Silent Check

Questione di DNA di un allenatore

By 11 Dicembre 2019

Non era quella di ieri contro il Barcellona 2 la vera prova di questa Inter formato Champions. Piuttosto le prove fallite sono i punti persi in casa con lo Slavia Praga e quelli lasciati a Dortmund in una partita che doveva, e poteva, finire in un altro modo.

Conte paga lo scotto di una rosa giovane e poco avvezza ai palcoscenici europei, ancora non preparata a gestire i doppi impegni, e soprattutto paga quel suo proprio modo di fare, quotidiano, militaresco, che in Champions League sembra pagare meno. Se è vero che la sua Inter è una macchina da guerra quando si tratta di ottenere i tre punti in una partita sul lungo periodo, da sergente emotivo qual è, può permettersi il lusso di motivare i giocatori sull’utopia – che è fantastica, ma lontana – ma sul breve e ansiogeno palcoscenico Champions queste istruzioni rischiano di tornare indietro come un boomerang.

(Photo by Emilio Andreoli/Getty Images)

Gli è successo con la Juventus e gli è successo pure con l’Inter. Ci sono allenatori da coppa, vedi alla voce Ancelotti (che viene esonerato vincendo proprio una partita in Europa, come a dire: il DNA viene sempre fuori), più serafici, tattici, amanti della mossa da scacchi, e allenatori, invece, più adatti a spremere le energie dosando il circuito cardiaco dei propri uomini.

Antonio Conte è la sua stessa bramosia di vittoria, ma ha bisogno di più tempo, più partite, per lasciarla venire fuori e imprimerla ai suoi scagnozzi. In ogni caso, poco ma sicuro, di questa sua prima annata interista cominciata con il botto, questo neo sarà difficile da rimuovere. Ritrovarsi in Europa League dopo aver pescato un girone di Champions più che gestibile è un fallimento. Di certo Antonio lo sa e di certo userà questo segno meno per trasformalo in un segno più. Perché un’altra forza degli allenatori da campionato come Conte è questa: difficile che la loro squadra si abbatta. Se mai, tornerà più forte di prima. All’arrembaggio

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