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Una sfida aperta da 140 anni

By 3 Luglio 2019
Cile Perù

Quella fra Cile e Perù è la rivalità più profonda e sentita di tutto il Sudamerica, un antagonismo nato con la Guerra del Pacifico del 1879 e ravvivata dalla semifinale di Copa America del 2015

È il sesto minuto di Cile-Bolivia, fase a gironi dello scorso Sudamericano Sub-20. Ramiro Vaca, il numero dieci della Verde, calcia a giro verso l’esterno dal limite dell’area, d’istinto. Ne esce un pallone pulito, che rimbalza proprio davanti al portiere e si infila in rete: sarà l’unico gol della Bolivia nella manifestazione. Vaca, con una mossa sicuramente più premeditata del suo tiro, festeggia indicando il Condor delle Ande che riempie lo stemma boliviano sulla maglia verde ed eseguendo alcune bracciate nell’aria, come se stesse nuotando.

Il riferimento, per chi lo osserva, è inequivocabile: in uno dei rari momenti in cui un calciatore boliviano attira su di sé l’attenzione, il giovane trequartista si fa portavoce della più forte rivendicazione popolare del suo Paese, la perdita dello sbocco sul mare durante la Guerra del Pacifico, per mano del Cile. Il conflitto, anche noto come Guerra del Salnitro, è durato dal 1879 al 1884 e ha visto le truppe cilene prima sbaragliare quelle della Bolivia, poi sconfiggere anche il suo alleato peruviano. L’epica minore del Pacifico, dopo quattro anni, torna al centro di una semifinale di Copa América: la sfida tra Perú e Cile è l’ultimo capitolo di una rivalità con radici ben piantate nella storia dei due Paesi, autentica e viscerale, probabilmente la più profonda del Sudamerica.

La contesa per i grandi giacimenti di guano e salnitro che impreziosivano l’arido deserto di Atacama coinvolse Cile, Bolivia e persino l’ombra dei capitali inglesi; gli accordi sui confini e sullo sfruttamento delle materie prime erano fragili e la crisi diplomatica tra i due Paesi sfociò presto in una terribile guerra, che la Bolivia combatté al fianco del Perú, con cui aveva un accordo di reciproca difesa. Le truppe cilene, meglio preparate militarmente, occuparono e annetterono la regione costiera di Antofagasta e poi, una volta sconfitta la Bolivia, avanzarono in Perú fino a prendere Lima. Le truppe andine resistettero strenuamente in una guerriglia spietata, che terminò con la cessione definitiva della regione desertica di Tarapacá. In questa violenta guerra risiede la prima causa della rivalità tra i due Paesi sul Pacifico: il sentimento nazionalista, su questa vicenda, è ancora vivo in Perú, specie a livello popolare, anche se pian piano i rapporti sembrano destinati a migliorare.

Pedro Gallese para il calcio di rigore di Luis Suarez.

Nell’immediato post-conflitto, il calcio fece subito la propria parte: se nel 1929 i Trattati di Lima avevano cercato di ricostruire su basi più solide l’equilibrio geopolitico della costa occidentale sudamericana, già da un anno le delegazioni di squadre cilene e peruviane facevano visita al vicino, provando a ricucire un rapporto anche a livello popolare. Tra le società coinvolte in quest’opera pacificatoria c’era il Colo-Colo, il gigante del calcio cileno, il cui presidente pensò addirittura di andare oltre: propose e ottenne di creare una vera e propria selezione tra i migliori giocatori dei due Paesi. Dai campioni dell’Alianza Lima, dell’Universitario, dell’Atlético Chalaco e dello stesso Colo-Colo, nacque il “Combinado del Pacífico”, o “All Pacific”, un Frankenstein futbolero di due Stati fino a cinquant’anni prima nemici in guerra. Sfruttando l’onda della novità per riscuotere facili guadagni, il “combinado” partì per una lunghissima ed estenuante tournée europea, in cui ottenne risultati alterni, ma si lasciò ammirare per stile e tecnica differenti. Esattamente un anno dopo, nel 1935, Cile e Perú si affrontarono per la prima volta, spostando sul campo una rivalità infinita.

