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Quel calcio di Boban al poliziotto. Storia di un fotogramma

By 8 Ottobre 2019

Nel giorno del cinquantunesimo compleanno di Zvonimir Boban, vale la pena ricordare quel Dinamo Zagabria-Stella Rossa che si disputò domenica 13 maggio 1990, quello che avvenne prima e quello che avvenne dopo. Cronaca di una partita che anticipò la guerra dei Balcani o almeno certificò una situazione irreversibile

La guerra e la pace passano anche attraverso immagini prodotte dallo sport. La serie di fotogrammi che ritrae il centrocampista della Dinamo Zagabria Boban nell’atto di sferrare un calcio a un poliziotto serbo durante gli incidenti di un Dinamo-Stella Rossa del maggio 1990, segna di fatto un’epoca. Rappresenta soprattutto una profezia, anticipando in pieno ciò che avverrà di lì a poco. La guerra nei Balcani non comincia su un campo di calcio, come qualcuno ha pur sostenuto, ma nello specifico il campo di calcio certifica una situazione ormai irreversibile. Ecco cosa avvenne quel pomeriggio del 1990 e come il campione croato ne rimase coinvolto. Con lui, milioni di persone.

«Per la maglia della Jugoslavia ho sempre dato il massimo, ma per quella della Croazia potrei morire». Parole pronunciate da Zvonimir Boban, uomo di calcio che non dice mai cose a vanvera. Attuale dirigente del Milan, 51 anni compiuti proprio oggi, nel 1990 il campione croato è la cartina al tornasole dei venti di guerra che stanno per soffiare sui Balcani. Nella Jugoslavia di inizio decennio le tensioni etniche sono sempre più evidenti, ma è un evento preciso a metterle nero su bianco.

Domenica 13 maggio, la partita è Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado. Si gioca nella capitale dell’attuale Croazia. Lo stadio antistante il Parco Maksimir, un’area verde dell’uptown cittadino che contiene anche il bioparco, sta per fare da cornice a un “classico” dell’allora campionato federale. Tra le due squadre e i relativi tifosi ci sono rivalità e inimicizia antiche, ma nello specifico si tratta di sentimenti che vanno oltre il calcio.

(Ben Radford/Allsport – GetyImages)

Ciò che accade quel giorno è considerato anche in sede storica l’inizio non dichiarato della disintegrazione dello stato unitario jugoslavo e un prodromo della guerra fra etnie. Negli anni che precedono i fatti, la Jugoslavia è ancora una confederazione di realtà geopolitiche che parlano lingue diverse e che non sempre professano la stessa religione. In certi casi, nemmeno l’alfabeto è comune. Ma fino alla fine degli anni ’80 tutto questo non sembra essere un problema.

Il campionato mette da decenni a confronto formazioni di ogni realtà della Repubblica. Cattolici, ortodossi e musulmani convivono in pace nello stesso Paese così come negli stessi campi di calcio. Quella jugoslava è una scuola calcistica che produce talenti e Zvonimir Boban, detto Zorro, è uno dei più forti giocatori in circolazione. Classe 1968, a 21 anni è capitano della Dinamo, privilegio concesso a pochi. Di norma, soltanto ai fuoriclasse. Non fa politica, naturalmente ha le sue idee, ma pensa soprattutto a giocare ad alti livelli. Tuttavia il Paese si sta sgretolando e anche lui vive all’interno di un moto centrifugo sempre meno sotterraneo.

Le avvisaglie di ciò che accade quel pomeriggio di maggio del 1990 si erano manifestate già l’anno precedente, prima, durante e dopo la partita Partizan Belgrado-Dinamo Zagabria. Anche allora Boban è in campo e sia pure a distanza, vede e sente tutto. La sua Dinamo vince fuori casa e fra tifosi sugli spalti serpeggiano parole di odio e di nazionalismo separatista. Parole che fino a quel momento non si erano mai ascoltate e che il regime aveva prevenuto con l’uso sistematico del carcere duro.

Le forze dell’ordine non sembrano più in grado di gestire la situazione e il motivo appare evidente. Nessuno, serbo croato sloveno o bošnjak che sia, crede più nel futuro della Jugoslavia. Dalla morte del presidente Tito nel 1980 si è progressivamente aperto un baratro e in un vuoto di quel genere può entrare di tutto. La caduta del Muro di Berlino sta inoltre modificando qualsiasi equilibrio preesistente.

Una settimana prima di Dinamo Zagabria-Stella Rossa, in Croazia si tengono le prime elezioni libere del dopoguerra. Il 7 maggio 1990 la vittoria va alla forza nazionalista (e indipendentista) dell’Hdz (Unione Democratica Croata), guidata da Franjo Tudjman, futuro presidente della Repubblica di Croazia. Domenica 13 maggio l’atmosfera è dunque surriscaldata e il calcio diventa gioco facile da strumentalizzare. Boban e i compagni di squadra percepiscono l’atmosfera, ma l’intenzione è quella di onorare l’impegno, perché battere la Stella Rossa è una soddisfazione multipla. I disordini iniziano già nelle ore che precedono il fischio d’inizio ma raggiungono il culmine quando, durante la partita, i tifosi della Stella Rossa fanno a pezzi i seggiolini e li lanciano in campo al grido di “Uccideremo Tudjman”.

