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Ranieri non è ancora pronto per la pensione

By 22 Luglio 2020

Ecco come il tecnico romano ha preso in mano una squadra devastata dalla gestione Di Francesco ed è riuscito a portare a termine l’ennesima impresa complicata della sua carriera

Avrebbe potuto prendere il telefono, interrompere la conversazione dopo le prime battute e pronunciare, con lo sguardo perso nel vuoto, la frase-tormentone di Roger Murtaugh (Danny Glover) in Arma Letale: «I’m too old for this shit». Claudio Ranieri sembrava vecchio già 13 anni fa, quando prese un derelitto Parma dalle mani di Stefano Pioli – ah, come passa il tempo – e lo portò verso un’incredibile salvezza sulle ali di un Giuseppe Rossi baciato dal Signore e non ancora dalla sfortuna.

Quel miracolo rilanciò la carriera dell’allenatore romano, Juventus prima e Roma poi, a sfiorare il tricolore e la tempesta perfetta. A molti, però, era parso l’ultimo bagliore prima del definitivo spegnimento. L’esperienza con la Grecia (2014), a dir poco fallimentare e chiusasi con i media ellenici che titolavano, in un perfetto ancorché triviale italiano, “Ma che cazzo?”, lo aveva reso una sorta di macchietta. Era stata soltanto la rincorsa per il vero capolavoro, la vittoria della Premier League alla guida del Leicester, la favola del secolo.

(Photo by Michael Regan/Getty Images)

Poi l’esonero, il Nantes, il Fulham, ancora la Roma, l’anagrafe che inizia a presentare per davvero il conto, avvicinandolo pesantemente alla sigla “CR70”. Nonostante questo, quando ha chiuso la conversazione con i vertici della Sampdoria, Claudio Ranieri non se l’è sentita di pensarsi troppo vecchio. E allora eccoci qui a raccontare come e perché una squadra che aveva raccolto 3 punti nelle prime 7 giornate di campionato si ritrovi salva a 4 turni dalla fine, come se fosse la cosa più normale del mondo.

 

Primo: non prenderle

Al momento del suo arrivo sulla panchina della Samp, Ranieri ha dovuto restituire certezze a un gruppo che non era riuscito a mettere in pratica, dopo anni di rombo “giampaoliano” mandato giù a memoria, la rivoluzione di Eusebio Di Francesco, che aveva cercato inutilmente di cambiare la mentalità tattica dei suoi, ottenendo in cambio una sola vittoria in sette giornate e la bellezza di 16 reti subite nel vano tentativo di incastrare in delle caselle prestabilite alcuni giocatori non adatti.

Come prima cosa, il nuovo allenatore ha provato a lavorare sulla difesa, abbassando drasticamente il baricentro: subire poco per cercare di restituire certezze a un collettivo in crisi. Rete inviolata all’esordio con la Roma (0-0) e poi anche con Spal (0-1) e Atalanta (0-0), con in mezzo le due reti subite dal Bologna e quelle incassate da Lecce (1-1) e Udinese (2-1). Messi in cascina 9 punti in sei giornate, non senza un pizzico di fortuna, Ranieri ha quindi cercato nei meandri di una rosa tutto sommato lunga anche se non qualitativamente eccelsa le risorse per creare un sistema di gioco funzionale e funzionante anche dal punto di vista offensivo, alternando l’amato 4-4-2 a quel 4-3-1-2 che, almeno inizialmente, pareva maggiormente nelle corde del gruppo.

 (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Il 2019 si è chiuso con un’altalena evidente di risultati e prestazioni: il clamoroso rovescio di Cagliari con la rimonta sarda nel finale (4-3), il ko interno con il Parma, il vitale successo nel derby contro il Genoa, partita bloccatissima decisa da Gabbiadini, e la sconfitta contro la Juventus a causa dei capolavori di Dybala e Ronaldo.

 

 

Dubbi e certezze

Questo ottovolante di risultati non si è arrestato a inizio 2020, anzi. La Sampdoria ha alternato prestazioni difensive solide pur in emergenza (lo 0-0 in casa del Milan e quello a Marassi con il Sassuolo) a rovesci difficili da associare a una formazione di Ranieri, seppur al cospetto di squadre decisamente più quotate come Lazio (5-1) e Napoli (2-4) o di pari livello (1-5 con la Fiorentina).

Apparivano però, sempre più evidenti, le certezze offerte dal 4-4-2, un modulo che il tecnico conosce a menadito e che gli permette di difendere con due blocchi da 4 anche a ridosso dell’area nei momenti più difficili, senza però rinunciare al lavoro delle catene esterne. Ranieri ha impiegato un po’ di tempo per trovare l’abito giusto a Gaston Ramirez, che veniva utilizzato talvolta sulla trequarti, nelle gare con il rombo, e altre volte da finto esterno di fascia.

