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Quel rapporto complesso con le statue dei calciatori

By 17 Aprile 2020

Le statue dei calciatori sono spesso un pacchiano, goffo tentativo di essere gloria, imitazione servile della realtà. È per questo che vengono vandalizzate così spesso?

Gli stivali di Stalin non servivano per giocare a pallone ma non servirono nemmeno nell’ottobre 1956 a Budapest, quando le proteste degli ungheresi contro Mosca fecero crollare la statua del dittatore georgiano, i manifestanti la usarono come barricata contro l’avanzare dei carri armati russi, lasciando sul piedistallo gli inutili botinki; oggi c’è una copia e chissà che fine hanno fatto gli stivali veri.

A Buenos Aires la statua di Lionel Messi è crollata a terra, tagliata da mani sconosciute, attaccate al blocco di marmo sono rimaste solo le scarpette ossia i suoi piedi, quelli che hanno reso il campione argentino il fenomeno del calcio mondiale. Se gli stivali di Stalin furono segno di una politica che schiacciava un popolo che voleva essere libero, le scarpette di Messi sono la rappresentazione del calcio nella sua essenza; se in passato l’iconoclastia aveva colpito dittatori come Saddam Hussein, Lenin, Francisco Franco, oggi che viviamo tempi meno contrapposti e più sfilacciati si limita ad attaccare i calciatori.

Oltre a Messi, Ibrahimović, Cristiano Ronaldo e Alexis Sanchez hanno visto aggredire le loro effigi. Spesso si tratta di una iconoclastia irriverente, buffonesca, leggerissima come quando nel 2016, dopo la vittoria del pallone d’oro di Messi, sulla schiena della statua di Cristiano Ronaldo a Funchal, suo paese natio, qualche burlone scrisse malignamente “Messi” e disegnò il numero 10, provocando l’ira della sorellina del calciatore portoghese.

La statua di Messi dopo essere stata vandalizzata al the Paseo de la Gloria, Buenos Aires.  EFE/Rodrigo Garcia

A questo punto è necessaria una piccola digressione laterale. La statua di Funchal immobilizza Cristiano Ronaldo in una sua popolare quanto sgraziata posizione: a gambe larghe (in genere prima di battere una punizione); insomma un ritratto al personaggio più che al calciatore. La statua di Messi invece lo ritrae in azione col pallone spinto in avanti dal piede sinistro – nel primo, dunque, l’attenzione è su se stesso, icona del proprio ego mentre nel secondo si fotografa l’ontologia di quello che è Messi: il calcio.

Anche le statue di Ibrahimović e di Alexis Sanchez esaltano le loro immagini più che il calcio, entrambe sono state abbattute, sfregiate, mutilate con strafottente rabbia; quella di Sanchez, a Tocopilla, in Cile, è stata straziata in faccia in maniera maldestra, facendo uscire dietro l’ampio squarcio un reticolato inquietante che ricorda il finale di Terminator, quando dell’androide restano solo pochi elementi; la statua dell’attaccante cileno ha assunto così ancor più le forme di un pupazzo alla fiera perché gonfio, coloratissimo, buffo, le cosce tonde, roba da luna park; non c’è nulla del severo narcisismo che si ritrova la statua di Ibrahimović: braccia allungate a indicare il mistero, sguardo rigido, codino da samurai, addominali da body builder, una sorta di monaco folle e saggio.

Anche a lui hanno segato le gambe, lo hanno rimesso in piedi ma pochissimi giorni dopo gli hanno tagliato il naso e questo riporta a un romanzo non ancora tradotto in Italia (speriamo Miraggi Edizioni provveda prima o poi a farlo) dello scrittore cèco Jiří Weil: Mendelssohn sul tetto. Julius Schlesinger, operaio desideroso di diventare ufficiale delle SS, ha ricevuto l’ordine di rimuovere dal tetto della sala concerti di Praga la statua dell’ebreo Mendelssohn; il giovane ordina ai collaboratori di strappare dal busto quello col naso più grosso – che secondo gli schemi razziali sarebbe proprio degli ebrei – quando però si ritrova davanti la faccia senza naso, si accorge che la statua è quella dell’ariano Wagner.

