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Quel nubifragio sul Curi che ha fatto affondare la Juventus

By 14 Maggio 2020

Il 14 maggio del 2000 la Lazio vince il suo secondo scudetto. Merito anche della clamorosa vittoria del Perugia sui bianconeri firmata da Calori. Ecco la cronaca di un pomeriggio grottesco

 

Non Ronaldo, non Van Basten, né Sandro Mazzola o Gianni Rivera. L’incubo più grande della Juventus si chiama Renato Curi, il centrocampista che nel 1976 segnò la rete che scucì all’ultima giornata lo scudetto dalle maglie bianconere per consegnare la vittoria del campionato al Torino, lo stadio in cui una domenica di 20 anni fa, sotto il diluvio, Alessandro Calori beffava la Signora facendo esultare la Lazio.

Il tempo scorre inesorabile eppure a volte fa giri che paiono circolari. Talvolta sembra dilatarsi all’infinito e non dover passare mai. Il 14 maggio del 2000 si giocano tre partite determinanti per l’assegnazione dello scudetto. La prima si disputa all’Olimpico, tra Lazio e Reggina, e ha un epilogo scontato perché i biancocelesti guidati da Eriksson chiudono il campionato del centenario con un secco 3-0, a chiusura di una serie di otto vittorie e un pareggio nelle ultime nove giornate di campionato.

LaPresse.

La seconda si gioca al Curi, con la Juventus che deve battere il Perugia per non perdere il primo posto, e che con un pareggio finirebbe per giocarsi il titolo allo spareggio proprio contro la Lazio che le ha rimontato sette punti. La terza è una partita che dura 82 minuti e non si gioca tirando calci a un pallone ma facendolo cadere sul campo. Ha un protagonista unico, Pierluigi Collina, e si verifica tra il primo e il secondo tempo di Perugia-Juventus.

Il miglior arbitro d’Italia ha in mano le sorti del campionato, e forse anche qualcosa di più. Quello che tiene in mano non è un pallone da calcio ma una palla medica, e non solo perché quando cade a terra rimbalza sordamente una sola volta per poi piantarsi al suolo. La partita che era iniziata sotto il sole e il cielo terso è improvvisamente stata stravolta da un diluvio poderoso che ha messo a dura prova la resistenza del manto erboso del Curi. L’acqua si è infilata dentro il tunnel degli spogliatoi, allagandolo. Per uscirne è stata allestita una passerella di fortuna con alcune sedie messe in fila una dietro l’altra. La Juve non vuole giocare, e forse in condizioni normali Collina rinvierebbe il match, ma si arriva da una settimana che definire incandescente sarebbe forse riduttivo.

Claudio Villa /Allsport

Alla penultima giornata l’arbitro De Santis di Roma ha annullato un gol apparentemente regolarissimo a Fabio Cannavaro, in Juventus-Parma, permettendo ai bianconeri di imporsi per 1-0 e mantenere il primo posto in classifica. La Lazio ha reagito in modo polemica, il presidente Cragnotti ha messo in discussione la regolarità del campionato, giovedì 11 maggio i tifosi biancocelesti, hanno portato in corteo per la Capitale una bara di cartone, a voler simboleggiare il funerale del calcio italiano, guidati da uno striscione che recitava laconico: “O spareggio o guerra”. Sabato 13 a rischiare è stata addirittura la partenza del Giro, minacciata dagli stessi ultrà laziali, che poi hanno ripiegato su un più mite sit-in in piazza Venezia.

Collina non può semplicemente rinviare il match. Lo sa. Per una volta anche l’arbitro più apprezzato e potente al mondo non è libero di seguire semplicemente il regolamento. In ballo non c’è solo uno scudetto, ma anche l’ordine pubblico di una città. Lo ha spiegato, 18 anni dopo, lo stesso Calori, in un’intervista rilasciata a JuventusNews24: “Collina ci fece rimanere negli spogliatoi per un’ora e un quarto. In quel lasso di tempo continuava a chiamare in Federazione per chiedere delucidazioni sul da farsi. Rimanemmo per un bel po’ sospesi tra la possibilità di riprendere a giocare e quella di rinviare la partita. Era una decisione troppo importante perché potesse prenderla da solo”. Così fa bucare il campo del Curi sperando che così l’acqua dreni più rapidamente.

©MARCO LUSSO O/ LAPRESSE

Quando la Lazio finisce la sua partita contro la Reggina, nessuno dei tifosi biancocelesti lascia l’Olimpico. Il secondo tempo di Perugia-Juventus non è ancora incominciato, per la verità non si sa se comincerà. Più il tempo passa, più prende corpo l’ipotesi del rinvio, che darebbe alla Juve la possibilità di recuperare energie fisiche e nervose, di riordinare le idee prima di avere altri 45 minuti per cercare un gol. Eppure la festa è già cominciata, subito dopo che Juan Sebastian Veron ha trasformato il rigore generosamente concesso per il 2-0. Si canta, si balla e si invade persino il campo prima della fine della partita, quando un fischio per un fallo di gioco viene scambiato per quello conclusivo. Rimesso il pubblico a posto, la partita finisce con i giocatori laziali che indossano ciò che resta delle divise che i tifosi avevano provato a portarsi via.

