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Rivedere il wrestling in età adulta

By 6 Dicembre 2019

Lo sport americano che seguivamo da bambini ci ha fatto crescere inconsapevolmente più razzisti?

Il ragazzo stringe forte il microfono e guarda dritto verso la telecamera. «Buddy Murphy – dice – ho un messaggio per te». La sua voce ha un tono concitato, i suoi muscoli facciali sono tesi nel tentativo disperato di disegnare l’espressione più bellicosa che conosce. Sta lanciando la sfida al suo avversario, sta cercando di impressionarlo, di fargli capire che per lui, ora, è arrivato il momento di soffrire. E anche parecchio.

Il ragazzo prende fiato e d’un tratto mitraglia qualche parola in giapponese. Una frase incomprensibile, un tamponamento di lettere sconosciute che scorre via dalle sue labbra. Poi, all’improvviso, ecco che la sua bocca si spalanca in un’espressione ebete, un sorriso con grandi denti e piccoli occhi corredato da un pollicione alzato. È una faccia da manga, un’espressione stereotipata e infantile. Ed è esattamente ciò che deve essere. Perché i suoi tratti orientali, anche se leggermente annacquati, sono essenziali per la costruzione del suo personaggio.

Akira Tozawa è stato il detentore del titolo di WWE Cruiserweight Championship. Per appena 6 giorni. Il regno più breve nella storia della cintura. Eppure in pochi se lo ricordano. Quasi tutti, invece, sanno che Akira Tozawa è nato a Kobe, in Giappone. E che con la sua terra d’origine mantiene ancora un legame molto profondo. O almeno così deve essere a giudicare dalla quantità di simboli che si porta dietro. Sul costume di scena, sul video di ingresso, sul sito della Federazione.

Akira Tozawa è giapponese. E e per questo, sul ring, si comporta come un giapponese. Anzi no. Si comporta come noi pensiamo che si comporterebbe un giapponese. Un soldatino senza paura che non teme il dolore e che pur di raggiungere il suo obiettivo è pronto ad autodistruggersi. Con il sorriso stampato sulle labbra, sia chiaro. Ed è più o meno quello che Tozawa mette in pratica. Si accanisce contro il suo avversario con una certa meticolosità, lo colpisce senza dargli respiro, corre da un lato all’altro del ring urlando per darsi la carica, come se fosse un kamikaze che grida banzai prima di lanciarsi contro una portaerei nemica.

Akira non supera il metro e 70 e pesa 71 chili. Buddy Murphy è 10 centimetri più alto di lui e ha 10 chili di muscoli in più distribuiti lungo il corpo. Tutti sanno già quale sarà il risultato finale, ma il giapponese si batte per ritardarlo il più possibile. Almeno fino a quando il suo avversario non lo lancia contro le corde e lo colpisce con un calcio volante in faccia. Tozawa barcolla, si mette in posizione per ricevere la mossa finale da Murphy e in un attimo si ritrova con la schiena sul tappeto.

Uno. Due. Tre.

Tutto finito, linea alla pubblicità.

Al rientro, ecco che sullo schermo scorrono delle immagini registrate. È il promo di un altro incontro, un main event destinato a far discutere. I fotogrammi mostrano l’indiano Jinder Mahal (il wrestler che lo interpreta, Yuvraj Singh Dhesi, è in realtà un canadese di origine indiana) che sfila verso il ring preceduto da una dozzina di ballerini scalzi in stile Bollywood, da un tizio che suona il tamburo e da altri due figuranti che si accaniscono su strumenti non meglio identificati. Subito dopo “The Modern Day Maharaja” è in piedi sul ring, ricoperto per l’occasione con un gigantesco tappeto.

Niente di nuovo, visto che Jinder Mahal e il suo tappeto erano stati protagonisti di un video molto particolare. Nel 2017, il wrestler era salito sul ring in compagnia dei suoi due lacchè, i Singh Brothers. Con la testa fasciata in un turbante nero e la cintura di campione ben stretta fra le dita, Mahal aveva fatto proiettare sui maxi schermi delle foto di Shinsuke Nakamura e le aveva commentate. «La tua faccia è sempre uguale», aveva detto in un crescendo di perplessità da parte del pubblico. Poi, mentre i Singh Brothers ridevano in maniera sguaiata, il Maharaja dei nostri giorni aveva rincarato la dose dicendo «Ti chiamano Mr. Miyagi», riferendosi al personaggio giapponese di “Karate Kid”, «sembri Godzilla» e per concludere aveva buttato lì qualcosa sui Pokemon.

