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Quei calciatori da Europa League

By 10 Agosto 2020

Sei calciatori che, per motivi diversi, incarnano l’anima e lo spirito della seconda competizione continentale

Lo scorso 9 luglio l’ultimo a salire sul palco di Nyon, apparecchiato per il sorteggio della fase finale dell’Europa League, fu Thomas Helmer. Ex difensore centrale del Bayern Monaco, fece parte della squadra che – guidata da Franz Beckenbauer – vinse la Coppa Uefa nel ’96 battendo in finale il Bordeaux di Zidane. Tedesco, nato a Herford, città di 65mila abitanti poco a nord di Bielefeld, è stato scelto dai vertici Uefa come volto dell’estrazione in vista della fase a eliminazione diretta che si sta disputando interamente in Germania.

Nel corso del solito discorso che precede il sorteggio, che ha il compito di dilatare i tempi televisivi e far esplodere le coronarie dei tifosi delle squadre coinvolte, si è lasciato sfuggire in mondovisione la frase: “Sapete come chiamano questo trofeo, vero? La coppa dei perdenti”. Parole che forse non hanno fatto piacere alla Uefa né alle squadre ancora in corsa per il titolo, ma che ben sintetizzano lo stigma che ancora avvolge questa competizione.

(Photo by Peter Schatz/Bongarts/Getty Images)

Che l’Europa League sia figlia di un dio minore sembra essere opinione condivisa. Non solo dalle parti di Monaco di Baviera, dove il Bayern manca dalla competizione dal 2007/08 (quell’anno arrivò in semifinale). Da allora i tedeschi hanno sempre superato i gironi di Champions League, non dovendo mai subire l’umiliazione di retrocedere tra i “perdenti” . L’ultima bordata di classismo sportivo arriva infatti dall’uomo della rinascita della Milano rossonera, Zlatan Ibrahimovic, che a SportWeek ha dichiarato di non sentirsi “un giocatore da Europa League, così come il Milan non è un club da Europa League”.

Poco conta che l’EL sia l’unico trofeo internazionale vinto dallo svedese (col Manchester United, stagione 2016/17) se si fa eccezione per il Mondiale per Club e la Supercoppa Europea del 2010, vinte col Barcellona ma grazie all’accesso conquistato dai blaugrana l’anno precedente, mentre Zlatan era all’Inter. Ciò che conta è prendere le distanze da una competizione che per estetica, ambizioni e ambientazioni, meriterebbe di essere giudicata a sé stante, senza confronti con la Champions, sua sorella maggiore. È in quest’ottica che ci chiediamo: se Ibra si chiama fuori, quali sono i calciatori “da Europa League”?

 

Ever Banega

LaPresse.

Parlando di Europa League non si può non menzionare il Siviglia, squadra prima nell’albo d’oro della competizione (5 vittorie) e che dal cambio di denominazione ha portato a casa il trofeo per tre anni consecutivi dal 2014 al 2016. E sebbene in quel Siviglia fosse Carlos Bacca a comparire spesso nel tabellino dei match europei, il vero cuore pulsante dei Nervionenses dei tempi d’oro era Ever Banega.

Con le sue giocate eleganti nello stretto ma straordinariamente concrete, finalizzate a crearsi lo spazio per l’ultimo passaggio, l’argentino incarna perfettamente i valori di una Coppa che rifiuta l’estetismo fine a sé stesso e lo incanala (a volte lo sacrifica) verso l’essenza più pura del calcio: fare gol. Banega è da Europa League perché al giovedì sera trovi sempre un suo passaggio smarcante, una percussione centrale, un calcio di punizione tirato alla perfezione a illuminare la carrellata di highlights altrimenti impregnati di cinismo e giocate casuali. Azioni che dimostrano che può esserci del bello anche nella competizione più stereotipata del vecchio continente.

Giocate che gli sono valse record come quello di maggior numero di passaggi nell’area avversaria (679 nel 2016) e il riconoscimento di miglior giocatore del torneo nel 2015. Un rapporto indissolubile tra l’argentino e l’Europa League, tanto che quest’ultima sembra quasi inseguirlo: la gioca anche con l’Inter, nella sua parentesi in prestito nella stagione 2016/17, poi vi torna da protagonista due stagioni più tardi, rientrato in Spagna, con addirittura un bottino di 5 reti. Un talento che anche la Roma ha imparato a conoscere in questi ottavi di finale un gara unica, persi 2-0 dai giallorossi.

