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Quei gol che si sono trasformati in maledizione

By 20 Marzo 2020

Bellissime, decisive o impossibili da dimenticare. Ecco 10 prodezze che sembravano aver fatto nascere nuove stelle e che, invece, sono diventate una maledizione per i loro autori

 

Il gol è effimero per natura, e forse anche per questo ha un fascino speciale. La gioia che porta con sé è precaria, soggetta agli eventi del resto della partita, che possono renderlo sostanzialmente inutile. Talvolta, lo stesso rapido processo di obsolescenza di un gol, può essere trasferito sulle carriere di chi li segna. Ci sono reti bellissime, che sembrano perfette per introdurre una carriera da fuoriclasse, e che invece rimangono gemme isolate. Altre che segnano invece un picco straordinario e irripetibile da cui, poi, non può che arrivare un rapido declino. Gol che illudono e giocatori che deludono. Eccone dieci.

 

Graziano Mannari al Real Madrid

La telecamera si avvicina rapidamente al pallone pronto a esplodere, poi stacca, inquadra un paio di Adidas che scendono i gradoni bagnati dello stadio, torna sul pallone e poi sul volto del proprietario delle Adidas. È un ragazzo di 18 anni, capelli lunghi che fluttuano seguendo il ritmo della corsa, la giacca di una tuta aperta, una maglietta bianca sotto. Si chiama Graziano Mannari e Silvio Berlusconi l’ha scelto come testimonial per uno spot contro la violenza negli stadi che va in onda nel 1987.

Sebbene non abbia ancora esordito in Serie A, il Cavaliere scommette su di lui, e forse ha ragione. Perché quel ragazzo non è solo bello ma, dicono i ben informati, anche piuttosto forte. Ha un fisico agile, un metro e 74 per 67 chili, in totale controtendenza con i canoni del calcio sacchiano. Ma è rapidissimo e ha una gran tecnica. Fortunato, però, non lo è di certo. Tre giorni dopo il suo esordio in campionato si rompe tibia e perone.

Quando rientra sembra comunque dover spaccare il mondo. Il 1° settembre del 1988 segna un gol pazzesco al Santiago Bernabéu. Riceve palla sulla tre quarti di campo avversaria, leggermente spostato sulla destra, avanza in corsa e con una serie di finte passa in mezzo Tendillo e Gordillo, leggermente sbilanciato, riesce comunque ad allungarsi ancora per anticipare con l’interno del destro l’uscita a valanga di Buyo, lo dribbla e resiste al disperato tentativo di chiusura di Chendo, appoggiando in rete di interno sinistro. Pietro Paolo Virdis lo abbraccia come un padrino che tiene a battesimo il figlioccio. Mannari ha gli occhi di tutti addosso.

Segnerà ancora due gol alla Juventus, tra cui un colpo di testa a volo d’angelo che su YouTube si trova alla voce “best header of all time”. Cesare Maldini lo convoca per l’Europeo Under 21, ma non gioca mai. A fine stagione passa al Como in cambio di un attaccante che ha la sua stessa età, gli assomiglia moltissimo ma farà ben altra carriera: Marco Simone. Retrocede in C1, torna in A col Parma ma fa la riserva e non segna mai, poi si perde tra Serie B e C.

 

Federico Macheda con l’Aston Villa

(Photo by Martin Rickett – PA Images/PA Images via Getty Images)

Ora che si è andato a rifugiare nel campionato greco, nessuno sa più molto di lui, ma c’è stato un tempo in cui tutti impazzivano per Federico Macheda. La Lazio rimpiangeva di averlo perso, il Manchester United lo lucidava come un diamante ormai prossimo alla raffinazione, l’Under 21 lo coccolava e Don Balón lo inseriva tra i migliori calciatori nati dopo il 1989.

Quel giovane centravanti emigrato in Inghilterra, d’altra parte, si era presentato nel migliore dei modi possibili, segnando non ancora maggiorenne al suo esordio in Premier League. Come se non bastasse la precocità, il gol è pure di quelli da strapparsi i capelli: Macheda è entrato da poco al posto di Nani, la partita con l’Aston Villa è ferma sul 2-2 e il recupero è già iniziato. È lui a crederci più di tutti, provando a infilarsi in area ma sbattendo su un difensore. La palla respinta arriva però sui piedi peggiori possibili per chi cerca di proteggere la propria porta, quelli di Ryan Giggs. Macheda taglia verso sinistra e detta il passaggio, che arriva preciso e puntuale. La marcatura è ancora ottima, lo spazio nullo, bisogna inventarselo.

