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Riscoprire Ezio Glerean

By 9 Agosto 2019

A dieci anni dall’addio al calcio professionistico, cosa resta dell’allenatore che con il suo 3-3-4 ha sublimato l’idea di squadra. Un rivoluzionario silenzioso che ha predicato gioco e fatica tra Serie C e B, sfiorando solo il palcoscenico dei grandi

Dieci. Con quella entrante saranno dieci le stagioni in cui il professionismo del pallone italiano fa a meno di Ezio Glerean, il cui merito maggiore sta forse nella sua scelta di non essere andato nemmeno troppo a cercarla, quella panchina, meno che mai attraverso qualche procuratore. Nel frattempo, però, Glerean non ha perso il vizio. Di pensare il calcio, e di allenare anche, o meglio supervisionare: accade da un anno a due passi da casa sua, nella giungla del dilettantismo, in quella Marosticense da dove tutto partì e dove tutto ha fatto rientro.

Il Glerean dimenticato ritorna in mente nell’estate in cui si è ricominciato a parlare di calcio persino nelle conferenze stampa di presentazione degli allenatori. Quelle di Maurizio Sarri alla Juventus e Marco Giampaolo al Milan ne sono il paradigma, appuntamenti magari più noiosi del solito per l’abitudine del tifoso social, ma non per questo più banali: c’era sostanza, questa volta. Più tattica, più tecnica, più calcio in definitiva, meno poltiglia motivazionale, di mercato il giusto e zero glamour. Se poi alcune testate online di assoluto prestigio hanno destinato uno spazio nel colonnino destro della home page a un ordinario video in cui Sarri, in allenamento, si esalta per uno scambio nello stretto fra Cristiano Ronaldo e Gonzalo Higuain, non significa necessariamente che l’aria è cambiata – non è così, semplicemente – ma tutto sommato che c’è ancora un po’ d’ossigeno per l’idea del divertirsi quale base per divertire. Occhio però: non si tratta della querelle bel gioco versus risultato, qui si va più a fondo.

Glerean, appunto. Dieci stagioni fa chiudeva la sua parentesi da professionista, e dieci anni nel calcio rappresentano un’era. Allora si trattò di pochi mesi a Cosenza, in Prima Divisione, nel finale di campionato al posto di Domenico Toscano. Poco da segnalare, del resto approcci come il suo mal si adattavano ai subentri – non a caso: appena due in carriera – e ancor meno in una piazza frustrata dal risveglio del campo dopo ambizioni un filo esagerate. Lì la narrazione mediatica che per tre lustri aveva accompagnato l’allenatore veneto si è sostanzialmente interrotta, pur con qualche lodevole soluzione di continuità perché, in fondo, ogni tanto ricordarsi di chi ha provato a innovare è iniziativa meritoria. Ma in cosa consisteva l’innovazione di Glerean?

Salzano (Venezia) 10 febbraio 2005. Ezio Glerean, allenatore del Venezia, saluta i giocatori del Cervia prima del match.

Per quindici anni, da quando aveva riportato il Sandonà in C2 e l’aveva condotto la stagione seguente al secondo posto (e dunque ai play off) da neopromossa, dire Glerean è stato sinonimo di 3-3-4, declinato a tratti nella formula 3-3-1-3. I numeri come significante, un sistema di gioco Dop come significato, perché quello era il modello Ajax, un calcio alla olandese che l’allenatore aveva introiettato e fatto proprio in anni di frequentazione con i Paesi Bassi che avevano dato i natali a sua moglie. Eccola la denominazione d’origine protetta, ricalibrata però con idee proprie e un disciplinare leggermente modificato. Più o meno ciò che, diverso tempo dopo, sarebbe stato ricondotto, con maggiore successo ma minore identificazione, a Marcelo Bielsa. Sandonà in primis, poi un Cittadella portato sino alla B – si può ben sostenere che la storia del club abbia subito una clamorosa accelerazione con il suo passaggio – e nemmeno troppo lontano dall’asintoto Serie A. In effetti i nomi da copertina di quelle squadre erano Andrea Caverzan, Davide Zanon, Andrea Soncin, Giulio Giacomin – tutti e quattro cognomi triveneti, tutti e quattro suoi discepoli sia a Sandonà che a Cittadella – e ancora Stefano Polesel, Marco Scarpa, Gianni Migliorini, Achille Mazzoleni, Stefano Ghirardello. Illustri sconosciuti ad alti livelli, mestieranti se si vuole, ma che calcio che giocavano. Era il concetto di gruppo sublimato in una squadra, non retorica ma prassi, ed ecco i risultati, la fascinazione, le pagine sui giornali.