 

Jevhen Konoplyanka

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Bongarts/Getty Images)

Abbiamo imparato a pronunciare il suo nome ascoltandolo dai telecronisti che ne raccontavano i gol durante le sue notti europee. Non tantissimi, in verità: “soltanto” dieci, che lo collocano comunque al sedicesimo posto tra i migliori marcatori in Europa League da quando si chiama così. Più che con i gol, l’ala ucraina si è fatta volto della piccola Europa grazie alle presenze, 51 (nono per apparizioni nel torneo) e soprattutto al numero di squadre con cui è sceso in campo al giovedì, ben 4.

La prima il Dnipro, squadra del suo Paese e meteora della competizione. Dal 2011 al 2015 quattro stagioni in crescendo con gli ucraini, culminati con la finale di Varsavia del 27 maggio 2015 contro il Siviglia, persa per 3-2 ma conquistata grazie a prestazioni particolarmente convincenti che gli valsero, nella finestra di mercato immediatamente successiva, gli interessi di Inter, Roma, Lazio e Juventus.

Agile nel dribbling, attaccando la fascia sinistra riesce ad arrivare facilmente a ridosso dell’area di rigore dove può dar sfoggio delle sue doti da regista atipico dell’ultimo terzo di campo. Konoplyanka incarna la favola di quello diventato famoso grazie a un palcoscenico, quello dell’Europa League, che ha permesso a squadre come il suo Dnipro di uscire dai confini nazionali e mettersi in mostra di fronte al grande pubblico. Le stagioni successive le passa a giocare – senza riuscire più a incidere particolarmente – con Siviglia, Schalke04 e Shakhtar. Squadre che fanno comunque dell’intensità punto di forza del loro gioco, ma che probabilmente non sono state in grado di tirar fuori il meglio dall’ucraino, capace di rendere al massimo solo col suo Dnipro. Sarà stata una questione di identità.

 

Darijo Srna

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Della lista proposta, Darijo Srna è l’unico a non essere più un calciatore in attività. Da giugno 2019 ha infatti deciso di seguire il cuore e ritornare allo Shakhtar Donetsk – dove ha giocato per quindici stagioni – nel ruolo di direttore sportivo, assistente del nuovo allenatore Luis Castro e responsabile delle giovanili. Dopo un anno da meteora nel nostro calcio a Cagliari, il richiamo di casa è stato irresistibile per lui, croato, ma cresciuto e maturato sportivamente in Ucraina. “Quando ho ricevuto l’offerta ho accettato su due piedi, senza pensare che per me avrebbe significato appendere le scarpette al chiodo”, ha dichiarato a una testata locale sarda.

Soltanto la nostalgia poteva portarlo via da quella fascia destra, che lui, da terzino, non si è mai stancato di correre avanti e indietro con abnegazione fino a diventare insostituibile per lo Shakhtar. L’Europa League l’ha vinta quando ancora non si chiamava così: era il 20 maggio 2009 e allo Stadio Şükrü Saraçoğlu di Istanbul andava in scena l’ultimo atto della storia della vecchia Coppa Uefa. Il suo Shakhtar si impose 2-1 ai supplementari in finale contro il Werder Brema, consegnando a Srna un titolo internazionale nell’unica stagione in cui mancò di vincere il campionato in patria. Una sorta di esclusiva che esalta peraltro l’unico successo del club fuori dai confini nazionali, dove invece domina con 12 titoli di campione d’Ucraina, 13 Coppe, 8 Supercoppe e addirittura 4 Coppe dell’Unione Sovietica.

Darijo Srna è iconico ma allo stesso tempo contraddittorio, perché a volte viene ricordato più per la squalifica di 17 mesi per positività all’androstenolone al test antidoping Uefa che per la pericolosità in zona gol, più per le polemiche sulla sua religione che quasi gli costavano la carriera (gli ultras dell’Hajduk Spalato non lo volevano perché musulmano) che per le punizioni impossibili che è stato capace di segnare (la specialità della casa è quella dal lato corto dell’area di rigore). Ma soprattutto, Darijo Srna incarna l’Europa League perché in tanti anni di carriera ha rifiutato trasferimenti in top club europei per poter continuare a regalare le sue alte prestazioni – troppo spesso dimenticate per via del cognome (e l’aspetto) poco appariscente – alla realtà ucraina che l’ha adottato e con cui ormai si identifica, da calciatore prima, e da dirigente adesso.

