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Quei portieri che si sono inventati goleador

By 18 Giugno 2020

Emozione, stupore, tecnica. Istinto, fantasia, rischio. Nel gol del portiere c’è tutto questo. Sono più numerose di quanto si creda le storie di numeri uno finiti nel tabellino dei marcatori dalla parte “giusta”

Domenica 23 febbraio 1992. È la data limite, quella che chiude un’era per aprirne un’altra. Si scrive una nuova pagina della storia del pallone che da lì in poi si arricchisce di nuove eroi. È il settimo giorno, quello da santificare, come impone il comandamento numero cinque dei dieci scolpiti nelle Tavole della Legge. Niente scuola, né lavoro. La mattina alla messa, il pomeriggio allo stadio, quindi la corsa per vedere Novantesimo Minuto con i gol di tutte le partite della domenica pomeriggio (liturgia che durerà giusto un’altra stagione per poi spezzettarsi per sempre).

Il campionato di Serie A, quel 23 febbraio 1992, è giunto alla ventiduesima giornata. Comanda il Milan, che alla fine vincerà lo scudetto. A Bergamo si gioca Atalanta-Cremonese. I nerazzurri sono a metà classifica, i grigiorossi penultimi (e retrocederanno). Ma qui ci interessa quel che accade al 90’ (più o meno), con i padroni di casa in vantaggio per 1-0. Punizione per gli ospiti, una specie di angolo corto, sul lato destro dell’area di rigore dell’Atalanta. C’è il mancino fatato di Alviero Chiorri sul punto di battuta. L’arbitro è Chiesa di Milano. La tensione sale, è forse l’ultima occasione per acciuffare il pari. C’è concitazione e affollamento davanti la porta di Ferron. Ed ecco entrare in scena il protagonista (ma ancora nessuno lo sa).

Michelangelo Rampulla, 30 anni da compiere, portiere della Cremonese dal 1985. Indossa spesso maglie color fucsia. Siciliano di Patti, provincia di Messina, stessi natali di Michele Sindona. Ha parato (e anche bene) già per Varese e Cesena dopo gli inizi nella Pattese. Juventino nel dna, centravanti per indole – Pietro Anastasi è il suo idolo – portiere per imposizione paterna. Intuizione giusta quella del babbo, che aveva giocato in quel ruolo da ragazzo, ma che non può comprimere del tutto le antiche pulsioni giovanili. Che riaffiorano proprio quella domenica di fine febbraio. “Quando ho visto la punizione vicino alla bandierina del calcio d’angolo, non so cosa mi sia capitato: una preveggenza, un’allucinazione. Mi sono visto fare gol in rovesciata volante. Ci ho messo fantasia, quella voglia di far gol che avevo fin da bambino”.

Falzone/LaPresse.

Un tuffo nel passato per un ritorno immediato al futuro. “Colgo l’attimo. Parto a razzo e faccio 80 metri di corsa convinto che qualcosa di buono succederà. Mister Giagnoni mi guarda stranito dalla panchina, allarga le braccia”. Chiorri sta per calciare, sarà una parabola a rientrare, più facilmente sul secondo palo. “Ferron grida allarmato ‘Attenti, sta arrivando Rampulla’, il centrale Bigliardi si gira, mi vede ma è troppo tardi: nessuno mi ha marcato. Scelta di tempo perfetta, colpo di testa sull’uscita di Ferron e gol”. Segue esultanza da bomber vero, pugno alzato in segno di vittoria e compagni che in un misto di incredulità e gioia, lo inseguono per abbracciarlo. È la rete del pareggio finale. Un evento incredibile e straordinario, giustamente enfatizzato dalle agenzie di stampa, che giocano sul suo nome di battesimo: “Michelangelo ha fatto il suo capolavoro: non un affresco, non una scultura, ma un gol”.