Chicco lo fa con un controllo a seguire di tacco, si gira facendo perno su se stesso come un ballerino di danza classica, calcia di interno destro cadendo e trova l’angolino più lontano. Segnerà due gol in quella stagione, uno per ciascuna delle due successive. E siccome giocherà poco, passerà alla Sampdoria. Da lì in poi comincia il declino: due anni e mezzo senza gol in campionato tra Samp, Manchester United, QPR, Stoccarda; la discesa in Football League col Doncaster e i 10 gol in metà stagione al Birmingham. Una maglia cambiata ogni sei mesi fino all’arrivo a Cardiff, dove si ferma 14 mesi prima di passare al Nottingham Forest; 10 gol in un anno e mezzo di B col Novara, quindi il Panathinaikos. Dove finalmente gioca con regolarità e va in doppia cifra per due stagioni di fila. Lontano dal calcio che conta davvero.

 

Pierluigi Orlandini al Portogallo

LaPresse.

Tutti odiano il golden gol, noi italiani pure un po’ di più e ne abbiamo ben donde. Eppure il primo nella storia del calcio l’abbiamo fatto noi, e ci è valso un titolo europeo, seppur solo a livello Under 21. A segnarlo è stato Pierluigi Orlandini, subentrato a Pippo Inzaghi nella finale dell’Europeo di categoria del 1994, e capace di mettere la sua firma con la rete decisiva nei supplementari, uno splendido sinistro di  pura rabbia, dritto per dritto all’incrocio dei pali più lontano. Orlandini viene da un campionato di Serie A fatto di 23 presenze e 5 gol con l’Atalanta.

L’Inter si accorge di lui e lo acquista per 4,5 miliardi. È il periodo di Bergkamp e Pancev, non necessariamente il migliore per vestirsi di nerazzurro. È anche l’anno che porterà al passaggio della società da Pellegrini a Moratti, con conseguente cambio di prospettive e ambizioni. Orlandini gioca poco ma si rilancia a Verona, poi si perde definitivamente in tre stagioni tra Parma e Milan, quindi non gli rimane che tornare in Provincia, accompagnando il Venezia in B e facendo la riserva nel Brescia di Baggio e Mazzone in A. Anche il ritorno all’Atalanta si chiude con una manciata di minuti in campo. Il resto è Brindisi, Nardò, Mesagne, Montalbano e Racale. Per terminare una carriera senza mai averne raggiunto l’apice.

 

Victor Ibarbo al Catania

LaPresse.

In che ruolo gioca Victor Ibarbo? Se lo chiedevano tutti, a Cagliari, nell’estate del 2011. Lui si era presentato come “volante”, centrocampista, Donadoni lo vedeva ala. Qualcuno, più avanti, lo avrebbe piazzato a fare la punta. Ma forse Ibarbo un ruolo non lo ha mai avuto, troppo anarchico e libero per essere costretto dentro gli schemi del calcio moderno. Ibarbo, però, aveva una velocità di punta da Formula 1 e un fisico da corazziere.

Al Cagliari, per tre anni, sembra sempre sul punto di esplodere. Il primo messaggio chiaro lo invia il 4 dicembre 2011, sul campo del Catania, quando si lancia a tutta velocità su un pallone lungo di Conti, partendo con almeno 5 metri di svantaggio su Legrottaglie ma arrivandoci comunque in anticipo, lo controlla col petto e usa il corpo per proteggerlo, si avvicina alla linea di fondo con una serie di passi sgraziati nel tentativo di non incespicare sul pallone e una volta recuperato l’equilibrio lo tocca mandando per terra l’avversario. A quel punto va avanti per la sua strada, quasi per inerzia, camminando sulla linea di fondo come un funambolo, superando un altro avversario senza nemmeno dover deviare la corsa e saltando persino Andujar prima di metterla dentro.

Su YouTube c’è un video che mostra quel gol con in sottofondo il ritornello della canzone brasiliana Ai se eu te pego, che in italiano significa “ahi se ti prendo”. Non è dato sapere se chi l’ha caricato l’abbia fatto intenzionalmente o solo perché all’epoca quel brano era particolarmente popolare anche grazie ai balletti di Neymar, ma la colonna sonora suona particolarmente adatta a Ibarbo. Rimane a Cagliari fino al febbraio 2015, segnando 15 gol, poi lo prende la Roma ma non è più lo stesso. Si perde a Trigoria, al Watford, nemmeno tornare all’Atletico Nacional gli serve per riprendersi. Scivola in Grecia, torna a Cagliari ma gioca solo tre partite. Poi si trasferisce in Giappone, dove finalmente è tornato a segnare.

