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Rashidi Yekini, l’eroe tradito dalla Nigeria

By 17 Maggio 2019
Rashidi Yekini

Nel 1994, contro la Bulgaria, l’attaccante ha segnato il primo gol della sua Nazionale ai Mondiali. Diventato un’icona in Nigeria, quattro anni più tardi verrà fischiato al suo ingresso in campo perché considerato troppo vecchio

 

Aveva riempito d’orgoglio tutto il popolo nigeriano, 150 milioni di persone che in un pomeriggio di giugno del 1994 scoprirono chi fosse Rashidi Yekini. Gli americani lo chiamarono “Il Toro di Kaduna”, e avevano ragione. Dovevate vedere che fisico, che muscoli guizzanti, quanto marmo nei pettorali. A stento rimanevano fasciati nella maglia numero nove, troppo stretta per contenere forza ed entusiasmo.

Contro la Bulgaria, quel giorno, la Nigeria vinse 3-0. Giocarono a Dallas, la città più razzista degli Stati Uniti.Da quelle parti uccisero un presidente e gli uomini incappucciati del Ku Klux Klan erano i padroni di casa. Frammenti di storia che riportano all’infanzia. «Ricordo mio padre Raheem – raccontava il Toro – Mi prendeva in braccio nella nostra piccola e modesta casa di Kaduna e mi raccontava le gesta di quel presidente bianco che amava i neri, e che per un certo periodo era stato la speranza di un mondo migliore, dove tutti saremmo stati uguali. Il presidente bianco, e poi ancora Malcom X e il reverendo King. Il caso ha voluto che da grande diventassi famoso per un gesto atletico assolto proprio a Dallas, dove si diceva che la nazionale di calcio della Nigeria sarebbe stata accolta con diffidenza dalla gente».

E invece al Cotton Bowl furono solo applausi. Con il suo gol riuscì a mettere la Nigeria sulle cartine geografiche del pianeta. Avrebbe voluto essere come Ali a Kinshasa, ma non doveva assassinare nessuno, non risuonava il mantra “Ali bumayè”, non aveva l’incombenza di far crollare al tappeto George Foreman e il suo mito immacolato, il mito dell’uomo più poderoso che il ring abbia mai conosciuto.

Rashidi Yekini

Yekini era solo un calciatore, ma fu sufficiente un gol per ottenere la corona da re leone. Buffo no? Un leone che in realtà è un toro. «Ricordo tutta l’azione, come se si fosse appena conclusa. La magia di Amokachi, e Finidi che mi mette il pallone sul piede sinistro. Che altro potevo fare? Ho spinto. Sono stato semplice e solenne nell’entrata di piatto. La palla si è infilata, dopo sono entrato anch’io, aggrappandomi alla rete, tentando quasi di morderla e di strapparla dall’emozione, in un un misto di gioia e sofferenza».

No. Non era solo la porta, tradita da un guardiano con il ridicolo toupet al posto di una chioma vera. Per lui quella era il sesso femminile. Nulla di pornografico o volgare. Non lo stava violando, non lo stava penetrando, ma sentiva di essere tornato a casa. Nel grembo accogliente di madre Africa, un grembo fecondo e amorevole.

Yekini parlava il dialetto di Kaduna, quello di Ibadan, l’inglese della Nigeria, il portoghese di Setubal, il greco del porto del Pireo, il francese della Costa d’Avorio, l’arabo di Riadh. Retaggio delle tante vite sportive. Il calcio l’ha arricchito, era un ragazzo che nella vita sperava solo di fare un viaggio alla Mecca. Ha conosciuto l’odio di Lagos per i nativi di Ibadan, l’avversione degli ivoriani per i nigeriani, l’intolleranza saudita verso un musulmano dell’Africa. Ha preso gli schiaffi del razzismo in mezza Europa. Ha persino giocato con un ginocchio spappolato pur di dimostrare di non essere un fannullone.