Un gol che entra dritto negli annali, portandosi dietro il nome del suo marcatore. Nessun altro portiere in Serie A prima di Rampulla, infatti, era riuscito a segnare su azione. Al massimo c’erano stati rigoristi, anche plurimarcatori, come Sentimenti IV e Rigamonti. Qualcuno ci era andato vicino, come il napoletano Raffaele Di Fusco, l’11 giugno 1989 contro l’Ascoli. Ma in quella gara di fine stagione, fu schierato in campo come centravanti negli ultimi dieci minuti in sostituzione di Careca (!). Due anni dopo impresa sfiorata da Gianluca Pagliuca in un Sampdoria-Torino: il suo colpo di testa fu respinto sulla linea da un difensore granata. Sarebbe stato, comunque, tutto inutile, visto che l’arbitro aveva fischiato un fallo sull’altro portiere, Franco Tancredi.

23 febbraio 1992. Rampulla dunque, entra nella storia dalla porta principale, quella di Ferron. Riflettori, interviste, notorietà. “Per un po’ persi la tranquillità, giornalisti e tv mi cercavano continuamente. Mi fece piacere tutto questo, ma allo stesso tempo provai un po’ di fastidio. Si accorsero solo in quel momento che ero anche un buon portiere, che ero stato per quattro anni nel giro dell’Under 21 con Vicini e che ero in pista da più di dieci anni. Talvolta mi sono quasi pentito di avere segnato. Perché tutti si ricordano di me per un gol fatto invece di tutti quelli che sono riuscito a non prendere. Due settimane dopo a Verona parai due rigori, ma non mi filò nessuno”.

Claudio Villa /Allsport

L’anno successivo Rampulla andrà alla Juventus, come vice Peruzzi, riuscendo a giocare spesso e da protagonista, ribaltando la prassi antica dei secondi portieri bianconeri, condannati alla panchina eterna. Si dimostra affidabile, serio, perfetto uomo spogliatoio. Vince coppe e scudetti e ricorderà con piena soddisfazione la meravigliosa sensazione del goleador una tantum. «Pochi dubbi. Segnare quella volta è stato il massimo, un’emozione unica, più bella di una grande prodezza, perfino di più di un rigore parato. Perché il gol è l’essenza del calcio. In questo sport si vive di gol: è la cosa principale».  Impossibile dargli torto. Anche se, per un portiere che segna, ce n’è pur sempre uno che subisce il gol. E che vive un incubo. Non a caso a fine gara il primo pensiero di Rampulla è per il collega atalantino, che va a consolare immediatamente. Serve il giusto, perché il rodimento non si placa, in un gioco di emozioni e sensazioni simili e contrarie. La gioia straordinaria del goleador fa a cazzotti con lo scoramento del portiere battuto. Triste e, diciamocelo, incazzato nero. Perché un conto è prendere un gol dal centravanti (è la normalità). Tutt’altro è essere battuti dal collega di ruolo, quello con cui a inizio partita ci si è scambiati auguri sinceri e informazioni sui guanti; quello che vive e respira le tue stesse sensazioni di eroe caduco, sempre in bilico sulla linea di porta tra prodezza e papera; quello che sa cosa significhi piegare la schiena per raccogliere il pallone finito in rete.

Il gol del portiere, per l’altro, è un tradimento, un’offesa, la contravvenzione ad una regola d’onore da non violare. E passi per un calcio di rigore (già la punizione “frizza” di più). Ma se la rete è su azione, allora il disappunto è massimo. Ma proprio a me dovevi segnare? Il danno e la beffa. Perché si entra nella storia, sì ma a marcia indietro. Ma questo è lo sport, una livella che se ne infischia di regole di colleganza e di consanguineità.

Lucidio Sentimenti, conosciuto come Sentimenti IV (LaPresse).