 

Giuseppe Rossi

 (Photo by Angel Martinez/Getty Images)

«Basta dire “Europa League” per trovare le motivazioni, ci giochiamo l’accesso alla semifinale, abbiamo le capacità per andare avanti e mi fido dei miei compagni. Io intanto sto bene, continuo a lavorare per tornare in campo più presto possibile». Sono sufficienti queste dichiarazioni, rilasciate nell’aprile del 2015 prima di un quarto di finale tra Fiorentina e Dinamo Kiev, per raccontare buona parte della carriera di Giuseppe Rossi. “Pepito” – così soprannominato da Enzo Bearzot per la somiglianza in campo con Paolo Rossi, chiamato “Pablito” – è noto ai più per due motivi: i ripetuti infortuni alle ginocchia, e le prestazioni memorabili in Europa League, competizione nella quale ha una media realizzativa migliore che in campionato (0,55 contro 0,36).

Il suo rapporto con la Coppa sboccia al Villarreal nella stagione 2009/10, e per tre anni Rossi si fa ambasciatore italiano in una competizione dove le nostre squadre stentano fortemente a brillare, complice un certo snobismo che da sempre ha caratterizzato l’approccio delle nostre squadre a questa competizione. L’anno successivo è quello della sua consacrazione: Pepito realizza 32 gol stagionali e diventa il miglior marcatore della storia del Villarreal. In Europa League arriva a quota 11, portando Sottomarino Giallo a essere eliminato in semifinale contro il Porto, futuro vincitore.

L’apice della sua carriera coincide anche con l’inizio della fine: il 26 ottobre 2011 nell’incontro di campionato perso per 3-0 al Bernabéu contro il Real Madrid, si procura la rottura del legamento crociato del ginocchio destro. Il suo arrivo alla Fiorentina nel mercato di gennaio del 2013 segna l’inizio del legame tra il suo stato di salute e l’arruolabilità nelle liste Uefa. A settembre del 2014 il ds viola Pradé dichiara:  «Dobbiamo essere ottimisti sul suo recupero, è un valore aggiunto non solo per noi, ma per tutta l’Italia, anche se deve fare un’artroscopia diagnostica per capire la situazione del ginocchio».

Alla fine Rossi viene convocato e realizza anche un gol, portando il suo bottino in Europa League a un totale di 17 reti. Che questa sia una competizione cucita apposta per lui lo dicono i numeri: terzo marcatore italiano nel torneo, dietro Altobelli (25) e Baggio (18), ma davanti a giocatori come Vieri, Chiesa e Ravanelli.

Rui Patricio/Proto

(Photo by David Rogers/Getty Images)

Lo scorso 25 febbraio l’account Twitter ufficiale della Uefa Europa League ha celebrato il suo portiere con più presenze con una clip molto singolare, che lo vede passare da Karius a Buffon in una frazione di secondo. Nel video si vede Rui Patricio che prova a rinviare un pallone – peraltro sanguinoso – passatogli da Ruben Neves, lisciandolo. Il portiere portoghese prova poi a rimediare con un improbabile colpo di tacco per allontanare la minaccia incombente: liscio anche quello. A quel punto sembra fatta per l’attaccante avversario, che va per un tap-in facile, sul quale però Rui Patricio si distende con un tempo di reazione fulmineo e para a terra. L’estetica del torneo in un gesto.

La partita era Wolverhampton-Espanyol, sedicesimi di finale, la 55esima delle 57 complessive giocate dal portiere portoghese nella competizione. La maggior parte delle presenze le colleziona con la maglia dello Sporting Lisbona, di cui diventa icona e simbolo in 12 stagioni. Nonostante gli ultimi tre anni lontano dalle notti di Europa League (due anni allo Sporting in Champions e uno al Wolverhampton senza coppe), questa stagione ha visto il suo ritorno tra i pali del giovedì sera.

Pali che sono anche la casa di un altro portiere, che in questa lista ci entra di diritto e non solo in virtù delle 46 presenze che ne fanno il terzo estremo difensore con più presenze. Silvio Proto è “portiere da Europa League” per definizione, tanto che Simone Inzaghi lo ha schierato per due anni nelle notti europee della sua Lazio, lasciando a Strakosha il compito di difendere la porta in campionato. Il suo esordio in maglia biancoceleste è avvenuto proprio in Europa League contro l’Apollon Limassol, e da allora tutti sono tornati a identificarlo con la competizione nella quale si è costruito il suo habitat naturale, grazie anche alla sua lunga parentesi all’Anderlecht.

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