 

Jeffrén Suárez nel Clásico

(Photo by Manuel Queimadelos Alonso/Getty Images)

È il 29 novembre 2010 quando Jeffrén Suárez realizza il sogno di qualsiasi ragazzo cresciuto nella Masia. Mancano due minuti alla fine di un Clásico che passerà alla storia, il primo di Mourinho, e il Barcellona è avanti 4-0 quando Pep Guardiola fa entrare in campo il 22enne venezuelano con passaporto spagnolo. Jeffrén prende il posto di Pedro, che ha segnato il gol del momentaneo 2-0, e si accomoda sulla fascia sinistra. Due minuti dopo il Barça lancia un contropiede perfetto, Bojan si invola sulla destra e mette al centro una palla rasoterra che taglia fuori tre difensori. Jeffrén le va incontro, anticipando Sergio Ramos e piazzando la palla di destro alle spalle di Casillas.

È il gol che serve la manita che Piqué, a fine partita, mostra orgoglioso in mondovisione. Ma è anche l’ultimo gol di Jeffrén con la maglia blaugrana. Dopo un inizio di carriera promettente, va a perdersi in realtà sempre più piccole: lo Sporting Lisbona prima, il Real Valladolid poi, con cui retrocede in Segunda,  quindi addirittura la Serie B belga col Kas Euten, quindi Grasshopper, in Svizzera e Aek Larnaca, a Cipro. Pure la traiettoria in nazionale segue quella col club, con i promettenti esordi con le giovanili della Spagna seguiti da appena quattro presenze nel Venezuela.

Jeffrén finisce per essere una di quelle allucinazioni collettive create a Barcellona dal guardiolismo, appartenente alla stessa specie di attaccanti brevilinei e rapidi di Bojan, Tello e Cuenca, giovani che sembravano fortissimi in un contesto irripetibile e che in realtà non lo erano.

 

Alessandro Florenzi al Barcellona

(Photo by Claudio Pasquazi/Anadolu Agency/Getty Images)

Chiariamolo subito: Alessandro Florenzi, una carriera molto più che dignitosa, l’ha avuta. Il punto è che forse poteva averla ancora migliore, o almeno questo era quello che ci aspettavamo da lui. Un po’ per l’esordio precoce e quell’idea così romantica che potesse seguire la stessa strada tracciata da Totti e De Rossi (ma nella quale si era già smarrito Aquilani, e forse questo avrebbe dovuto metterci in guardia dai troppo facili entusiasmi), un po’ perché a un certo punto sembrava davvero poter fare tutto quello che voleva.

Come il 16 settembre del 2015, contro il Barcellona, quando prende palla, se ne va puntando la linea laterale, e appena superata la metà campo lascia partire un destro pazzesco che scavalca ter Stegen fuori dai pali e va a infilarsi in rete dopo aver sfiorato il palo. Un gol così lo fanno solo i più grandi, e Florenzi sembra poterlo essere. Invece un anno dopo si rompe il crociato sinistro e quando torna non è più lo stesso. Continua a giocare, con la Roma e in Nazionale, ma il livello delle sue prestazioni va calando progressivamente. Litiga e fa pace coi tifosi, trova sempre meno spazio e va al Valencia. Per provare a rilanciarsi a 29 anni.

 

Francesco Moriero col Paraguay

(Photo by Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images)

Anche Moriero ha avuto la sua carriera. Per la verità ha già più di qualcosa di interessante sul suo curriculum quando segna il gol incriminato. Ha 28 anni e ha dovuto fare una lunga e dura gavetta tra Lecce e Cagliari per raggiungere la Nazionale. Gioca nell’Inter e lucida le scarpe di Ronaldo quando Cesare Maldini gli offre la sua prima maglia azzurra.