L’esibizione non era piaciuta particolarmente al pubblico, che aveva iniziato a urlare “that’s too far”, questo è troppo, mentre Noumaan Faiz, un ragazzo di 15 anni che era presente all’evento, aveva deciso di scrivere una mail al Whashington Post per esprimere tutto il suo disappunto. Una spremuta di stereotipi che si è trasformata in un caso nazionale.

Rivedere il wrestling in età adulta è un po’ come riprendere in mano Topolino e accorgersi di tutte quelle frasi razziste che hanno scandito la nostra infanzia. Proprio come nella vignetta dove Paperino si rivolge a un tipo alla guida gridando «Ehi! Stiamo urtando la macchina rossa! La vedi, ora?» e l’autista, con le mani ben distanti dal volante e uno sguardo rassegnato, risponde: «No, badrone! Povero negro è nero e vede duddo nero». Roba che oggi suona come una bestemmia urlata nel silenzio di una chiesa.

Sheamus (Photo by Charles McQuillan/Getty Images for Paramount Pictures)

Rivedere il wrestling in età adulta è un’esperienza molto diversa rispetto a quella che abbiamo avuto da ragazzi. Un’esperienza decisamente meno piacevole e coinvolgente, un’esperienza che costringe a farsi delle domande. Possibile che uno sport che ha tenuto incollati davanti allo schermo milioni di bambini abbia un’essenza così razzista? E ancora: è davvero possibile che un prodotto di intrattenimento di massa riesca a comunicare solo tramite stereotipi?

Noi contro “loro”

In realtà il razzismo nel mondo del wrestling è molto più radicato di quanto non si possa pensare. Fin dagli albori, gli autori della WWF (e poi quelli della WWE) hanno insistito molto su temi patriottici e su una logica narrativa del “Noi contro loro”. Gli atleti stranieri si comportavano tutti secondo logiche precise volte a non creare empatia con il pubblico: parlavano pochissimo (e mai in inglese), avevano un fare accigliato e pur di vincere erano pronti ad aggrapparsi a qualsiasi scorrettezza. Ma, soprattutto, rappresentavano mondi lontani, poco conosciuti e con un insieme di valori completamente speculare a quello americano. Batterli voleva dire affermare la superiorità statunitense, significava rassicurare lo spettatore.

Gli anni Sessanta, ad esempio, sono stati attraversati dalla figura di uno dei primi grandi heel (come vengono chiamati in gergo i cattivi) di successo come The Sheik. Il personaggio era interpretato da Ed Farhat, un americano di origini libanesi che era nato e cresciuto in Michigan e aveva partecipato alla seconda guerra mondiale. The Sheik veniva accolto da una gragnolata di buu, faceva finta di pregare, si rivolgeva alla telecamera con frasi incomprensibili che dovevano ricordare il suono di qualche parola araba e poi si cimentava in ciò che gli riusciva meglio: trovare la scorrettezza giusta per far del male all’avversario. Non interrompeva le mosse di sottomissione, feriva la faccia degli altri wrestler con delle matite appuntite, chiudeva aiuto a qualche oggetto proibito.

“The Iron Sheik” (Photo by Mario Tama/Getty Images).

Ma questa tendenza ha trovato il suo culmine durante la Guerra Fredda. Nel 1985 Rocky IV calamita nei cinema milioni di persone attratte dal duello tra il pugile americano e Ivan Drago, l’algido gigante russo dai modi robotici e dell’iconica battuta “Ti spiezzo in due”. Niente di inedito, visto che da diversi anni il mondo del wrestling aveva trasformato questi scontri fra culture in un appuntamento molto simile a una serie televisiva.

«Negli anni Ottanta la coppia formata da Iron Sheik e Nikolai Volkoff ha fatto sventolare le bandiere di Iran e Unione Sovietica – ha scritto Sopane Deb sul Whashington Post – negli anni Novanta, Sgt. Slaughter, un tempo patriota, ha cambiato le sue simpatie in favore dell’Iraq. Più recentemente, Miroslav Barnyashev, un atleta bulgaro che combatte con il ring name di Rusev ha combattuto contro John Cena in un match chiamato “della bandiera”; e le stelle e strisce hanno prevalso». 

