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Quei calciatori diventati clochard

By 1 Luglio 2020

Storie di disperazione e di stelle che si sono bruciate in fretta

La povertà non ha alcuna misericordia, trasforma gli uomini in mendicanti, in invisibili, in pazzi, smonta le vite fino a ridurle in disperate particole; la povertà è un requiem, dopo aver cancellato storia e nome. Joachim Fernandez, Pietro Puzone, Maurizio Schillaci, ex calciatori, potrebbero trovarsi in qualche documentario del regista moldavo Artur Aristakisjan, quello di “Ladoni”, dove racconta di accattoni, malati mentali e senza casa buttati fuori dai lager psichiatrici, nella Russia dopo la caduta del comunismo – barboni, poveri, infermi, spettri nelle strade russe, certi che la morte gli abbia già fatto indossare i vestiti adatti alla loro fine.

Quello che portava Joachim Fernandez era un impermeabile blu che cercava di tenere pulito ogni giorno, lui passava il suo tempo nella piazzetta di Domont, periferia di Parigi, con gli amici Rachid, Bruno e Farid, parlava di calcio, di fame e del figlio che non vedeva più da quando si era separato dalla moglie, aveva perso tutti i soldi che, quando giocava da professionista, mandava ai suoi familiari in Senegal, a Ziguinchor, dove era nato nel 1972.

Joachim aveva giocato nel Bordeaux di Zidane, di Lizarazu e di Dugarry, fece parte, anche se solo per quattro minuti di marcatura su George Weah, della storica rimonta della squadra francese contro il Milan, in coppa Uefa. Rimase poi mesi in panchina senza vedere il campo, intristito dalla sua stessa speranza; passò al Caen, che retrocesse, quindi emigrò verso Udine, dove però raccolse appena una decina di minuti nella prima giornata, travolto dai gol di Batistuta. Qualcosa cominciava a non funzionare nella sua vita, i soldi diminuivano ogni anno di più e Fernandez non riusciva a reggere la delusione di essere passato da grande promessa a fallito nel giro di pochissimi anni. Restava un uomo chiuso, taciturno, immalinconito dai ricordi. Nel Monza apparve appena qualche volta senza lasciare tracce. Sua moglie portò via il figlio, sparendo dietro le piogge d’inverno. Di Fernandez in Francia si rammenta solo una sua frase, detta poco prima di incontrare il Betis Siviglia.

”Loro hanno le magliette e noi abbiamo le magliette. Loro hanno le scarpe e noi abbiamo le scarpe. Perché aver paura?”

(Photo by Spencer Platt/Getty Images)

Un socialismo umanistico riassunto in breve, solo che il senegalese cominciò a fare dell’inferno la sua casa, cadendo tra Tolosa, una presenza, Dundee, sette presenze, Persema Malang, Indonesia, due presenze prima di rompersi il ginocchio e smettere a soli ventinove anni. Nel 2002, a un anno dal suo abbandono, avvenne sulla rotta Dakar – Ziguinchor una delle più grandi tragedie navali: il traghetto Le Joola, di proprietà dello Stato, affondò, uccidendo più di duemila persone. Anche Joachim stava affondando, lui così silenzioso che i compagni di strada solo dopo tanto tempo seppero chi fosse; era un barbone educato, discreto, passava le giornate nei pressi del mercato, comprando cibo che poi cercava di pagare con le elemosine raccolte; lo hanno trovato in un hangar, morto di freddo nel gennaio 2016. La sua salma, adesso, è nel caldo del Senegal.

Quando pensi a un barbone vengono subito in mente le panchine, che per molti sono zone di sosta mentre per altri diventano casa, letto, rifugio; ad Acerra, provincia di Napoli, su una panchina siede incerto Pietro Puzone, ex calciatore del Napoli, amico di Maradona con il quale nel 1984 organizzò un’amichevole (non autorizzata dalla società) ad Acerra per raccogliere soldi a favore di un bambino che doveva essere operato; su un campo fangoso tra spalti, palazzi vecchi e gente con l’ombrello aperto dietro le porte scese l’intera squadra del Napoli e soprattutto Maradona – con i suoi compagni aveva fatto esercizi di riscaldamento nel pantano di un parcheggio, in mezzo alle macchine, c’era gente affacciata ai balconi che guardava e un muro alto di pietra separava la campagna dalla fanghiglia.

Foto Marco Alpozzi/LaPresse

In quella piovosa giornata Maradona fece gol, dribbling e scivolate, oltre che decine di foto con i bambini e con Puzone. Puzone, che l’anno prima aveva giocato in modo brillante nell’Akragas, era tornato a Napoli sommando però due sole presenze, tornò a girare di nuovo: Catania, Napoli, Catania, Spezia, Ischia e il precoce ritiro a ventisette anni, nell’anno in cui il Napoli vinse il secondo scudetto. Era un’ala assai tecnica, testa alta, elegante ma discontinua: donne, feste, poca voglia di allenarsi, poi, una volta smesso, la lenta discesa, i vari colloqui al Sert, la solitudine, lo smarrimento, la povertà, la strada.

Verrà il colore dell’ombra
a darci pace e giustizia d’anima:
lo sento che verrà, e sarà
più che una biga con tanti cavalli.

Scrive il poeta veronese Giuseppe Piccoli, morto suicida a Napoli in un ospedale psichiatrico, che trasforma l’ombra in pace, quell’ombra dove o si muore o si rinasce. Fernandez vi si è steso fino a gelarsi a morte, Puzone ancora sente freddo e Maurizio Schillaci ne ha fatto una Fiat Panda dove dorme con il suo cane Johnny. Su di lui ci hanno girato anche un documentario (“Fuorigioco”) – nel Licata di Zeman era il fantasista, il goleador, la folla lo amava tantissimo, inevitabile il suo arrivo alla Lazio e a Roma ebbe inizio il suo declino: un grave infortunio mal curato, le auto di lusso, la malinconia, le poche partite, il ritorno in Sicilia, a Messina, prima di finire alla Juve Stabia, dove cominciò a prendere eroina e cocaina.

La fine precoce, i centri di accoglienza, le scuole calcio pagavano poco e i genitori non volevano un allenatore drogato, infine clochard alla Vucciria; sono sempre più le notti passate nei treni morti, sono sempre più gli amici uccisi dalla droga e poi il dolore del divorzio, le partite in strada con i bambini, le figlie che non vede da anni. Puzone, Schillaci, Fernandez sono la fame e la sete, il sonno e la veglia, il freddo e il caldo, voci bibliche nel deserto al neon qual è il Duemila.

Lascia le strade battute dal vento
Guarda con sfida i tempi moderni
Ritrova l’onore del tempo perdut

Scrive la poetessa puteolana Angela Schiavone, versi che sono urlo di riscatto e di amore per tutti quelli che si sentono clandestini nella vita; di onore da ritrovare ne aveva anche Andreas Kartak, ossia Joseph Roth nel suo “La leggenda del santo bevitore”, il quale tra vizi, donne, amori, amicizie e alcool cercherà un riscatto che finirà in una morte finalmente serena perché, a dirla tutta, non la terra ma la vita ci sia lieve.

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