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Rabiot, un Duca senza eleganza e senza corte

By 23 Maggio 2020
Adrien Rabiot

Cosa è andato storto nella prima stagione di Adrien Rabiot alla Juventus? La sua avventura in bianconero è già finita? Breve indagine su un talento che sembra aver perso se stesso

Se pensate a grandi giocatori francesi passati per la Serie A, probabilmente li immaginerete con la maglia della Juventus. Da Michel Platini a Zinedine Zidane, da David Trezeguet a Didier Deschamps, molti campioni transalpini hanno avuto un feeling speciale con il mondo bianconero, facendo innamorare e lasciando un ricordo ancora oggi vivo e intenso nei tifosi. Gli stessi che hanno accolto con un tiepido entusiasmo l’arrivo di Adrien Rabiot a Torino.

Inutile girarci intorno, la stagione di Rabiot è stata sotto le attese. E non solo: lo spartito del primo anno in Serie A del centrocampista di Saint-Maurice si è arricchito di un’altra nota, stonata. Il presunto rifiuto di tornare in Italia, una forma di protesta per la decisione da parte della società bianconera (la prima in Italia) di tagliare gli stipendi di quattro mensilità a calciatori e allenatore. Ma andiamo con ordine.

Rabiot è arrivato a Torino la scorsa estate, dopo un corteggiamento andato avanti per anni. Una di quelle classiche telenovele di calciomercato che tengono attivi h24 gli addetti ai lavori, che intrigano i tifosi, e che sono colorate da personaggi leggendari. Ecco, nella trattativa che ha portato il classe ’95 in bianconero ha avuto un ruolo decisivo la figura di Veronique Rabiot, agente e soprattutto madre del centrocampista. È dovuta a lei una delle parentesi più tormentate degli ultimi anni nei trasferimenti internazionali.

Adrien Rabiot

Per il suo arrivo a parametro zero, infatti, la Juventus ha dovuto garantire alla mamma-procuratrice 10 milioni di euro di commissione, oltre al quadriennale da 7 milioni a stagione per il giocatore. Settimane tempestose e richieste esose a cui il club torinese si è piegato per regalare a Maurizio Sarri un giocatore dal profilo internazionale, un ulteriore puntello per un centrocampo di maggiore qualità.

Pronti via e c’è l’esordio, entrando dalla panchina, nella prima di campionato (vittoria di misura a Parma). Seguono 5 panchine tra Serie A e Champions League, poi la prima maglia da titolare contro il Brescia, dove gioca tutti i 90’. Il periodo di adattamento al nuovo campionato e soprattutto al nuovo allenatore non è di quelli da lasciare a bocca aperta.

Si passa dalla prima espulsione (per doppio giallo) che gli fa saltare il suo primo derby di Torino, a un problema agli adduttori che lo tiene fuori per alcune settimane. Un periodo in cui la squadra non perde colpi, a dimostrazione che la creatura di Sarri sia tutt’altro che Rabiot-centrica. Intendiamoci, il passaggio dalla Ligue 1 alla Serie A non è semplice per nessuno, nemmeno per un elemento che porta con sé un grande carico di talento e attese.

Ma la stagione di Adrien non decolla. Guarda dalla panchina la caduta della sua squadra a Riad, dove è la Lazio ad alzare la Supercoppa Italiana. Trova continuità nel periodo post-natalizio, quando è di fatto la squadra a perdere certezze: gioca quasi metà partita nella sconfitta di Napoli, è titolare nel k.o. di Verona. Non può passare sottotraccia come nelle uniche due sconfitte del 2020 in campionato della Juventus, in mezzo al campo buona parte delle responsabilità fossero sulle spalle del francese.