Questa contrapposizione fra atleti statunitensi e stranieri, che si trasforma anche in conflitto fra valori inconciliabili, trova la sua sublimazione il 23 gennaio del 1984, quando al Madison Square Garden Hulk Hogan affronta The Iron Sheik per il titolo di campione dei pesi massimi. Hogan, che fa il suo ingresso sulle note di Eye of the tiger dei Survivor, indossa la canotta rossa con la scritta “Made in America”. All’altro angolo, Hossein Khosrow Ali Vaziri calza stivaletti con la punta arricciata e sfoggia dei baffoni neri. Durante l’incontro, l’eroe a stelle e strisce prova prima a soffocare l’avversario, poi gli sputa addosso fra gli applausi della folla in delirio.

LaPresse

Hogan vincerà l’incontro, diventando il primo atleta della storia a sfuggire alla “camel clutch” (sì il nome non era stato scelto a caso) dello sceicco d’acciaio. È in quel giorno preciso che nasce l’Hulkmania, l’onda di straordinaria popolarità che trasformerà Terry Bollea di Augusta, Georgia, in un simbolo, nel mito americano che dopo aver sconfitto i suoi rivali esorta i ragazzi a prendere le loro vitamine e a bere il latte. Un personaggio fatto di sola luce, senza ombre e senza alcuna macchia. Nessuno come Hulk Hogan ha incarnato i valori della WWF e della WWE ma, soprattutto, nessuno ha contribuito così tanto a diffonderne gli stereotipi.

Per questo tutti sono rimasti stupiti quando Hogan è finito al centro di uno scandalo piuttosto ingarbugliato. Nel 2006 Bollea è stato ripreso mentre faceva sesso con Heather Clem, allora moglie di Bubba the Love Sponge, noto conduttore radiofonico e amico di Hogan. Sei anni più tardi, la Gawker Media ha pubblicato un estratto del video hard dove il wrestler esprimeva tutto il suo disappunto per la scelte sentimentali della figlia. «Se proprio devi fare sesso con un negro – dice Bollea – almeno scegline uno ricco!».

Una frase che è stata un pugno allo stomaco per migliaia di fan cresciuti nel mito di Hogan. La WWE ha optato immediatamente per la damnatio memoriae, cancellando dal proprio sito e dai propri negozi qualsiasi traccia dell’ex campione. Una risposta ipocrita per una federazione che il razzismo lo aveva sempre cavalcato.

Dall’alto in basso

Sono tantissimi i lottatori afroamericani che hanno contribuito a trasformare il wrestling in uno sport di successo. Eppure soltanto in 3 sono riusciti a indossare le due cinture più prestigiose (poi unificate nel 2013). Booker T e Mark Henry hanno vinto il World Heavyweight Championship, mentre Kofi Kingston si è aggiudicato (per 180 giorni) il WWE Championship. Tutti gli altri atleti, invece, si sono dovuti accontentare delle briciole. O anche meno.

James Harris è nato a Senatobia, in Mississipi. Per emergere sul ring, tuttavia, ha deciso di interpretare un personaggio molto particolare. Si chiamava Kamala e veniva dall’Uganda. Fin qui niente di strano, se non fosse per il suo costume di scena. Kamala entrava sul ring coperto solo da un gonnellino che doveva ricordare la pelle di un animale selvatico, con la faccia dipinta e con l’enorme pancione pitturato con una stella e la luna. E a completare il suo travestimento ci pensavano una lancia e una maschera tribale africana. Di lui si sapeva solo che era stato scovato in una giungla e che aveva un carattere selvaggio. Qualcuno, addirittura, ipotizzava che si trattasse di un cannibale. Nessuno, però, ha mai potuto chiedergli conferma. Perché Kamala non parlava l’inglese ma, come si apprende direttamente dal sito della WWE, si limitava a “grugnire“.

Per questo il gigante ugandese era sempre accompagnato da Kim Chee, il suo manager – allenatore. I due comunicavano solo con strani suoni e, appunto, grugniti. A rendere ancora più grottesca, e razzista, la faccenda interveniva la tenuta del suo handler: un vestito perfetto da esploratore della giungla. Durante SummerSlam 1992, a Wembley, Kamala ha affrontato The Undertaker in un incontro passato alla storia. Anni più tardi, forse esagerando, Harris ha dichiarato di essere stato pagato 40 volte meno rispetto al suo collega più famoso.

Nelle Olimpiadi del 1976, a Montreal, Allen James Coage vince la medaglia di Bronzo nel Judo. Dodici anni più tardi entra nel mondo della WWF con il ring-name di Bad News Brown. Il suo personaggio era molto semplice: un duro nato e cresciuto ad Harlem. Qualche mese più tardi, il wrestler iniziò una rivalità con Jake The Snake Roberts e poi con Roddy Piper. Proprio quest’ultimo, per promuovere il loro match in Wrestlemania VI, si lanciò in un video molto particolare.

