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Riquelme si sta per riprendere il Boca Juniors

By 8 Dicembre 2019

Il Boca sta per eleggere il suo nuovo presidente. Riquelme ha lanciato la sua sfida contro Manuel Angelici, l’uomo che nel 2014 ha deciso di non rinnovare sul suo contratto. La vittoria dell’ex centrocampista sembra scontata e il suo obiettivo è restituire al Boca l’identità di club di Barrio.

Più tardi al Gigante de Arroyito, l’incandescente casa del Rosario Central, il Boca Juniors proverà a conservare il primo posto in classifica nell’ultima gara di un semestre piuttosto travagliato. La partita più decisiva e influente per il futuro del club, però, si sta giocando proprio in queste ore, nel ventre della Bombonera, con delle elezioni presidenziali che probabilmente segneranno un prima e un dopo nella storia recente del Boca.

Infatti, oltre a interrompere il potere consolidato di una determinata corrente politica, potrebbero riportare Juan Román Riquelme, il massimo idolo della storia del club, al centro di tutto dopo cinque anni di esilio. In un certo senso, le elezioni sono l’ultima partita – quasi sicuramente la grande rivincita – di un duello vivo da nove anni.

Román, nel 2010, aveva 32 anni, un ginocchio appena operato e un contratto in scadenza. Soltanto tre anni prima era tornato al Boca Juniors in prestito, dopo sei mesi di gelo e tribune al Villarreal, ma il suo impatto col calcio argentino fu simile a quello di un tornado che si abbatte su un canneto.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Apparve e vinse da protagonista assoluto la Copa Libertadores 2007, come aveva fatto nel 2000 e nel 2001, il momento in cui il Boca di Bianchi, Guillermo e Palermo costruì la parte più viva e solida dell’identità vincente del club. Il giocatore che aveva schiantato praticamente da solo il Grêmio tra finale di andata e di ritorno era sostanzialmente lo stesso che aveva trascinato il piccolo Villarreal fino alle porte di una finale di Champions League, ma in un contesto in cui era lui a essere sovradimensionato.  Forse, l’apice di Román, il suo miglior compromesso tra incisività, maturità e forma fisica. In quel momento, la dirigenza del Boca non aveva scelta: doveva trattenerlo e, per farlo, si sbilanciò al punto da offrire un contratto fuori mercato, così fuori mercato da metterne in dubbio il rinnovo stesso due anni più tardi.

Il tesoriere Daniel Angelici, infatti, sollevò pubblicamente la questione e dichiarò che uno stipendio così oneroso, per di più in dollari – circa cinque milioni – alla luce della situazione economica argentina in quel momento, non poteva essere sostenuto dal club. Il consiglio direttivo del Boca mise la questione ai voti: otto a favore, otto contrari. In casi del genere, secondo lo statuto, decide il presidente, che all’epoca era Jorge Amor Ameal, e scelse di accordarsi con il massimo idolo della storia del Boca Juniors per il prolungamento del contratto fino al 2014.

 (Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Daniel Angelici, sconfitto, si dimise dal ruolo di tesoriere. L’anno seguente, però, si presentò alle elezioni presidenziali, come delfino di Mauricio Macri – che prima di essere eletto sindaco di Baires prima e presidente della Nazione poi, è stato il padre del Boca più vincente della storia – e trionfò.

Con Riquelme, i rapporti rimasero tesi fino al 2014 quando, a un anno dalla fine del primo mandato, si prese la propria rivincita: dopo un’altra lunga polemica lasciò che il contratto di Román, trentaseienne, scadesse senza rinnovarlo, e che il giocatore più amato dal popolo bostero si ritirasse all’Argentinos Jrs, l’altra squadra del suo cuore.

Da quel momento, Juan Román Riquelme si è accomodato in una zona d’ombra molto più ingombrante della Bombonera stessa. Mese dopo mese, anno dopo anno, ha iniziato a veder crescere a fianco del mito di massimo idolo, quello del buon re esiliato, amato visceralmente dal popolo ma costretto a “tomar mate y comer asado” nella sua Don Torcuato, come ha ripetuto in ogni singola intervista, mentre il Boca di Angelici – che nel frattempo aveva conquistato anche il proprio secondo mandato – cercava in tutti i modi di tornare quello che era, senza mai riuscirci pienamente.

(Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Per spiegare il culto di Riquelme in modo efficace, sono sufficienti due partite: la prima della sua carriera, un Boca-Unión di fine 1996 e l’ultima, il Boca-Lanús del maggio 2014. Lo sono perché in entrambi i casi, sia da promessa al debutto in una squadra ambiziosa ma decadente che da monumento ferito e oltraggiato, è stato acclamato e sostenuto senza riserve, come peraltro durante la sua intera carriera.

In un momento in cui il Boca era un contesto incandescente – come sempre, quando non vince – il tifo lo scelse, appena sorto dalle inferiores, quasi come metafora di un’auspicata rinascita che, di lì a poco, si sarebbe consumata con modalità ancora più sorprendenti. Fu idolo e protagonista negli anni di Bianchi, quando vinse tutto, fu idolo e protagonista quando tornò in Argentina e fece lo stesso, rimase il punto di riferimento negli anni a seguire, più deludenti e segnati da rapporti più tesi con la dirigenza.

Quando tutto finì, a nutrire il suo status di idolo subentrò il mito dell’esilio, dell’“era hasta los 40”, “era fino ai quarant’anni”, slogan dei tifosi in riferimento alla sua promessa di giocare fino a quell’età. Román, che mai aveva amato la costrizione di parlare con i giornalisti, dopo il ritiro iniziò a frequentare sempre più spesso i salotti calcistici e, con il thermos a fianco e la mano sulla bombilla per prepararsi lentamente il sorso di mate, a dire la propria sul Boca.

 (Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Criticava la proprietà, criticava i giocatori e gli allenatori ma non si rivolgeva a loro, bensì ai tifosi, con i quali parlava da pari: “Sono del Boca e mi fa soffrire vedere il Boca così” si giustificava, e ricordava che insieme ai suoi compagni aveva vinto tutto, facendo sempre infuriare qualcuno. Riquelme sapeva già di avere il potere di decidere un’elezione, ma sapeva anche che difficilmente avrebbe potuto usare questo jolly più di una volta: prima delle elezioni del 2015, quelle in cui Angelici, teoricamente, avrebbe dovuto pagare lo scotto per aver fatto fuori Román, si parlava addirittura dell’eventualità di vedere il numero dieci candidato presidente o, anche senza intervenire in prima persona, di vederlo spostare molti voti indicando da esterno una lista a lui gradita.

Riquelme ne restò fuori e i tifosi confermarono Angelici, forte di un campionato vinto nuovamente dopo quattro anni e dell’acquisto di Carlitos Tévez, probabilmente l’unico insieme a Martín Palermo in grado di stare nella scia di Román senza perderlo di vista.

Oggi, il mandato di Daniel Angelici scade e l’oficialismo, ovvero la corrente al potere, figlia di Mauricio Macri, orientata verso una gestione del club più imprenditoriale che sociale e politicamente schierata a centrodestra, è più in discussione che mai: anzitutto, perché un anno fa il tiro di Jara nei supplementari del superclásico di Madrid ha colpito la parte sbagliata del palo, e poi, indipendentemente dalle sensazioni umorali, per il fatto che durante tutto il secondo mandato del “Tano”, la quantità enorme di risorse e talento a disposizione non sono mai state incanalate in un progetto tecnico che le facesse rendere al meglio.

 (Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Il River Plate di Gallardo, in questo senso, è stato il primo avversario di Angelici: la sconfitta più cocente di sempre, uno standard altissimo di risultati a cui rapportarsi e, allo stesso tempo, un esempio di gestione sportiva che il Boca di Angelici, con un portafoglio ben più pieno, non ha mai saputo raggiungere.

Riquelme ha aspettato fino a un mese prima delle elezioni per esercitare il proprio gigantesco potere, irrompendo in uno scenario politico piuttosto equilibrato prima chiedendo l’unità tra i tre fronti, poi annunciando la propria candidatura come vice-presidente secondo nella lista di Jorge Amor Ameal, l’uomo che gli ha rinnovato il contratto nel 2010 e con il quale cercherà di stroncare il proseguimento dell’oficialismo, della politica di Angelici, personificato da Cristian Gribaudo. Se prima di Román c’era equilibrio, oggi la partita sembra già decisa in partenza.

La lista di Jorge Amor Ameal si chiama “Identidad Xeneize” e ha come obiettivo riconsegnare il Boca ai suoi tifosi e al suo barrio, dopo anni in cui, secondo il suo candidato presidente, la gestione economica di cui si è vantato l’oficialismo è gravata sulle spalle dei soci.