Ora, il rischio è che, leggendo queste righe, si inizi ad annusare l’odore dell’incenso e arrivino alle orecchie le note dei violini. Un po’ come quando si parla di Zeman e di una religione nella quale esistono i fedeli e gli atei. Non è questo il caso, un po’ perché il verbo di Glerean non ha raggiunto certi livelli – quando era il momento e il luogo li ha rifiutati (l’Empoli quando era al Cittadella), quando li ha accettati non era né il momento né il luogo (con Zamparini a Palermo: durò una giornata) – ed è rimasto dialetto senza divenire mai gergo, e tanto perché ha sempre prediletto il basso profilo, totalmente inadatto alle logiche di setta. Ma attenzione: si può volare alto anche così, senza risultare divisivi, senza passare per santoni. Come il suo calcio d’attacco ha sempre richiesto fatica, corsa e coraggio radicale, così il suo credo ha sempre preteso disponibilità al sacrificio e atteggiamenti dentro le righe, ed era forse scontato che a determinate scale il progetto sarebbe fallito. Autoregolamentazione insomma, come ai campetti dell’oratorio o quelli di paese, quando da bambini si giocava in tanti e anche di più, persino dispari, nessuno stava in panchina, l’arbitro non c’era, l’orologio era l’allungarsi delle ombre e non erano le esercitazioni di tattica o tecnica, ma la consuetudine al gioco eterno e il pallone come riferimento di coordinazione e movimenti, a consentire ai più bravi di svettare.

È il Glerean del lungo periodo non collegato, quest’ultimo. Chi non ne ha perso le tracce lo ha ritrovato per qualche mese a Sassuolo, con il progetto “La Giovane Italia” dedicato al vivaio, dove ai ragazzini ha cercato di affidare la responsabilità di darsi regole che erano state sottratte loro dagli adulti. Prima ancora, la filosofia l’aveva messa per iscritto in un libro (Il calcio e l’isola che non c’è, Mazzanti Libri, 2014): coinvolgimento ed empatia, riappropriazione del gioco e identificazione con i maestri, competizione e piacere, convivialità e rispetto dei ruoli. Non c’è passatismo, in quelle pagine: non è vero che si stava meglio quando si stava peggio, ci sono stati dei cambiamenti sociali epocali e occorre prenderne atto, non farli assurgere ad alibi. La semplicità rivoluzionaria non si trova nella boutade di coloro che preferirebbero allenare «una squadra di orfani», ma in una videocamera. Puntata non sui ragazzini in campo, ma su papà e mamme in tribuna, chiamati poi a rivedersi, e un po’ a vergognarsi, promettendo di non farlo più per lasciare il gioco ai figli, a mente libera, e poi che sia il campo a decidere.

Non funziona esattamente così, nel calcio d’oggi; non c’è tempo, non si dà tempo. Glerean cita il Neruda di Lentamente muore («soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento della felicità»). Il libro si rivolge ai giovani e a chi, a vario titolo, lavora nei vivai, ma il concetto di pazienza vale anche e soprattutto in quel professionismo che l’ha avuta raramente, e allora non è da escludere che Sarri (il cui vice a Torino è Giovanni Martusciello, ex allievo di Glerean, così come lo era Luca Gotti, suo secondo al Chelsea), ci metta qualche settimana a rodare uno squadrone come quello che ha a disposizione e si prenda qualche fischio, e merita sostegno Giampaolo, che di Ronaldo, Pjanic e De Ligt non ne ha ma già sa che il plotone è pronto a puntarlo. Intanto mettono le loro idee, il loro calcio, un gioco che non spreca talento, straordinariamente organizzato sotto il profilo tattico ma dallo spirito più simile a quello dei campetti, dove l’uomo in più lo si piazzava all’attacco. Già, L’uomo in più: è il titolo di un film di Paolo Sorrentino, anno 2001 ma ambientato negli anni Ottanta. C’è un allenatore che sogna, ha un’idea tattica, la coltiva con forza. Nel plot, Ezio Glerean non c’entra nulla, proprio nulla. Ma quell’idea tattica ha la forma del 3-3-4. E allora c’entra sempre, Glerean, dove è il gioco a essere protagonista.

Lorenzo Longhi

About Lorenzo Longhi

Lorenzo Longhi, giornalista e autore, scrive di sport sotto molteplici punti di vista. Saggista per Treccani, ha collaborato con Sky Sport, Il manifesto, Alias, l’Unità e Avvenire.

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