L’aria è quella di una spedizione punitiva. La polizia, la cui gestione appare sotto l’influenza serba, non reagisce o lo fa in modo blando. Il tifo organizzato della Dinamo, non sentendosi tutelato nel proprio stadio, decide di farsi giustizia. Dalle intenzioni ai fatti: invadono il terreno di gioco per interrompere una partita in cui i loro beniamini stanno facendo da bersaglio mobile. Soltanto a quel punto le forze dell’ordine decidono di intervenire e la repressione sembra avere carattere unilaterale. Intollerabile.

Sono gli stessi giocatori di casa a ribellarsi e a reagire in modo esplicito contro la polizia. Le armi dei tifosi non sono soltanto i pugni, ma i sassi, le pietre, le spranghe di ferro e i razzi e la situazione è sempre più pesante. All’improvviso i sostenitori dell’una e dell’altra squadra, si riversano in campo, ma la polizia dà ancora una volta la sensazione di interessarsi soltanto di quelli croati.

Alla vista di una palese ingiustizia il capitano Boban perde le staffe e si avventa contro un poliziotto che sta picchiando un tifoso di casa. Il numero 10 sferra un calcione al tutore dell’ordine e quell’immagine, dall’impatto mediatico così forte, fa il giro del mondo in poche ore.

(Foto LaPresse Torino/Archivio storico)

A causa dei fatti di Zagabria Zvonimir Boban dovrà subire una squalifica di sei mesi e non potrà partecipare a Italia ’90. Al Milan si sono però accorti che dall’altra parte dell’Adriatico, oltre a una guerra etnica in pieno sviluppo, c’è un campione a riposo forzato e nel 1991 lo acquistano per dieci miliardi di lire. Boban va in prestito al Bari per ambientarsi. Ritorna al Milan nella stagione 1992-1993 e in rossonero vincerà la Champions League nel 1994 e quattro scudetti.

Si rivelerà uno dei centrocampisti più dotati della sua generazione: forza fisica, classe, duttilità, autorevolezza. E capacità imprenditoriale. Mentalità da tedesco, cuore e piedi tipicamente slavi. Dopo nove stagioni in rossonero lascia il Milan con un bilancio totale di 251 presenze e 30 gol. In Nazionale sarà uno degli artefici di un grande risultato: contribuisce a portare la giovane Croazia al terzo posto al termine dei Mondiali di Francia 1998. Ma per arrivare a quell’affermazione, il suo Paese dovrà prima passare attraverso gli orrori della guerra etnica per l’indipendenza.

Già nel 1990 i circoli politici nazionalisti stanno infatti usando il calcio per distruggere la Jugoslavia e riscrivere la storia di un Paese spinto da più parti alla frammentazione. Il 26 settembre, alla prima giornata del campionato 1990-91, ultimo nella storia jugoslava, la partita Partizan Belgrado-Dinamo Zagabria degenera. Sul parziale di 2-0 per la formazione avversaria, i supporter della DZ, i Bad Blue Boys, invadono il terreno di gioco e inscenano una manifestazione per chiedere la nascita della Federazione calcistica croata. Armati di spranghe e bastoni, i Boys riescono a far sparire la bandiera jugoslava dal pennone dello stadio innalzando al suo posto quella della Hrvatska.

(Photo by Henri Szwarc/Bongarts/Getty Images)

Non s’era mai vista una cosa simile nella quieta ma normativa Jugoslavia del dopoguerra. I Bad Blue Boys, che si autoproclamano i difensori dell’onore di Zagabria e della Croazia, verranno considerati da molti storici come i primi oppositori allo sciovinismo della Grande Serbia. Anche prima dell’esplosione della guerra. A osservarli, sembrano esattamente l’immagine speculare dei loro “colleghi” serbi. E, come questi ultimi dovranno fare i conti negli anni ’90 con la spregiudicatezza del presidente Milošević, anche loro avranno problemi nel relazionarsi con Franjo Tudjman, tifoso della Dinamo Zagabria, oltre che presidente per un decennio della Repubblica Croata.

E pensare che l’inizio degli anni ’90 rappresenta un momento magico per lo sport jugoslavo. La Nazionale di basket è campione d’Europa e del mondo, quella di calcio è stata sconfitta soltanto dalla sfortuna durante i mondiali italiani. Nel 1991 la Stella Rossa di Belgrado vince la Coppa dei Campioni, superando nella finale di Bari i francesi del Marsiglia. Alla fine dell’anno la formazione serba raggiunge addirittura la vetta del mondo, conquistando la Coppa Intercontinentale ai danni dei cileni del Colo Colo.

Ma dopo i fatti di Zagabria del maggio 1990 chi sa guardare in prospettiva ha la rassegnata e devastante sensazione che la Jugoslavia sia davvero giunta al capolinea. Per Zvonimir Boban e per oltre quattro milioni di connazionali è l’inizio di una sofferenza che si fa pratica quotidiana e che solo negli anni a venire porterà a una soluzione condivisa sul piano politico.

Diego Mariottini

About Diego Mariottini

Roma, 1966, giornalista. Autore di romanzi e saggi a carattere sportivo. Ha collaborato con Gazzetta dello Sport. Si occupa di comunicazione e mobilità sostenibile, anche a livello radiofonico

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