Oggi, la semifinale di Copa América ha l’aspetto dell’atto più intenso – e, forse, risolutivo – della frenetica faida che la Blanquirroja e l’Equipo de Todos stanno portando avanti negli ultimi anni. Il punto di partenza è stata un’altra semifinale, quella del 2015: dopo solo venti minuti, Carlos Zambrano aveva già letteralmente bruciato la partita con una doppia ammonizione, costringendo la squadra a lottare in inferiorità numerica. La Roja, ormai prossima al titolo di campione d’America, portò a casa la partita per 2-1 e Paolo Guerrero, leader emotivo e tecnico del Perú, si lasciò andare a uno sfogo furibondo, gettando ombre sull’arbitraggio: «Un gol in fuorigioco, un rigore non dato… con il Cile in casa ci sono molti imprevisti».

Paolo Guerrero si rinfresca durante la gara dei quarti di finale contro l’Uruguay.

Come se non bastasse, tre mesi dopo la Roja sconfisse nuovamente il Perú, in quella che sarebbe passata alla storia come l’ultima partita di Jorge Sampaoli alla guida della selezione. A fine partita, i cileni imbrattarono gli spogliatoi dell’Estadio Nacional di Lima scrivendo sulle piastrelle del muro “Respeto!!! Por aquí pasó el campeón de America!!!”. La vendetta della Blanquirroja si consumò nel modo più crudele, guardando implodere lo spogliatoio di una delle squadre più forti e unite della storia recente del calcio sudamericano, mentre veniva redatto il documento diplomatico più influente dai tempi dei Trattati del ’29: il “Pacto de Lima”, ovvero il modo in cui la stampa ha chiamato la passività di Colombia e Perú negli ultimi dieci minuti dello scontro diretto che avrebbe dovuto decidere chi sarebbe andato al Mondiale. Il Cile, sconfitto dal Brasile all’ultima giornata di qualificazioni e tagliato fuori dal pareggio tra i nemici di sempre e la Cafetera, si è ritrovato fuori dalla Coppa del Mondo, da bicampione d’America.

Il Cile che si gioca contro il Perú l’accesso alla sua terza finale di Copa América consecutiva (contando anche la Copa Centenario) è l’ulteriore prova del valore di Reinaldo Rueda – sempre che il vincitore di una Copa Libertadores abbia qualcosa da dimostrare. La pressione è stato il trademark del suo anno e mezzo alla guida dell’Equipo de Todos: quella dei tifosi, che non hanno accettato le esclusioni eccellenti, e quella della Federazione, indispettita da un bilancio di risultati non positivo. Rueda, di fronte ad alcuni oggettivi ostacoli strutturali per compiere un ricambio organico, ha saputo sostituire i pezzi che non funzionavano riducendo al massimo i rischi: la fiducia in Erick Pulgar, il più forte giocatore cileno tra quelli esterni al nucleo sampaolista, ha permesso al tecnico colombiano di scartare più facilmente un referente come Marcelo Díaz, coinvolto in dispute di spogliatoio con il gruppo di Arturo Vidal.

Arturo Vidal festeggia dopo il gol segnato da Pulgar contro il Giappone.

Rueda ha ponderato i rischi e in un solo colpo ha costruito un contesto più congeniale al gruppo storico e lanciato il miglior número cinco di questa Copa América: Pulgar ha saputo sostituire al meglio un giocatore che stava all’ingranaggio perfetto della Roja come la lancetta dei secondi sta a un orologio. Il gioco di possesso del Cile, nuovamente dominante e avvolgente, passa per i suoi piedi e per quelli di una squadra che, mentre il cambiamento avanza molto lentamente, si affida ancora al carisma e al talento dei bicampioni. Battere il Perú, che in questa Copa América sta dimostrando di avere sette vite anche senza aver ancora espresso il proprio reale potenziale – quello di una squadra duttile, propositiva senza essere integralista – sarà tutt’altro che facile. Cile e Perú tornano a giocarsi un posto in finale, dopo quattro anni: indipendentemente da chi abbia inventato la rovesciata e il pisco, sarà la partita più intensa ed emotiva che vedrete in questi giorni.

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