Ne sa qualcosa il portiere del Napoli Arnaldo Sentimenti, detto Noci (ma anche Cherì), il secondo della dinastia dei Sentimenti calciatori (cinque fratelli maschi, quattro dediti al pallone fino alla Serie A) nato a Bomporto nel 1914. Il 17 maggio 1942 si gioca Napoli- Modena. Tra i pali degli emiliani, suo fratello Lucidio, ribattezzato Cochi, classe 1920. Sarà il più famoso di tutti, passando alla storia come Sentimenti IV, portiere anche di Juventus e Lazio e, cosa non da poco, della Nazionale degli anni Quaranta, quella colonizzata dal Grande Torino, unico non granata fra gli azzurri.

All’85’ sul 2-0 per i partenopei c’è un rigore per il Modena. Nessuno pare intenzionato a tirarlo. Anche perché Noci ne ha respinti sei di fila (tra le sue vittime anche Fulvio Bernardini e Silvio Piola). Spazientito l’allenatore del Modena urla al proprio portiere di andare sul dischetto. Cochi ubbidisce, tra i mugugni del pubblico, per una sfida fratricida del tutto inedita. “Che cosa sei venuto a fare, tanto te lo paro”, gli urla Arnaldo. E Lucidio: “Tiro forte, non metterci le mani che te le spezzo”. Le mani si salvarono, a spezzarsi fu la fantastica serie di Noci. La storia narra di un Cochi che tornò a centrocampo a testa bassa, mentre la leggenda vuole che l’affronto subito scatenasse le ira di Arnaldo, tanto da rincorrere il fratello per tutto il campo.

Al netto degli affari di famiglia , il rigore trasformato da Lucidio fu il primo dei cinque che realizzò da portiere e che lo pongono ancora oggi come il numero uno che ha segnato più gol in Serie A. Per le statistiche, oltre al penalty con il Modena, ne ha trasformati uno con la Juve e tre con la Lazio. Per la cronaca, invece, vanno ricordate anche le tre marcature in maglia bianconera durante il Campionato di guerra del 1944. Ma in quelle circostanze, complice una mano fuori uso, fu schierato all’attacco, emulo di tale Luigi Barbieri, portiere del Milan nei primi anni del Novecento che, nella partita contro il Torino del 28 novembre 1909 (6-2 per i granata) segnò una delle due reti rossonere da attaccante.

Storie di tempi eroici. Storie di portieri dai piedi buoni. Oggi ricercatissimi, visto l’evoluzione registrata dal ruolo. Piedi buoni e sangue freddo. Queste le caratteristiche di Antonio Rigamonti, secondo nella classifica dei bomber con i guanti in A con tre reti. Lombardo di Carate Brianza, portiere per vocazione, braccia lunghissime e capello che si adagia sulle spalle. Tifoso dell’Inter, ma amico di un milanista, San Siro come residenza fissa per tutte le domeniche di campionato. In A con l’Atalanta nel 1971, poi uno stop imprevisto per un grave incidente d’auto. Nel 1973 è a Como, in B. È qui che nasce il Rigamonti rigorista: tre gol, il quarto sulla traversa. Era stato mister Marchioro a investirlo di tale onere dopo averlo visto all’opera a fine allenamento. Era insieme a Casone e Pozzato. Stava mostrando come si calcia un rigore. Piatto destro, rasoterra e a fil di palo. Impossibile da prendere. E in caso di errore? Ecco il piano B, con un difensore che si piazza al limite dell’area e fallo tattico a volontà (non si chiamava così all’epoca e non c’erano cartellini automatici, per il resto tutto uguale).

Sentimenti IV con la maglia della Lazio.

