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Quell’amore complicato fra calcio e cinema

By 11 Settembre 2019

Il calcio sul grande schermo non ha mai reso molto. Eppure a Milano, venerdì 13 e sabato 14 settembre, arriva l’Offside Football Film Festival, la manifestazione decisa a risolvere una volta per tutte questo rapporto complicato. Due giorni di film e documentari per indagare da vicino il calcio lontano dal divismo e dai riflettori

Il calcio è vita, sentimenti, narrazione, epica. Il calcio sa essere impietoso e glorioso, divertente e drammatico, ha in sé storie al limite dell’incredibile, dall’Ascarelli primo presidente del Napoli, oppositore del fascismo di origini ebraiche che costruì il primo stadio di proprietà della serie A per poi essere estromesso dal calcio che conta ad Árpad Weisz, allenatore leggendario, anche egli ebreo e vittima dell’Olocausto, passando per le tragedie aree del Grande Torino a Superga e della piccola Chapecoense, David che morì per mano del destino Golia. Il calcio, da sempre, è ciò che il cinema cerca, avido: una fucina inesauribile di aneddoti, una miniera di sceneggiature scritte dalla realtà, un centro di gravità permanente di metafore e vicende esemplari.

Eppure.

Eppure il calcio, al cinema, ha sempre faticato, più di un terzino mediocre sulla fascia di Cristiano Ronaldo, più di un giocatore inglese alla disperata rincorsa di Diego Armando Maradona allo stadio Azteca di Città del Messico nel 1986. Più di Sarri in un albergo di Firenze.

Lo è per la sua eleganza sghemba, per l’uragano di emozioni e ispirazioni che ha dentro, per la sua irriproducibilità: il rettangolo di gioco è un palcoscenico che mal ne sopporta altri.

Pelé sul set di Fuga per la vittoria (LaPresse).

I motivi sono tanti. Semplici, evidenti, forse irrisolvibili. Nella modernità, molto si deve alla sovraesposizione delle immagini e dell’immaginario calcistico. Le tante (troppe?) telecamere ad esso dedicate, morbosamente aderenti a ogni muscolo, gesto, azione, rappresentano un muro tecnologico alla narrazione di finzione: il cinema partorisce altri mondi, storie alternative, ma se la tua mente è ossessionata, ogni giorno da partite, interviste, visi e corpi, è difficile imporre, con l’arte, qualcosa che sia più potente o anche solo altro e alternativo. Un processo inevitabile, non solo legato a questo sport: è nelle sale da pochi giorni un bel biopic, Tolkien, che quando è costretto però a evocare le immagini de Il signore degli anelli o Lo hobbit, pur avendo l’opera una sua originalità e una sua grammatica, aderisce quasi scolasticamente alla saga di Peter Jackson che ha invaso noi, ma anche la monumentale produzione letteraria del grande autore. Inevitabilmente quei film del grande regista neozelandese, per la penetrazione invasiva – in termini di qualità cinematografica e quantità di spettatori – che il suo adattamento visivo ha avuto, ha riempito il nostro immaginario. Lo ha reso saturo, non ha lasciato spazi da riempire.

Esattamente come pay-tv e dirette mondiali, manifestazioni internazionali affette da gigantismo, hanno fatto con il calcio. Un film come Febbre a 90° forse oggi non riusciremmo a farlo: come far capire cosa vuol dire appendersi a una radiolina, finire in un campo di periferia a seguire i tuoi campioni, raccontare il senso di comunità dentro a uno stadio, se siamo tutti sui divani (come peraltro i protagonisti di quel capolavoro nel finale)? Come fare, se ogni telefonino oggi riprende e mostra esultanze, curve, sentimenti? Lo capisce prima e più di altri Loach che in una delle scene più iconiche de Il mio amico Eric, sorta di quarto stato di Pelizza di Volpedo in movimento che incontra V per Vendetta, alla folla di tifosi che cercano giustizia mette su, a tutti, una maschera di Cantona.

Tutti i film che hanno puntato sulla riproducibilità, nella finzione, del gioco in sé, hanno miseramente fallito. Basta vedere anche solo un fotogramma della partita di Fuga per la vittoria per avvertirne l’imbarazzante inverosimiglianza, salvata solo dall’epos e del pathos della storia vera che racconta, così come avviene in una commedia come Amore, bugie e calcetto di Luca Lucini, che quella verità la ritrova solo nello spogliatoio. L’unico modo per essere raccontato al cinema, il gioco del pallone lo trova nel nascondere l’oggetto stesso. Non a caso Kusturica con Maradona o Ken Loach in Looking for Eric con Cantona, abdicano e decidono di affidarsi alla parola dei loro protagonisti e alle immagini di repertorio. Non sfidano il calcio, lo rispettano come mai hanno fatto con altra disciplina.

