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René Houseman, il campione triste che segnava da ubriaco

By 29 Ottobre 2019

Nato e morto poverissimo, l’argentino era un’ala destra capace di regalare spettacolo con i suoi dribbling imprevedibili. Un suo gol da ubriaco al River Plate passò alla storia, ma non cambiò il suo destino di uomo votato all’autodistruzione

La povertà non è poi così lontana dalla morte e René Houseman conosce entrambe dal momento che era nato povero nel 1953 ed è morto nel 2018; da bambino veniva chiamato cerdo, maiale, perché in casa sua non c’era acqua e il piccolo René se ne andava in giro con una saponetta quando il cielo portava pioggia; il padre era muratore e campava alla giornata in uno dei quartieri più poveri di Buenos Aires, Bajo Belgrano, dove la morte la indossavi assieme agli stracci che andavano o troppo larghi o troppo stretti.

Aveva due anni René quando si trasferì nel barrio, tra baracche e muri che cadevano a pezzi, affondando i piedi nello sporco di strade rotte; aveva faccia da vecchio già da giovane, i capelli imprevedibili come le sue finte e gli occhi erano il dolore del suo quartiere, erano la solitudine del barrio e il sonno dell’alcool. Aveva una faccia da ubriacone, di quelle che una volta si trovavano nelle vinerie, chiuse in un angolo, scavate dal vino e dalla noia.

Quando nel 1973 passò dai Defensores de Belgrano – dopo essere stato scartato dagli amatissimi Exursionistas – all’Huracan per desiderio di Cesar Menotti, si presentò con la sua infanzia e la sua giovinezza maltrattate. Sembrava un barbone: piccolo, trasandato, sporco, spettinato e con vestiti da pochi soldi. Quell’anno era tornato al potere, dopo un lungo esilio, Juan Perón, caudillo populista che mescolava marxismo, terzomondismo, descamisados (sostenitori del giustizialismo peronista), montoneros (movimento antimperialista di orientamento cattolico), chiesa cattolica e conservatorismo reazionario.

Mentre Houseman iniziava la sua travagliata carriera il peronismo cominciò a scagliarsi a sorpresa contro i montoneros in pubblici discorsi, soprattutto il governo di Peron trascinò il paese a una crisi economica che si acuì quando nel 1974 il caudillo morì, proprio durante i Mondiali tedeschi, e El Hueso (l’Osso, per il suo fisico minuto e scheletrico) Houseman voleva tornare in Argentina per partecipare ai funerali del lìder maximo, come lo definiva.

In quel triste mondiale la geniale ala destra segnò tre gol su sei partite ma l’Albiceleste venne eliminata lo stesso, mostrando al mondo un paese sul punto di precipitare. L’Argentina infatti si incupì, annientata dal debito pubblico, dall’inflazione, dal divieto di esportazione della carne; peronisti, montoneros, guerriglieri comunisti e il gruppo paramilitare detto Tripla A (Alleanza Anticomunista Argentina) avevano aumentato, con i loro contrasti, la tensione interna che la vedova di Peron, Isabelita, non riusciva a controllare; intanto Houseman beveva, si ubriacava, passava intere notti tra feste e alcool con quella sua aria da attore in declino del cinema muto, giovane ma come vecchio, attratto dall’estremo perché, come dice lo storico dell’arte Henri Focillon: «Il visionario soggiace al potere della vertigine».

Era sempre ubriaco, stordito e il suo immenso talento che lo vedeva correre e saltare gli avversari sulla destra era amore folle per la gente; il 22 giugno 1975 si annunciava lo scontro dell’Huracan con il River Plate. Houseman si presentò strafatto di liquori, aveva festeggiato il compleanno di suo figlio, non si reggeva in piedi, sbandava sui vari lati preso da estasi alcolica forse per tenere lontani i rumori dell’Argentina provocati dal segretario di Isabelita, José López Rega, il quale finanziava con soldi pubblici l’Alleanza Anticomunista Argentina che organizzava attentati, sequestri, torture e omicidi.

Più l’Argentina soffriva più Houseman beveva e giocava per divertire, per risollevare il popolo dal dolore provocato da un governo che reprimeva la stampa, la televisione e ogni libera opinione. Quel giorno fece varie docce fredde e numerosi caffè, poi scese, non si sa come, in campo, giocò malissimo, stentava a camminare eppure l’allenatore non lo sostituiva, a un certo punto Houseman superò di corsa i centrali del River, scartò il portiere della nazionale Fillol e mise in rete. Dopo il gol si buttò a terra simulando un infortunio, era stremato, sfinito dalla stanchezza e dalla forzata sobrietà, la sbornia doveva tornare come una giovane amante e El Hueso finalmente si addormentò negli spogliatoi, come Giona nella balena; i tifosi, mentre lui ronfava, cominciarono a cantare in coro:

Y chupe, chupe, chupe… no deje de chupar… el Loco es lo más grande del fútbol nacional!”