E così, nei due scontri diretti della prima parte dell’anno, la Sampdoria è riuscita ad annichilire i rivali: il 5-1 con il Brescia ha messo in mostra la grande capacità di associarsi di Linetty, riconvertito esterno di fascia, e Thorsby, l’uomo che forse più di ogni altro ha saputo sfruttare l’arrivo di Ranieri in panchina, bravissimo nel creare una connessione tecnica e tattica con il polacco. Il norvegese, con il nuovo tecnico, ha giocato ovunque: terzino, esterno di fascia, mezz’ala, centrale di un centrocampo a 2.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Contro il Torino (1-3), invece, la Sampdoria ha dato una prova di grande solidità mentale, reagendo negli ultimi 20 minuti al vantaggio granata e centrando una vittoria preziosissima per il prosieguo del torneo. Silenziosamente, Ranieri ha continuato ad allungare l’organico, ringraziando la società per i due innesti in difesa nel mercato di gennaio – Tonelli e, soprattutto, Yoshida, diventato in fretta il leader silenzioso della retroguardia doriana – e trovando una collocazione stabile a Depaoli, che per il tecnico è maggiormente a proprio agio da esterno di centrocampo che da terzino. L’ultima recita pre lockdown, con il Verona, ha visto anche il doppio graffio di Quagliarella dopo un’ora di dominio dell’Hellas: pur tra mille difficoltà fisiche, il capitano blucerchiato chiuderà anche questa stagione in doppia cifra di gol realizzati, accompagnato da Gabbiadini.

 

 

Ritrovarsi dopo la paura

Tornare in campo dopo il lockdown, per la Sampdoria, è stato un trauma. La sconfitta contro l’Inter, di misura nel punteggio (2-1) ma allarmante in termini di prestazione, poteva provocare un crollo anche emotivo alla luce delle successive sconfitte con identico risultato contro Roma e Bologna, pur da leggere diversamente per quanto riguarda la tenuta del campo.

Con tantissimi fantasmi da scacciare, la Sampdoria si è presentata a Lecce in un vero e proprio spareggio. Ha ritrovato l’amica fortuna, nei panni di un Var disattento – Bonazzoli avrebbe meritato il rosso sullo 0-0 – e di un pallone pazzo sul primo rigore calciato da Ramirez. Il successo ottenuto al Via del Mare ha liberato la Sampdoria di tutte le paure, al resto ci ha pensato il calendario, offrendo subito la possibilità del bis contro una Spal allo sbando. Nel momento chiave della stagione, e senza Quagliarella, Ranieri ha ulteriormente voluto chiudere a doppia mandata la difesa, utilizzando Ramirez soltanto da seconda punta.

A Bergamo, con il solo Gabbiadini davanti e cinque centrocampisti puri, il fortino doriano ha retto 75 minuti. Ma la sfida da dentro o fuori era quella di Udine, che si era messa malissimo dopo il gol di Lasagna. Il ritorno di Quagliarella ha dato una certezza in più a Ranieri: il centravanti titolare, da affiancare a Ramirez, e la possibilità di usare a gara in corso Gabbiadini e l’arma inattesa del finale di stagione. Il marchio a fuoco sulla salvezza l’ha infatti impresso Federico Bonazzoli, che a 23 anni sta finalmente provando a mantenere le promesse di gioventù. A suon di gol spettacolari, l’attaccante scuola Inter sta entrando nel cuore dei tifosi: sua la rovesciata del momentaneo 1-2 all’Udinese, sua la doppietta al Cagliari per i tre punti della tranquillità, nonché la zampata che a Parma ha portato la Sampdoria definitivamente fuori dal guado.

 

Al Tardini, dove è ancora amato per quella miracolosa salvezza di 13 anni fa, Ranieri ha dimostrato di non essere ancora pronto per la pensione, stravolgendo tatticamente i suoi dopo un primo tempo da dimenticare e mettendosi in tasca altri tre punti preziosi. Per farlo, ha momentaneamente accantonato le certezze del 4-4-2, ha osato con il ritorno al rombo e, soprattutto, con l’ingresso di Gonzalo Maroni, che prima di domenica aveva visto il campo soltanto per 22 minuti in campionato.

Si dice spesso che un torneo di 38 giornate sia simile a una maratona, e il lockdown l’ha reso qualcosa di ancora più estenuante. Con pazienza, un po’ di ricerca e il bagaglio di esperienza di una carriera ultratrentennale, Ranieri ha dimostrato a tutti di non essere ancora «too old for this shit». E il Genoa, che stasera affronterà la Sampdoria in un derby reso solo leggermente meno drammatico del previsto dal 2-1 del Grifone sul Lecce, spera di non dover fare ancora i conti con la mistica che aleggia sul tecnico romano e sul suo rapporto con le stracittadine.

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