Checco gioca il secondo tempo dell’amichevole contro la Slovacchia e poi è titolare col Paraguay. Ai sudamericani ne fa due, uno più bello dell’altro. Il primo è una splendida rovesciata su cross di Dino Baggio, che vale il momentaneo 2-0. Il secondo un bolide micidiale da 30 metri che si infila prepotentemente all’incrocio. In mezzo ci sarebbe pure un assist per Vieri, ma il gol del centravanti viene annullato. Un Moriero così non può non andare al Mondiale, e infatti ci va e lo gioca. Però non segna più in Nazionale, e dall’anno comincia a giocare sempre meno nell’Inter. Passa al Napoli, gioca poco, retrocede in B e si ritira. A 33 anni, ancora giovane, prima che i riccioli biondi possano iniziare a imbiancarsi.

 

Alberto Paloschi contro il Siena

©Daniele Badolato – LaPresse

Venti secondi per segnare un gol. Venti secondi per far vincere una partita alla propria squadra. Tutti vorrebbero esordire come Alberto Paloschi, perché nessuno immagina quanto debba essere difficile reggere la pressione che inevitabilmente ti accompagna dopo una partenza del genere. Ha da poco compiuto 18 anni quando entra in campo per sostituire Serginho a poco meno di mezz’ora dalla fine di una partita contro il Siena inchiodata sullo 0-0.

Eppure è il più sveglio di tutti nel gettarsi oltre la linea difensiva bianconera su un lancio perfetto di Seedorf, il più bravo nell’impattare al volo di collo col destro e infilare la palla nell’angolino più lontano. Lui impazzisce, tutti lo abbracciano, Ancelotti, a bordo campo, se la ride di gusto. Probabilmente riterremo la carriera di Paloschi molto più che accettabile non fosse per quelle permesse completamente fuori scala. Un paio di stagioni in doppia cifra, tante altre a girarci attorno,una più che discreta affidabilità in un contesto quasi sempre di provincia. Resta quel marchio, però, quello del campione che sembrava poter essere e non è stato, oltre a un paio di inciampi lungo la strada. Tutta colpa di quel maledetto gol a freddo.

 

Lars Ricken contro la Juventus

“Che giocatore magnifico che era Ricken”, ha detto un mio amico quando gli ho fatto vedere in anteprima questa lista. E francamente è difficile dargli torto. Che giocatore magnifico che era Ricken, sì, ma poi che fine ha fatto? Ha smesso, distrutto dagli infortuni, a 31 anni, dopo aver vinto tre volte la Bundesliga, due volte la Supercoppa di Germania, una Champions League e una Coppa Intercontinentale.

Ha smesso dopo aver segnato 49 gol in 301 partite, ma uno, uno in particolare, l’ha reso famoso in tutto il mondo. Un po’ perché l’ha segnato in una finale di Champions League, un po’ perché l’ha fatto appena 11 secondi dopo essere entrato in campo (sì, è un record), un po’ perché, effettivamente, è bellissimo. È un pallonetto di prima al povero Peruzzi che non sembra nemmeno avere molto senso. Perché Ricken è lanciato in contropiede a campo aperto, potrebbe avanzare ancora, magari dribblare il portiere, o scavalcarlo con un colpo sotto sull’uscita. Invece si concede un leziosismo piuttosto superfluo, che sembra volerci raccontare moltissimo della sua personalità. Ricken ha soltanto 20 anni, ma tre anni prima aveva già sorpreso l’Inter con questo destro qui. È davvero un peccato che sia destinato a durare così poco.

 

Hugo Enyinnaya contro l’Inter

Bari-Inter del 18 dicembre 1999 è una partita passata alla storia per il primo folgorante saggio di classe di Antonio Cassano. Ma se tutti abbiamo bene in mente quel controllo di tacco a seguire e quel destro a spiazzare Peruzzi, solo i più attenti ricordano l’altro gol con cui il Bari fece suoi i 3 punti. A segnarlo è Hugo Enyinnaya, nigeriano, un anno più grande di Cassano e appena arrivato in Italia.

È un destro di controbalzo micidiale, con la palla che si alza e poi si abbassa, diventando imparabile, calciato da 40 metri. Il fatto è che mentre Cassano non smetterà più di giocare, il momento magico di Hugo si esaurirà presto. Segna un altro gol un paio di giornate più tardi e un terzo due anni dopo. Quindi lascia il Bari, va a Livorno e Foggia, e trasloca in Polonia. Lì rimane quattro anni, cambiando tre squadre. A fine carriera torna in Italia ma in Eccellenza, prima ad Anzio, poi a Meda, quindi a Zagarolo. Non proprio Roma, Real Madrid, Inter e Milan…

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