La lunga attesa della Roma biancoceleste trova sfogo ben oltre le 18, quando Alessandro Calori segna in apertura di ripresa il gol del vantaggio perugino sulla Juve. È un gol che sembra spinto dal soffio del fato. Calori è juventino, è un difensore ma segna da attaccante consumato stoppando di petto il pallone e colpendolo col collo destro prima ancora che possa toccare terra, al primo tiro nello specchio di tutta la partita per il Perugia, assediato dalla Juve per il resto dell’incontro. Che il destino abbia deciso dove deve andare lo scudetto lo si capisce una volta di più quando la Juve rimane in dieci per l’espulsione di Zambrotta, cacciato da un impietoso Collina dopo uno sgambetto col piede a martello su Esposito. Gaucci esulta sugli spalti, Mazzone, da buon romanista, un po’ meno. All’Olimpico Cragnotti celebra “il sogno di una grande Lazio per un grande centenario”.

Claudio Villa /Allsport

La reazione juventina al termine della partita è signorile. Ancelotti fa i complimenti alla Lazio per aver raggiunto quota 72 (sì, a cavallo tra i Novanta e i primi Duemila, nell’epoca delle sette sorelle, i campionati si vincevano con 70 punti), Moggi ricorda che “il giudizio dell’arbitro è insindacabile”. Mazzone è onesto: “Il vento, l’acqua, il pallone sgonfio, l’erba troppo alta, questo penalizza chi è più bravo, è chiaro no?”. Perché è vero, il campo era bagnato allo stesso modo per entrambe le squadre, ma questo non significa che le abbia penalizzate allo stesso identico modo. Ancelotti, però, non cerca scuse: “L’arbitro ha avuto ragione perché nel finale di partita si poteva giocare”.

Col tempo, però, la ferita non si è rimarginata. Al contrario ha continuato a restare aperta, suppurando e infettandosi. Le polemiche, evitate con sapiente diplomazia nel dopo gara, si sono susseguite nel corso di vent’anni, nutrendosi delle confessioni di simpatie laziali da parte di Collina e scoppiando come un bubbone dopo Calciopoli. La Juve, bastonata dal più grosso scandalo che abbia mai colpito il calcio italiano, ha reagito come una belva ferita.

Claudio Villa /Allsport

Moggi, ritenuto il capo della Cupola che avrebbe manovrato le leve del campionato per anni, ha cercato di prendersi le sue rivincite: “La verità è che la Juve avrebbe dovuto andarsene, invece siamo rimasti lì alla mercé di chi decideva e quando siamo scesi in campo non c’eravamo più – dichiarò nel 2011 a Premium Calcio – Collina? Sicuramente parlò al telefono con qualcuno: di chi si trattasse, non lo sapremo mai. Dico solo che da regolamento la sospensione non può durare più di 45 minuti: Collina invece aspettò quasi il doppio”.

Insomma, quella partita si doveva giocare. Anche se non si poteva giocare. E il Perugia doveva non perderla a tutti i costi, altrimenti il presidente Gaucci avrebbe dato seguito alla sua minaccia di portare la squadra in tournée in Cina. Il capitano del Perugia di allora, Renato Olive, ha poi confermato che il campo era impraticabile “Conte diceva che la palla non rimbalzava e aveva ragione, ma al minimo rimbalzo io dicevo: ecco, rimbalza! Ricordo che anche l’anno prima eravamo stati arbitri dello scudetto, con quel Perugia-Milan 1-2 che lo consegnò ai rossoneri a discapito della Lazio: fummo sbattuti in Giappone per punizione e non ricevemmo alcun premio salvezza. Insomma non volevamo fare la stessa fine e poi Gaucci ci telefonava ogni giorno, faceva pressioni: diceva che Perugia-Juventus avrebbe cambiato la nostra vita nel bene o nel male”.

Claudio Villa /Allsport

Dichiarazioni che a distanza di vent’anni fanno ombra all’impresa di una squadra, la Lazio di Eriksson, che al di là di tutto ha meritato quello scudetto e che forse avrebbe meritato anche quello precedente. Che fu fermata nel 1999 da un rigore non fischiato da Treossi per fallo di Mirri su Salas e che nel 2000 rischiò di fare la stessa fine per il gol annullato da De Santis a Cannavaro. Una squadra che ha fatto epoca, costruita sul castello di carte di Cragnotti, destinata a sfasciarsi per l’insensata mania del bomber del suo presidente prima ancora che per il crac della Cirio. Una squadra che per vincere dovette liberarsi di un centravanti come Vieri e che per ritrovare un centravanti come Crespo smise di vincere. Una squadra, una stagione, una partita, che nel bene e nel male hanno segnato un’epoca.

 

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