebbe dovuto attenersi, dalla gestione dei giovani ai principi tattici. Non si parlava di schemi, né si pretendevano squadre fotocopia. Confrontando infatti il Salisburgo di Marsch con quello di Marco Rose, oppure con quello ancora precedente di Roger Schmidt, permette di cogliere tanto la radice comune quanto le differenze tra le varie squadre.

(Photo by Trond Tandberg/Getty Images)

Haaland è l’ennesimo uomo dai grandi numeri sotto porta proposto dal club austriaco. Con la differenza dell’impatto in Champions, che i predecessori non hanno avuto causa rendimento non all’altezza o scarse occasioni di frequentazione del torneo. L’altro suo punto a favore riguarda l’età, verdissima, accompagnata da una lucidità nelle scelte di carriera non così facile da riscontrare in un 19enne. Facile il paragone con il connazionale Martin Ǿdegaard, che dopo i precoci riflettori merengue è stato costretto a una gavetta doppia, forse anche tripla (Heerenveen, Vitesse, Real Sociedad) per rimettersi in carreggiata.

Per completezza bisogna però aggiungere che l’Haaland acquistato dal Red Bull Salisburgo nel gennaio 2019 dal Molde per 5 milioni di euro non godeva nemmeno di un decimo dell’hype che circondava Ǿdegaard al momento della sua partenza dallo Strømsgodset.

È però l’assoluta atipicità di Haaland a rappresentare l’aspetto più intrigante del giocatore, permettendo di ipotizzare un elevato livello di adattabilità a molteplici contesti tattici e ambientali. Figlio d’arte, famiglia benestante, Haaland avrebbe potuto permettersi di crescere in un’accademia calcistica di livello top.

Invece per dieci anni ha militato in quella scuola di socialismo applicato al calcio rappresentata dal Bryne, dove non veniva fatta distinzione tra più e meno bravi. Nessuna gerarchia, allenamenti uguali per tutti, nessun trattamento di favore né percorsi personalizzati per i più talentuosi. Nel gruppo di 40 ragazzi dove era incluso Haaland, di un anno inferiore rispetto agli altri, c’era anche una ragazza, Andrea Nordheim, la scorsa stagione laureatasi campione di Svezia con il IF Pitea.

(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

In più di una occasione Haaland ha sottolineato come le dinamiche inclusive vissute nel Bryne siano state fondamentali nella sua crescita come giocatore, impedendogli di volare troppo alto, a dispetto della chiara differenza di talento con i suoi compagni. Anni importanti, non solo sotto il profilo mentale. Perché, fino a 14-15 anni, Haaland era un mingherlino, costretto oltretutto a giocare contro ragazzi di età maggiore.

Ecco quindi la necessità di imparare a giocare sulla velocità, sull’anticipo, di lavorare sul timing dei movimenti, di sfruttare con intelligenza lo spazio. Il gigante odierno, che fa a spallate con Van Dijk e Koulibaly senza alcun timore reverenziale, eppure dotato di una coordinazione assurda per un fisico così massiccio, ma anche mobilissimo, abile nel giocare per la squadra eppure implacabile davanti alla porta, è nato lì.

Alec Cordolcini

About Alec Cordolcini

Da oltre dieci anni si occupa di calcio olandese e belga per diverse testate nazionali, dal Guerin Sportivo alla Gazzetta dello Sport, da Il Giornale a Rivista Undici. Ha pubblicato due libri: "La Rivoluzione dei Tulipani", dedicato al calcio olandese, e "Pallone Desaparecido", sul Mondiale 1978.

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