Rashidi Yekini

Negli anni successivi tutto ciò che non apparteneva più al fisico si era trasferito nella mente. Era lucido, reattivo, ma solo nella memoria, il resto divenne un corpo della stessa consistenza di una bambola di pezza. «Un giorno ero ospite di una tv saudita e il giornalista mi domandò quale fosse stato il momento più difficile della mia carriera. Si aspettava che parlassi di Boston, di quell’altro pomeriggio incandescente. No, la sconfitta con l’Italia mi lasciò l’amaro in bocca perché il trionfo sembrava ormai assicurato, messo in cassaforte da Amunike. Nulla di più. Poi arrivò Baggio, il marziano degli italiani, e i titoli di coda. Il momento più difficile della mia carriera si manifestò a Parigi».

Lo portarono ai mondiali francesi. La Nigeria aveva un debito di gratitudine nei suoi confronti, e andava saldato. C’erano ragazzi nuovi, muscoli freschi, atleti sicuramente più in forma. Fu una coppa del mondo da turista, da fratello maggiore di tanti calciatori giovani e ambiziosi. «Io dispensavo consigli, rassicuravo i più timorosi. Ci fu persino, uno di loro, Celestine, che prima di scendere in campo contro la Spagna vomitò anche l’anima dalle tensione nervosa. L’idea di dover affrontare Raul gli procurava degli spasmi terribili allo stomaco. Erano ragazzi prima ancora che calciatori. Con tutte le fragilità e le inquietudini dettate dall’età».

Rashidi Yekini

Poi arrivò la serata del Saint Denis e la Danimarca li fece a pezzi. Milutinovic, per un gesto disperato, oppure per regalare la passerelle che solitamente si concede ai campioni, decise di buttarlo nella mischia. Richiamò Kanu. Mancava una manciata di minuti alla fine, ed erano sotto di tre reti. Yekini si aspettava gli applausi. Sognava di salutare le platee importanti con il ringraziamento del pubblico nigeriano. Quello che per anni si riempiva la bocca con le su imprese. Un toro da esportazione anche nei discorsi di ministri e autorità nelle missioni diplomatiche. La Germania ha la birra? L’Italia ha la pizza? Noi abbiamo Yekini, il Toro di Kaduna. Gli sembrava persino di sentirli durante le loro masturbazioni lessicali negli incontri bilaterali o nei meeting irrorati da caviale e champagne.

E invece nulla di tutto questo. In 75mila fischiarono sonoramente. E non tanto perché fosse uscito Kanu, ma perché in campo c’ero finito lui, il ferro vecchio da rottamare. «Lo raccontai al giornalista saudita, con la testa bassa per nascondere le lacrime che iniziavano a rigarmi il volto. Non volevo svelare alle telecamere quel momento di debolezza, ma sono un essere umano. Sono carne, sangue e sentimenti. Anche adesso, che respiro a fatica, trascino i piedi e non riesco neppure quasi più a deglutire».

Il resto è l’ultimo straziante atto dell’esistenza di Yekini, ucciso il 4 maggio del 2012 (per la leggenda) da una maledizione, la stessa che trascinò agli inferi altri quattro interpreti delle Super Aquile ai mondiali americani: Keshi, Wilfred, Okafor e Oliha. Morto in realtà per le complicanze della Sla, la patologia neurologica che non lascia scampo, che sembra accanirsi con gli sportivi, e che trasformò il Toro di Kaduna in un fantasma delirante.

Luigi Guelpa

About Luigi Guelpa

Luigi Guelpa è nato nel 1971. Giornalista professionista, da 30 anni racconta l'Africa e il Medioriente per alcune tra le più importanti testate italiane.

One Comment

  • Marcello Gioviale ha detto:

    Ottimo articolo. In poche righe ha fornito un quadro complesso di emozioni politiche geografiche e sentimentali. Mi è piaciuto molto

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