Dopo il naso mutilato, il monumento Ibrahimović è stato ricoperto di spray – per umiliarlo gli hanno sistemato una tavoletta del water con le sciarpe dell’Hammarby sotto il braccio destro, la testa coperta da un sacchetto dell’immondizia e a terra scritte come “Zingaro devi morire”, infine la statua è stata data alle fiamme da uomini incappucciati.

La spiegazione è semplice: il centravanti del Milan ha comprato alcune quote dell’Hammerby, rivale storico del Malmoe, e dichiarato che ne avrebbe fatto la squadra più forte di Svezia. I tifosi si sono indignati perché Ibra è di Malmoe città a cui ha sempre espresso appartenenza e amore, è così diventato un traditore. Peter Linde, lo scultore, ha proposto di darla a Milano per evitare nuovi danneggiamenti, il sindaco Sala lo ritiene possibile, una sorta dunque di ricovero per statue maltrattate.

Situazione surreale e grottesca che ricorda la cittadina Aglaja, del villaggio immaginario di Dolgov. Dopo le pubbliche denunce di Chruščëv sui crimini staliniani, arriva l’ordine di eliminare la gigantesca statua in ghisa di Stalin eretta nel 1949 per iniziativa della devotissima Aglaja, in occasione del settantesimo compleanno del dittatore georgiano. La donna però non accetta che venga distrutta, allora corrompe trasportatori, ispettori addetti alla sicurezza dei solai fino a sistemare la statua nel centro del salotto di casa sua. Dove accadrà di tutto. Lo racconta Vladimir Vojnovic, scrittore russo morto da pochissimi anni, nel suo incredibile romanzo “Propaganda monumentale”, in un susseguirsi di grottesche e comiche situazioni.

(Photo by Octavio Passos/Getty Images)

Le statue dei tre calciatori hanno subito continue aggressioni, quella di Messi era stata anche spezzata in due, mentre quelle dei dittatori una volta cadute a terra (si pensi a Saddam Hussein, la cui statua una volta a terra venne aggredita come fosse un corpo vivo) ci restano fino a farsi polvere. Le statue dei calciatori sono spesso un pacchiano, goffo tentativo di essere gloria, imitazione servile della realtà, non è un caso che il mezzobusto di Cristiano Ronaldo dello scultore Emanuel Santos sia stato deriso da tutto il mondo per la sua bruttezza quasi surreale, tanto da far decidere l’artista portoghese a produrne un’altra con risultati un poco migliori; e qui si va al 1704, a Pozzuoli, durante gli scavi per l’edificazione della chiesa di san Giuseppe fu ritrovata la statua acefala del console romano Lolliano Mavorzio – più volte furono sistemate sul collo teste troppo piccole rispetto al corpo tanto da dargli un’espressione idiota, il Mamozio (così era diventato nel frattempo per bocca del popolo) significò da quel momento persona stupida e sciocca.

La statua di Funchal invece è ormai un talismano erotico, la parte intima di Cristiano Ronaldo è diventata lucidissima per troppo sfregamento da parte di turisti e tifosi che forse sperano in ricchezza, prosperità, fortuna, figli o è solo semplice libido. Trasformare la carne in bronzo, in marmo o in gesso fino a poi distruggerla per rabbia, burloneria, noia è un diritto che il tifoso sente di avere perché se un dittatore il potere se lo prende con la forza, un calciatore il potere se lo trova per concessione temporanea, il tifoso si sente in diritto di fare di Ibrahimović, di Messi, di Sanchez quello che gli pare, senza aspettare la loro caduta; anzi l’iconoclastia ha più forza adesso che sono calciatori in attività e non ex rammolliti di gloria e danaro. La storia rimpicciolisce dentro queste statue disneyane, distruggerle ha lo stesso senso del crearle: è un atto inutile. Ci sono, poi, quelle che il mare prima si porta

Cuntrastata di l’unni sbattulia
ora nta ll’aria, ora si spufunna
ora si jinchi d’acqua e si firria
mentri l’addrizza n’atra forti unna.

e poi restituisce, come la statua del poeta sciacchitano Vincenzo Licata travolta dalla tempesta e rimasta in acqua due mesi fino a quando le reti dei pescatori la tirarono a bordo. Vincenzo, forse, al mare ha parlato e poi se n’è tornato a casa.

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