Una telecamera inquadrava Piper in primo piano, davanti alla scritta Hot Rod. Il wrestler interpretava entrambi i personaggi in un dialogo surreale. Quando faceva parlare Bad News Brown mostrava il profilo destro e marcava molto l’accento. Il problema era che quella parte del volto di Roddy Piper era dipinta di nero per riproporre così la pratica del blackface, ritenuta particolarmente offensiva dagli afroamericani.

Un posto d’onore fra gli stereotipi razziali della WWE deve essere riservato al duo composto da JTG e Shad Gaspard. I due formavano la Cryme Tyme, un tag team che, secondo la stessa federazione, avrebbe “intrattenuto il pubblico offrendo una parodia degli stereotipi razziali”. Nel video di presentazione, i due atleti di colore si coprivano il video con una bandana per rapinare un locale, aggredivano uomini bianchi e utilizzavano una ragazza per fare sollevamento pesi.

Viva la Raza!

Ma il campionario di luoghi comuni è talmente ricco da apparire quasi sterminato. L’immigrazione dal Messico verso gli Stati Uniti e l’integrazione della minoranza ispanica sono due temi che hanno diviso a lungo la politica americana. E il wrestling non poteva non parlarne. A modo suo, ovviamente.

John Bradshaw Layfield ha iniziato a combattere nel 1992. La sua carriera, però, ha un’impennata improvvisa nel 2004. E non tanto perché JBL partorisce la brillante idea di autoproclamarsi “Dio del wrestling”. Il suo nuovo personaggio, infatti, ha una genesi piuttosto improvvisa: da un momento all’altro inizia a viaggiare su una limousine bianca con tanto di corna di toro sul cofano, comincia a indossare giacca e cravatta e sfoggiare con orgoglio un grande cappello texano. Ma il suo amore per gli Stati Uniti era testimoniato anche da un’altra abitudine. Sì, perché dopo ogni vittoria JBL esultava con il gesto dell’aquila, a voler ricordare a tutti il simbolo del suo Paese.

JBL inizia immediatamente una faida con Eddie Guerrero, detentore del titolo di WWE Champions. La sfida contro Latino Heat, anche stavolta, assume delle connotazioni culturali. JBL si oppone a Guerrero per ciò che Guerrero rappresenta: l’orgogliosa appartenenza alla cultura latino americana. Ben presto, però, il texano decide di passare dalle parole ai fatti. In un filmato diventato un piccolo cult, JBL si fa filmare mentre caccia con la forza alcuni immigrati messicani che stavano cercando di varcare illegalmente il confine con gli Stati Uniti.

Nel 2005 Chavo Guerrero, uno che insieme a suo zio Eddie aveva formato “Los Guerreros”, un tag team fondato totalmente sulla propria origine ispanica con tanto di motto “Viva la Raza!”, decide di cambiare identità. Dopo essere passato da Raw a SmackDown, inizia a farsi chiamare Kerwin White. Fa il suo ingresso verso il ring a bordo di un golf cart, si tinge di biondo i capelli, indossa pantaloni beige e porta un maglione verde sulle spalle. Una mise non particolarmente felice. Proprio come la sua  nuova musica di ingresso. Kerwin cerca di scimmiottare i brani di Sinatra, ma i testi sono una perla trash: “Ho un’auto nuova di zecca, la guido nel mio country club, è nel mio quartiere recintato”.

La folla lo osserva perplessa, sopratutto quando Kerwin dice di essere pronto a lottare per i valori dei bianchi perché “If it’s not white, it’s not right”. La parodia è perfetta. Fino a quando qualcuno fra il pubblico urla il nome di Chavo. Kerwin si ferma e senza perdere la calma risponde: «Chavo? Chavo è andato via, se n’è andato! Forse sta cercando lavoro in un chiosco di tacos come fanno tutti gli ispanici disoccupati». Un altro stereotipo, un altro insulto razziale.

 

Pizza, mafia e testosterone

James Maritato, invece, ha iniziato a combattere con il nome di Damien Stone. Durante la sua permanenza nella ECW decide di creare la F.B.I., la Full Blooded Italians, una stable formata da JT. Smith, Tracy Smothers e Tommy Rich. Peccato, però, che nessuno, a parte Maritato, sia originario del Bel Paese. Prima di passare alla WWE,  il wrestler decide che il suo nome non aveva un suono abbastanza “italiano”. Così opta per il cambio in Guido Maritato e poi in Little Guido. Non una scelta casuale, visto che “Guidos” era il nomignolo spregiativo con cui venivano chiamati gli immigrati italiani negli Stati Uniti.