Due campionati dopo, con Osvaldo Bagnoli in panchina, la conferma come portiere-rigorista anche in Serie A dove nel frattempo era approdato il Como. E pensare che in quella squadra c’erano giocatori come Cappellini, Renzo Rossi, Scanziani. Con il mercato di ottobre arrivò pure un altro Rossi, Paolo, sì proprio lui, il futuro Pablito. Ma il migliore dagli undici metri è ancora lui. Tre centri. Il primo contro il Verona del collega Alberto Ginulfi (che anni prima aveva parato un rigore a Pelé). Poi il Bologna di Franco Mancini. Quindi il Milan di Albertosi, a San Siro. 18 aprile 1976, ventiseiesima giornata. Manca un minuto alla fine del primo tempo. Como sotto di un gol. Bet, lo stopper rossonero, tocca il pallone con le mani in area. Rigore netto. “Appena sento il fischio dell’arbitro avverto una botta allo stomaco – i ricordi sono del numero uno lariano – e mi giro di scatto verso la panchina. Esito un po’, avevo una contrattura alla gamba destra che mi faceva dannare. Mi decido, corricchio verso l’altra porta. Sono concentrato, penso a dove indirizzerò il pallone: sulla mia destra, a pelo d’erba, angolato il giusto”.

Il film della trasformazione scorre nella testa di Rigamonti, mentre il giallo del maglione di Ricky Albertosi si fa sempre più acceso. “Più mi avvicino al dischetto e più la tensione sale. E se sbaglio? Che figura, proprio qui a San Siro, lo stadio dei miei sogni, davanti a mia madre che per l’unica volta nella sua vita è venuta a vedermi”. Piatto destro forte e preciso. Albertosi sfiora soltanto il pallone e si dispera. Rete. “Io rimango piantato sul dischetto, un po’ per l’emozione, parecchio per il dolore alla gamba. I miei compagni mi saltano addosso, festanti. Abbiamo pareggiato, ho fatto gol a San Siro: un piccolo grande sogno realizzato”. La settimana successiva, nella gara interna contro il Cagliari di Renato Copparoni (vinta per 3-0) altro rigore per il Como. Il “Riga” stavolta fa cilecca. A fine stagione i lariani tornano in B, nonostante le prodezze del proprio numero uno che, comunque, decide di non cimentarsi più dal dischetto.

E quando anche di Rigamonti si è ormai persa la memoria, ecco l’irruzione di Rampulla, che spacca tutti gli equilibri. Sono passati quasi sedici anni dall’ultimo gol di un portiere. Ma il Michelangelo nazionale va oltre, segnando di testa e aprendo una nuova strada. Non che prima del suo exploit i portieri non avessero tentato la via della gloria pascolando nell’area avversaria in cerca di palle vaganti da spedire in rete. Da ora, ci si prova con maggiore intensità e frequenza. Tutto vero, come è vero che si è dovuto comunque attendere nove anni perché un altro “arquero” emulasse l’impresa di Rampulla.

Massimo Taibi, siciliano pure lui, di Palermo. Primo aprile 2001, non è un “pesce”, ma storia. Il lungagnone numero uno della Reggina è l’attaccante aggiunto della sua squadra negli ultimi attacchi contro l’Udinese, in vantaggio per 1-0. Un primo colpo di testa è deviato in angolo. Il secondo tentativo, con bellissima torsione a imprimere forza e velocità al pallone, fa secco Gigi Turci e regala il pareggio ai padroni di casa. Il Granillo esplode, lo stesso fa Taibi, in un misto di folle gioia presente per la straordinarietà dell’azione e antica rabbia per alcuni ingenerosi inciampi di carriera che ne hanno frenato l’ascesa.

Non basterà quel pareggio per salvarsi, la Reggina retrocede. A chi chiede a mister Colomba a fine gara, se il gol sia il frutto di qualche schema provato in allenamento, il mister reggino così risponde: “Sì, uno schema che ogni tanto scatta dentro la testa di Massimo. Che a un certo punto parte e arriva nell’area degli avversari. E ci prova. Purtroppo lo sa solo lui quando e come”. Follia, fantasia, scintilla. Ma anche tanta fortuna. Intanto vado avanti anch’io. Sono alto e grosso e guardo tutti di traverso. Di aria ne sposto tanta. E se viene fuori qualcosa di buono, esulto come se non ci fosse un domani. Microfono a Taibi: “In realtà io volevo solo fare casino, creare scompiglio dentro l’ area dell’ Udinese, mica fare gol… E chi ci pensava?”.