(“Che beva, beva, beva, non smetta mai di bere, il Loco è il più grande del calcio nazionale”).

El Loco, il Matto, come veniva anche chiamato, perché beveva, mangiava, partecipava ai tornei di calcio del suo barrio, regalava soldi ai poveri, si era rifiutato di vivere altrove, nei quartieri lussuosi, per rimanere nelle baracche, tra la sua gente e pur non avendo un soldo in tasca continuava a offrire da bere a tutti; voleva vedere la gente felice, pure se era arrivata la dittatura di Videla dopo il colpo di Stato del 1976.

Non voleva stare lontano dalla povertà, preferiva divertirsi con chi era come lui, ubriaco quanto Dylan Thomas, il poeta gallese, e più di Venedikt Erofeev, lo scrittore russo, prosciugato dentro un Vangelo ubriaco, dove i poveri non avevano alcuna possibilità di diventare altro; l’Huracan del 1973 è una leggenda, vinse lo scudetto con Houseman giocatore geniale imprendibile, poco abituato agli allenamenti, attratto dall’ozio nei bar, dal piacere delle donne, dal lento camminare nel barrio. Quando venne convocato ai Mondiali argentini del 1978 era già stremato dall’alcool, ci arrivò da riserva mentre il terzino Carrascosa, per protesta contro la dittatura di Videla e Massera, rifiutò la convocazione.

El Hueso, pur barcollando per i liquori, era stato preferito al giovanissimo Maradona e ignorava, disse, che la dittatura torturasse, imprigionasse, uccidesse quelli che poi vennero chiamati desaparecidos. Nelle carceri quando l’Argentina segnava carcerieri e prigionieri esultavano ma era anche il momento migliore per uccidere, la nazione era in stato di ebbrezza come Houseman. Qualcuno non crede alle parole di El Loco: il regime di Massera e Videla, come ogni altra dittatura, voleva vincere  il Mondiale e chi era contro il regime veniva imprigionato o spariva già dal 1976, quando fu chiaro subito che in Argentina si sarebbe provata la stessa sofferenza che stava provando il Cile di Pinochet.

E poi arrivò la notte della scandalosa marmelada peruana quando l’Argentina, che aveva bisogno di quattro reti di scarto per qualificarsi, batté il Perù sei a zero e tra i gol ce ne fu anche uno di Houseman; lui, peronista di sinistra, alla fine vincerà quel mondiale così come aveva deciso il governo e diede anche la mano ai generali; la squadra, che mai ha affermato la complicità con il regime, non onorò davvero i morti di quegli anni, anche se nel 2008, per ricordare la finale contro l’Olanda, El Loco si presentò assieme a Luque e a Villa, gli altri non c’erano.

Houseman, tra una bevuta e l’altra, ha giocato nel River Plate, nel Colo Colo in Cile, nell’AmaZulu in Sudafrica, poi di nuovo in Argentina. Calciatore dai piedi raffinatissimi, anarchico, estroso, irregolare, con il pallone segnava il destino dell’avversario e anche il suo. Quando la madre morì chiese soldi per seppellirla perché non ne aveva, il capitano Daniel Passarella rifiutò, Houseman lo disprezzò prima pubblicamente per poi perdonarlo; il fragile uomo del barrio concluse la sua carriera con l’Excursionistas, la squadra di quando era bambino ma era già un calciatore finito per colpa dell’alcool, pare abbia giocato solo ventiquattro minuti prima di smettere.

Tornò povero, dormì sotto i ponti, per strada, chiese l’elemosina ai semafori, randagio santo bevitore che risalì di nuovo alla vita, ebbe pietà dei cacerolazos (manifestanti che protestavano in piazza battendo forte le pentole) che nel 2001 assaltarono i negozi per fame, prima di ammalarsi di tumore alla lingua e chiudere quegli occhi tristi con il rammarico di non poter più guardare le belle donne camminare in strada.

Davide Morganti

About Davide Morganti

Davide Morganti, professione insegnante, ha scritto romanzi per Avagliano, Fandango, Neri Pozza.

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