Dopo aver firmato con la WWE, Maritato non ha nessuna intenzione di perdere ciò che ha creato. Così decide di ricreare di nuovo la F.B.I. Stavolta con Chuck Palumbo e Johnny Stamboli. Il video di ingresso della stable diventa un omaggio agli stereotipi più beceri. Maritato, che intanto ha assunto il ring-name di Nunzio, gesticola vistosamente, passeggia sotto l’insegna della pizzeria Vesuvio, scocca agli avversari il Kiss of death, raccoglie i soldi delle scommesse clandestine. E tutto mentre la scritta FBI viene crivellata di colpi.

Qualche tempo dopo sceglie come sgherro Vito LoGrasso, 188 centimetri di altezza per 110 chili di muscoli e testosterone. Tutto sembra filare alla grande, poi un giorno Stephanie e Vince McMahon si avvicinano a Big Vito e gli propongono di salire sul palco vestito da donna. L’italo americano diventa “The Toughest Man to Ever Wear a Dress” e comincia a vincere un incontro dopo l’altro. Nunzio, però, ha una lunga serie di stereotipi sugli italiani da difendere. E per un amante latino come lui è impensabile farsi vedere con un uomo in gonnella. Fra i due si apre un feud che sfocia in un incontro a SmackDown!, dove a vincere sarà proprio Big Vito.

Nonostante diversi giornalisti ed ex atleti abbiamo provato a sollevare la questione, il problema del razzismo nel wrestling è ancora sottovalutato. Solitamente, chi prova a minimizzare fa leva su tre concetti. Primo: è impossibile giudicare con la mentalità di oggi dei fatti accaduti qualche anno fa. Secondo: i wrestler non sono certo dei modelli di comportamento dai quali prendere esempio. Terzo: gli atleti incarnano sì degli stereotipi, ma con un intento satirico.

A smontare queste tesi, però, ci pensa la natura stessa del wrestling. Un’essenza che contiene una forte carica epica e che è stata spesso utilizzata come strumento per veicolare propaganda. E da questo, ovviamente, discendono anche delle responsabilità per il messaggio che si cerca di lanciare. Il wrestling è una fusione di sport e di intrattenimento, con tanto di sceneggiatori che settimana dopo settimana sviluppano storie, approfondiscono il carattere dei personaggi, pianificano colpi di scena, studiano a tavolino tradimenti. L’aspetto pedagogico è chiaramente assente, ma chiedere agli autori di eliminare stereotipi e insulti razziali sembra quanto meno doveroso. Sopratutto perché il canale YouTube della WWE conta 51,4 milioni di iscritti in tutto il mondo.

E non finisce qui. Perché il mare di stereotipi in cui pesca da anni la WWE influenza il modo in cui i suoi spettatori percepiscono il mondo circostante. Un tema che, sotto un’ottica diversa, era stato trattato anche da Arianna Montanari in “Stereotipi nazionali. Modelli di comportamento e relazioni in Europa“. Nel suo saggio, la professoressa dell’Università La Sapienza analizzava i comportamenti tenuti dalle diverse popolazioni europee durante la prima e la seconda guerra mondiale. Comportamenti che, secondo l’autrice, erano il frutto dei preconcetti che ciascuna nazione aveva nei confronti dei suoi vicini.

(Photo by Chris McGrath/Getty Images)

Dal dopoguerra a oggi, però, gli stereotipi nazionali non si sono stemperati. Anzi, nonostante la funzione unificante svolta dalla televisione, secondo la Massari «il villaggio globale è abitato da collettività che vengono definite e si autodefiniscono ancora in base a cliches. E tutte queste tipizzazioni incidono sui rapporti interpersonali».

Più in generale, però, si può affermare che a livello collettivo la percezione dell’altro condiziona il modo in cui vengono considerati e valutati interessi e richieste, porta a una maggiore o minore accettabilità dell’altro e di ciò che desidera. Tutto questo dipende in larga misura dal modo in cui l’altro viene considerato: alla pari, posto su un livello inferiore o superiore. Poiché il razzismo si basa proprio sull’idea di inferiorità dell’altro, la costruzione di stereotipi negativi ne è uno strumento indispensabile.

E in questo il wrestling che abbiamo visto da bambini ha parecchie responsabilità.

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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