 Grazia Neri/ALLSPORT

Beata onestà. Onestà e istinto. Quello che ha condotto Alberto Brignoli a tuffarsi in avanti alla cieca per il contatto tra la sua testa e il pallone che calava invitante nel centro dell’area milanista. Era l’ultimissimo minuto di Benevento-Milan, 3 dicembre 2017, prima partita in panchina per Rino Gattuso. Rossoneri in vantaggio per 2-1, campani ancora a zero punti dopo quattordici giornate (un record). Milan in dieci per il rosso a Romagnoli e i compagni che invitano Brignoli alla scampagnata fuori porta, lui non del tutto convinto. Minuto 95. Pallone in the box calciato da D’Alessandro da parecchio lontano. Ammucchiata variopinta in area milanista, la divisa verde in orizzontale di Brignoli spicca su tutti. Palla in rete. Nemmeno l’anima lunga di Donnarumma ha evitato la beffa. Che per il Benevento è storia: pareggio, primo punto in Serie A, addirittura con la marcatura decisiva del portiere di scorta (il titolare inizialmente era Belec). “Non ci credo ancora – disse a caldo il bomber di giornata – Questo gol è per la nostra gente che stava vivendo un sogno e che merita di meglio. Sono andato in area e ho chiuso gli occhi, è stato solo un gesto di istinto”.

Non più istinto, né colpo di genio, ma rischio calcolato. E in Eurovisione. È quello di Marco Amelia, concepito la sera del 2 novembre 2006 nella gara di Coppa Uefa tra Partizan e il suo Livorno a Belgrado. Amaranto sotto di un gol, siamo all’87’. Palla inattiva prossima all’area di rigore. Passoni sta per calciare. Mister Arrigoni freme in panchina. Nel mezzo all’area del Partizan una macchia giallo-canarino buca lo schermo. E’ la maglia di Marco Amelia. Stupore e, anche qualche moccolo alla livornese, per la genialata del portiere.

“Non faccio mai le cose in modo avventato o irresponsabile. In quel caso era un rischio calcolato. Nessuno voleva che andassi a saltare in area, perché era troppo presto: non eravamo neanche nel recupero. Ma il mio sesto senso mi diceva che era l’occasione buona per aiutare la squadra a fare gol”. Calcolo azzeccato, e pareggio conquistato con un chirurgico colpo di testa per la prima rete di un portiere italiano i campo europeo. Ancora Amelia: “Per un portiere il gol è qualcosa di diverso dalla parata. La parata, per quanto decisiva o spettacolare, fa parte dell’ordinaria amministrazione per chi gioca in quel ruolo. È naturale che segnare per me è stata un’emozione completamente nuova. Se poi pensiamo che è stato un gol decisivo per il passaggio del turno in coppa UEFA, l’emozione inevitabilmente raddoppia”.

Emozione, stupore, tecnica. Istinto, fantasia, rischio. Nel gol del portiere c’è tutto questo ed altro. Così come numerose, più di quanto si creda, sono le storie di altri numeri uno per una volta finiti nel tabellino dei marcatori dalla parte giusta. Nomi di portieri di categoria, figurine da incollare nell’album della memoria. Ne ricordiamo tre. Claudio Garella, rigorista agli albori di carriera in Serie C con lo Juniorcasale, stagione 74-75. Un omaggio ad Aldo Nardin, scomparso recentemente: per lui gol direttamente da un rinvio dalla propria porta: tutto questo a 36 anni, in Civitavecchia-Imperia (82-83), campionato di C2. Infine Ivan Provedel della Juve Stabia, ultimo portiere a centrare l’impresa realizzando il gol del 2-2 contro l’Ascoli in B il 7 febbraio 2020 con un colpo di testa.

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