 (Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Ameal vuole riportare il Boca ai suoi due nuclei identitari: la grandezza sportiva e il suo carattere di club di barrio più grande al mondo, attraverso iniziative sociali. La gestione sportiva, invece, è tutta in mano a Riquelme, che si avvicina al mondo dirigenziale con l’ambizione di imparare e prepararsi per un’eventuale corsa futura da presidente, ma che allo stesso tempo si propone come un cervello in grado di fare la differenza negli aspetti calcistici fin da subito.

A fare da contrappunto all’idolatria della maggior parte dei bosteros è la perplessità di alcuni sull’adeguatezza di una figura lontana da logiche dirigenziali. Il filo-oficialista Diego Armando Maradona, che con Román non ha mai avuto un buon rapporto, teme una versione xeneize di Daniel Passarella, l’idolo della Banda presidente all’epoca della retrocessione.

Riquelme propone il messaggio opposto: nel suo Boca ci saranno il Patrón Bermudez, Chelo Delgado, Seba Battaglia e Raúl Cascini. Insomma, un dream team di icone allenate da Carlos Bianchi, che a sua volta avrebbe un posto in dirigenza. Persino Tévez, in una fase calante e piuttosto difficile della sua carriera, ha ricevuto una grossa apertura da Román per il rinnovo, nonostante un rapporto – tanto per cambiare – non dei migliori.

 (Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

Ma non è soltanto una questione di Roman: Gribaudo ha dalla sua Chicho Serna e Pepe Basualdo, confermerebbe Nico Burdisso come manager e, forse, cercherebbe Martín Palermo come allenatore. Il Loco è stato accostato anche a José Beraldi, il terzo candidato, più defilato, che a sua volta affiderebbe la gestione sportiva a Gabriel Omar Batistuta. Mai come oggi, la politica al Boca si fa con gli idoli.

Molto probabilmente, però, sarà l’idolo più grande e più controverso di tutti, a decidere l’elezione. Daniel Angelici, a Fox Sports, ha provato a sferrare l’ultima disperata offensiva a Riquelme, cercando di mettere a nudo il re con accuse molto pesanti: ha dichiarato che ogni sua discussione con lui, anche quella per un ipotetico ingresso nella lista di Gribaudo, è stata questione di denaro, così come l’intesa con Ameal.

Lo ha accusato di aver fatto perdere al Boca la finale di Libertadores del 2012 ancor prima di giocarla, annunciando ai compagni che avrebbe lasciato la squadra dopo la partita, e ha rivendicato la sua anima divisiva, che lo ha portato ad avere più volte conflitti interni allo spogliatoio. Román ha negato tutto, specie il discorso dei soldi, aggiungendo che ognuno ha la propria strategia per arrivare al giorno delle elezioni e rilanciando che ha trovato molto triste far ritirare tutte le maschere con la sua faccia all’entrata della Bombonera per Boca-Argentinos Jrs.

Daniele De Rossi presentato da Daniel Angelici (Photo by Marcelo Endelli/Getty Images)

La forza di Riquelme, che lo distingue da qualsiasi altro idolo, però, è proprio tra le pieghe di queste accuse. Rivolte a lui, risultano inefficaci, prima ancora che infondate (cosa che potrebbero provare soltanto i diretti interessati): per ogni ex compagno che lo esalta umanamente, ce n’è uno che di lui giurerebbe il peggio, mentre sono più i dirigenti che con lui hanno avuto problemi e tensioni, che buoni rapporti.

Román rimane intoccabile, a prescindere da tutto questo, perché è stato un giocatore impareggiabile e, soprattutto, perché sente di aver il dovere di rivolgersi sempre e soltanto al tifoso, l’unico attore della sua carriera con cui ha cementato un legame indissolubile. Dopo cinque anni di distanza dalla Bombonera, il suo posto nel mondo, ora sta per riprendersi tutto.

Oggi scade il secondo mandato di Daniel Angelici e Roman, massimo idolo della storia del Boca Juniors, ha deciso di giocarsi la partita decisiva: lui, da vice-presidente secondo nella lista di Jorge Amor Ameal – l’uomo che gli rinnovò il contratto nel 2010 – contro Cristian Gribaudo, ovvero la prosecuzione dell’oficialismo, della politica di Angelici. Il re sta per ritornare.

Federico Raso

About Federico Raso

Classe ’97, appassionato di Sudamerica. Dei suoi libri, della sua musica e del suo fútbol. 

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