Non a caso il nostro cineasta più talentuoso e ambizioso, nel suo splendido esordio, L’uomo in più che ha in Andrea Renzi un lacerante e potentissimo epigono di Agostino di Bartolomei, il San Paolo è lo sfondo di un’entrata epica e dolente, anch’essa dopo una splendida scena negli spogliatoi. Se Cristo si ferma a Eboli, il cinema si ferma nei corridoi che portano al campo. E lo dimostra anche il successo planetario di una saga mediocre come Goal! con Alessandro Nivola: narrativamente scadente, scontato, superficiale. Ma forse con la migliore resa, a livello di immagini, del gioco in sé, grazie a una tecnica non dissimile a quella delle riprese televisive, così come fece per la Formula 1 Ron Howard in Rush (l’automobilismo è un altro sport che soffre tremendamente di questa incapacità di adattamento sul grande schermo, come seppe a sue spese Steve McQueen che in un progetto del genere, Le Mans, perse un pezzo d’anima, quasi due anni e molti soldi).

Eric Cantona, Ken Loach e Steve Evets durante il Festival di Cannes 2009 (Photo by Sean Gallup/Getty Images).

Gli esempi sono tanti, troppi. E forse è anche giusto che in un mondo dopato di calcio, moviole, replay e ora persino il VAR – infame, a livello di fruizione spettacolare, come il tasto pausa in un film – che il cinema pudicamente non scenda in campo, che ci racconti tutto il resto (come fa l’assurdo Diamantino, che prende un quasi sosia di Cristiano Ronaldo per raccontare almeno tre storie diverse con tre generi altri e che usa il prato verde solo come sede di scene folli e oniriche). Banalizzando quel monumento della riflessione artistica, filosofica e culturale che è il saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin, è probabilmente e drammaticamente vero che la riproduzione meccanica della creatività sia in qualche modo il suo picco e il suo abisso.

Il calcio è arte in fieri, è come vedere un pittore che crea nel momento in cui lo fa, con un grado di imprevedibilità e bellezza uniche e non replicabili forse insopportabili. Non a caso il cinema recente è ossessionato dai biopic degli artisti da cristallizzare in pezzi di vita e della loro produzione artistica, nel mostrarci come creavano e quando, non capendo che uccidi la loro bellezza, quello tsunami di volontà, frenesia, follia, grandezza riproducendolo. L’essenza di quella meraviglia è nell’impossibilità di mostrarla.

Per questo è importantissima un’iniziativa come Offside Football Film Festival, alla sua seconda edizione, che il 13 e il 14 settembre al Teatro Leonardo di Milano (qui il programma completo) dedicherà a questo genere difficilissimo la sua programmazione. E non è un caso che le opere siano poche ma buone (otto), che il documentario ne sia parte fondante e centrale, nel suo essere unico genere che parzialmente sa raccontare questo sport a tutto tondo, da Istanbul all’Argentina.

Alessandro Nivola alla premiere di “Goal! The Dream Begins” (Photo by Peter Kramer/Getty Images for TFF).

Come racconta Filippo Iemmolo, responsabile Offside (che è un format festivaliero internazionale) per l’Italia “attraverso cinema e letteratura sportiva (splendidi i panel, uno sull’indecifrabile e complesso mondo ultras), il festival narra la vera anima del calcio, lontano dal business e dal divismo, e vero Esperanto del mondo, in grado di dare vita a passioni, illusioni, vittorie e sconfitte, non solo agonistiche”. Non vuole, questa iniziativa, rimanere ingabbiata dalle linee di un’area di rigore, del fallo laterale o di fondo. Vuole andare sugli spalti, nelle città squassate dalla passione, nei paesi che trovano sfogo, ispirazione o il baratro dei propri difetti in quei 90 minuti. Semplicemente “Offside vuole raccontare il calcio come fenomeno sociale e culturale, non solo agli appassionati ma a un pubblico eterogeneo”. Già, perché come afferma sempre Arrigo Sacchi, il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”. Ma, come dimostra la selezione della rassegna (che in sé ha argomenti di rilevanza fondamentale nell’attualità) in sé le racchiude tutte. Importanti e non. Dai valori più alti agli istinti più bassi.

Boris Sollazzo

About Boris Sollazzo

Boris Sollazzo è il padre di Carlo, critico e cronista cinematografico, autore televisivo, speaker radiofonico, telecronista e giornalista sportivo, pluricampione di fantacalcio. Spesso contemporaneamente. Ha scritto per quasi tutti i quotidiani e periodici e ora ha una trasmissione quotidiana su RadioRock. È il direttore artistico dell’Ischia Film Festival e del Cerveteri Film Festival.

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