Adrien Rabiot

(Foto LaPresse – Tano Pecoraro)

Ma è un’altra sconfitta l’emblema della sua annata alla Juventus. Quella che brucia ancora negli occhi dei tifosi, anche perché potrebbe tutt’ora avere un peso nell’economia della stagione. Lione-Juventus 1-0, andata degli ottavi di finale di Champions. Un ritorno al passato per Rabiot, che torna a giocare su un campo transalpino dopo i nove passati in Francia con le maglie di Psg (e giovanili) e Tolosa, in una breve parentesi nella primavera 2013. Un match da non fallire, in cui i tifosi, già spazientiti da un rendimento ancora non all’altezza del corteggiamento, si aspettano di vedere il vero Rabiot. Quello tanto desiderato negli ultimi anni, quello costato i 10 milioni di euro di commissione per la madre Veronique.

Eppure Adrien floppa: impacciato, rimane più volte in balia del centrocampo rapido e aggressivo dell’OL. Un avversario battuto più volte (7 nei 12 incontri in carriera) che ora lo mette di fronte ad una dura realtà: il bisogno di un bagno di umiltà. Che a 25 anni, con una carriera già stellare, non è detto che sia un male, anzi. Perché la Juventus, almeno fin qui, ha perso la scommessa puntando su di lui.

Valorizzato per primo da Laurent Blanc, protagonista di un incontro-scontro con Ibrahimovic («A Zlatan piacciono i tipi di carattere come me» aveva detto sul suo rapporto con lo svedese), incensato da uno dei migliori centrocampisti dell’era moderna come Xavi (che lo aveva descritto come «perfetto per il Barcellona, sa fare tutto»), Adrien deve ritrovare se stesso. Deve riscoprire quel ragazzo che invece del calciatore avrebbe potuto fare il panettiere, complice la situazione difficile in casa. I suoi genitori si separarono quando lui era ancora in tenera età. Suo padre, Michel Provost, ha combattuto per 12 anni con la sindrome Lochked-in, che concede a chi ne è affetto di muovere solo occhi e palpebre.

Rabiot

(Foto Marco Alpozzi/LaPresse)

Anche da questa situazione deriva il rapporto stretto (forse fin troppo) con la madre, che spesso ne è stata colonna portante nella vita ma a volte anche ostacolo nella carriera. Come quando ha deciso di rompere un contratto di un Adrien appena 13enne con le giovanili del Manchester City per delle condizioni non rispettate. O quando piuttosto mandò a monte un accordo già stipulato con la Roma, chiedere a Walter Sabatini per conferma. Spesso ha sindacato anche sul ruolo in campo del giovane figlio: meglio mezz’ala in un centrocampo a 5, guai se lo vede giocare regista, anche se in carriera Adrien ha agito con ottimi risultati come centrale in un centrocampo a 4.

Adrien Rabiot-Provost (conosciuto con il primo cognome, quello della madre), soprannominato “Duca” dai tifosi parigini per le eleganti movenze regalate al Parco dei Principi, ha anche nel tackle un suo punto di forza. In questa stagione problematica rischia però di aver commesso lo scivolone più goffo fuori dal campo, quello che può valere la rottura definitiva con l’ambiente Juventus. La decisione di non voler tornare in Italia, dopo aver ricevuto il permesso del club di tornare nella propria casa in Costa Azzurra, per evitare gli allenamenti facoltativi.

Rabiot

(Photo by Zhizhao Wu/Getty Images)

Una sorta di ostruzionismo silenzioso per la politica, non condivisa dal giocatore, sul taglio degli stipendi (che ha portato a un risparmio di 90 milioni di euro per il club). Il giocare a braccio di ferro per motivi economici, in un momento così delicato per la sua società e più in generale per tutto il nostro Paese, sa di pessima mossa a livello professionale e di immagine. Non è chiaro se ci sia l’impronta materna anche in questa controversa vicenda.

Ora la palla passa ad Adrien. Ha sbagliato molto in questa stagione, i tifosi gli hanno perdonato alcuni errori meno di altri, Sarri gli ha concesso fiducia. Ma quest’ultimo passo falso potrebbe essere quello di non ritorno: potrebbe essere l’ultimo atto della sua avventura in bianconero.

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